Con questo intervento intendo far riflettere su uno dei maggiori paradossi del nostro tempo e che ha a che fare con il complesso sistema dell’informazione. La nostra epoca viene notoriamente descritta e vissuta come l’età della comunicazione: una comunicazione che ci arriva da ogni parte e con ogni mezzo: non solo i veicoli abituali della carta stampata o della tradizionale televisione ma ancora più ci investe grazie a tutti gli altri mezzi che i sempre più invasivi “device” mettono a disposizione di tutti e che sono rappresentati in primis dai social in tutte le diverse ramificazioni e che ci consentono di collegarci per così dire in diretta col mondo intero e di conoscere in questo modo anche minimi particolari di vicende pubbliche o private.
Ma il problema sorge poi quando si tratta di verificare non solo la qualità dell’informazione stessa (su cui ci sarebbe da scrivere un’intera enciclopedia) ma più ancora quando si analizza la tipologia delle informazioni che vengono diffuse. Le categorie sono facilmente rintracciabili. I “brand” più amati e frequentati riguardano le (dis)avventure della politica, raccontate col metro del gossip alle stregua per intenderci delle vicende del fu star system che brilla ormai solo nei racconti fasulli o inventati dei settimanali scandalistici; hanno grande popolarità e ascolto le varie vicissitudini delle avventure sportive reiterate con ritmo martellante e fornite da presunti soloni che tra l’altro sono quasi sempre in conflitto con la grammatica e la sintassi, e poi c’è naturalmente la marea dei social dove ciascuno veicola la propria “verità” o la propria rabbia quasi sempre in un’orgia di contumelie, ripicche, scambi di offese (spesso anche inventate solo per fare “audience”).E in ogni caso i twittaroli sono una specie in via di espansione, sempre più detentori ormai del mercato globale della comunicazione. Detto così sembrerebbe che alla fin fine tutto sia sotto controllo, ovvero sotto la lente dell’informazione e che la comunicazione in generale non tralasci proprio nulla. Ma qui si apre una vera e propria voragine. All’appello per così dire mancano fatti e analisi che segnano e sconvolgono la vita di tanti e che sono totalmente ignorati. Il caso forse più eclatante è quello che riguarda il silenzio pressoché totale sul dramma degli incidenti sul lavoro. Gli ultimi dati disponibili ci segnalano che nel 2025 vi sono stati 1198 morti sul lavoro e più di seicentomila denunce di casi di incidenti molti dei quali gravi. E, tanto per dire, solo pochi giorni fa è morto un ragazzo di 22 anni mentre lavorava di notte sull’impianto di illuminazione del Colosseo. In questi casi la comunicazione sembra insensibile, ovvero ne parla pochissimo o non ne parla affatto .Lo dimostra anche il fatto che in questo caso vi è stata una certa eco dovuta più che altro alla fama del luogo, l’Anfiteatro Flavio, dove è avvenuta la disgrazia, mentre solo poche ore dopo si è verificato un nuovo episodio mortale a Padova che non ha avuto la stessa risonanza mediatica. Contrariamente con quanto avviene con altri episodi, i 286 femminicidi dello stesso 2025 hanno avuto ad esempio un’attenzione ben diversa, sicuramente anche perché suscitano l’ interesse spesso morboso di un vasto pubblico ,come avviene del resto per tutti i casi definiti di cronaca nera che vanno avanti addirittura per mesi e anni. E che dire degli oltre tremila articoli scritti per il caso Ranucci/Lavitola?
I morti sul lavoro o per cause di servizio a livello comunicativo sembrano essere meno interessanti del gossip che riguarda, tanto per fare un esempio, il primo bacio di Francesco Totti alla sua nuova compagna o il tradimento occasionale di una ex velina nei confronti del proprio compagno, lo “ scazzo” tra due nullafacenti nel talk del momento o ancora lo sfarzo cafone di un matrimonio di stars, la passerella osé su uno degli innumerevoli tappeti rossi e via di questo passo. Niente spazio viceversa per i sei milioni di italiani che hanno rinunciato a curarsi per le deficienze della sanità e nessun allarme per la fatiscenza degli istituti scolastici che ogni giorno ospitano milioni di studenti e che sempre più spesso diventano veri e propri campi di battaglia. Non fa meraviglia allora se in un contesto del genere anche la stampa tradizionale, malgrado si stia anch’essa gradatamente abituando all’”andazzo”, arretra paurosamente con una diffusione che è meno di un quinto di quanto avveniva tempo addietro e la cui tiratura complessiva, al netto delle copie omaggio, è in buona parte destinata al macero. Altro che “è la stampa, bellezza!” di cinematografica memoria. Ma il risultato più drammatico e ridicolo di tutto questo è che ci ostiniamo a definire informazione qualcosa che ormai sfugge a qualsiasi codificazione razionale.
Antonio Filippetti
Il Forum - Direttore a colloquio con i lettori
La crisi irreversibile dell’informazione
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