Concludiamo con gli interventi che seguono la pubblicazione dei testi raccolti in occasione del convegno su “Letteratura è responsabilità civile”, tenutosi a Napoli nella Biblioteca Nazionale a Palazzo Reale.
LETTERATURA E RESPONSABILITA' CIVILE
Fin dalle prime forme di scrittura l'uomo ha avvertito la necessità di usare la letteratura per uno scopo civile determinando talvolta sostanziali mutamenti nella società, perché, se è vero che la letteratura da sola non ha il potere di cambiare le cose, essa comunque, spostando la visione della società evidenziando e denunciando i problemi, riesce a mettere in luce quello che non è visibile a tanti modificando il modo in cui la gente vede la realtà e quando questo avviene vengono promulgate le leggi che determinano il cambiamento in direzione della giustizia.
La letteratura non ha vincoli, non usa armi ma combatte con le parole della verità diventando uno dei più potenti strumenti di lotta che possediamo perchè attraverso essa possiamo contribuire a modificare la visione che si ha delle cose operando talvolta un sostanziale mutamento come è avvenuto nel caso di certi Autori che con le loro opere sono riusciti a provocare rilevanti cambiamenti nella società, cosa che si è verificata con alcuni romanzi di grande diffusione che sono riusciti a trasformare la storia narrata in atto pubblico.
Il primo esempio che conosciamo di Autore che usa la scrittura per commentare la struttura pubblica è quella dell'egiziano PTAHHOTEP che nell'anno 2440 a. C. con il suo “Insegnamento di Ptahhotep'', attraverso una didattica esplicita compone un trattato di etica pubblica e comportamento orientati al bene comune.
Moltissimi sono gli Autori che nei secoli anche a costo della propria incolumità hanno valorizzato il ruolo civile dell'intellettuale utilizzando la letteratura come testimonianza dell'esistenza di un problema sociale, per giudicarlo e proporre un cambiamento come avvenne per colui che fu considerato ''il Padre della Democrazia: SOLONE”, grande poeta e legislatore ateniese che visse nel 600 a. C. e che fece delle sue poesie uno strumento politico per opporsi alla tirannia o DANTE ALIGHIERI che molti secoli dopo, nel 1330 come primo degli ''umanisti '', costituendo un ponte tra Medioevo e Risorgimento, con la su monumentale opera : ''LaDivina Commedia'', che gli costò anche isolamento ed esilio, mosse una critica civile al potere ed alla corruzione del tempo.
Anche il grande drammaturgo WILLIAM SHAKESPEARE, verso la fine del 1500, pur non scrivendo manifesti politici, usò le sue opere teatrali come critica al potere mettendo in legge, giustizia e tirannia evidenziando come il potere assoluto corrompa e distrugga “l'ordine sociale”.
Anche colui che fu maestro della prosa rinascimentale e che noi possiamo considerare un simbolo della libertà di pensiero: GIORDANO BRUNO, il grande filosofo e drammaturgo nolano che per le sue opere tra cui ''Il Candelaio'', nel 1500 fu accusato di eresia e condannato a morte per volontà del Tribunale dell'Inquisizione che costrinse anche il letterato GALILEO GALILEI agli arresti ed all'abiura o come VOLTAIRE che usò la letteratura come arma politica contro intolleranza e fanatismo religioso e CESARE BECCARIA che nella la sua opera'' Dei delitti e delle pene,'' condannò tortura e pena di morte.
Fu nell'1800 che LEV TOLSTOJ con il suo romanzo ''Guerra e pace'' non narrò soltanto le gesta degli eroi ma compì un'analisi della storia come forza collettiva ed in ''Anna Karenina '', una critica sociale alle convenzioni del tempo.
Ma nel 1945, operando una critica contro il totalitarismo, GEORE ORWELL con ''La Fattoria degli Animali '' rappresentò un punto di svolta perchè la letteratura da civile diventò globale: non è più il cittadino che parla al suo Stato ma è lo scrittore che parla all'umanità e che grazie ad ALEKSANDER SOLZENISKIN che nel 1973 con il suo libro '' Arcipelago Gulag'' che denunciava quello che avveniva nei campi di concentramento sovietici, che la letteratura si focalizzò sui diritti umani di democrazia e di libertà di espressione o con MILAN KUNDERA che sullo sfondo politico della Primavera di Praga del 68, con il suo romanzo ''L'insostenibile leggerezza dell'essere'' pubblicato nel 1984 criticando il regime comunista riflette’ sui temi universali.
Ma fu con lo scrittore JAMES BALDWIN che utilizzando uno stile diretto e feroce, con i suoi saggi si battè per i diritti civili degli afro-americani denunciando il razzismo sistemico della società e del governo americano facendo del suo ''lavoro'' un manifesto politico.
Ma fu lo scrittore PRIMO LEVI che, dopo essere sopravvissuto alla deportazione ad Auschwitz con la sua opera ''Se questo è un uomo'', offrendo al mondo una testimonianza diretta della Schoah e degli orrori dei campi di sterminio nazisti, che attraverso le sue opere che vengono lette nelle scuole, parla ai giovani di memoria e della responsabilità umana che ne consegue, che è quello che avviene anche con lo scrittore EDWARD SAID il quale mescolando storia, analisi politica e critica culturale con il suo libro ''La questione Palestinese'' pubblicato nel 1979 analizza il conflitto Israelo-Palestinese tuttora in corso non soltanto come sistema economico-culturale ma offrendone un quadro storico e tecnico, spiega come espropri di terra , occupazione, controllo delle risorse e mercato del lavoro siano strumenti di dominio e con la denuncia della condizione dei rifugiati costituisce ancor oggi un saggio militante.
Moltissimi intellettuali spesso pagando di persona hanno usato il ruolo dello scrittore per ''spostare” l'opinione pubblica testimoniando l'impegno civile della letteratura, usando le proprie capacità, la propria voce ed il proprio lavoro per migliorare la società, rischiando isolamento, esilio e talvolta il carcere o la morte pur di essere dalla parte della verità
Questo è avvenuto per uno dei più grandi scrittori della letteratura mondiale: il russo FYODOR DOSTOEVSKIJ che nei suoi romanzi ''Delitto e Castigo'' o ''i Demoni'' non si limitava al racconto della storia ma interveniva direttamente nel dibattito etico-politico- sociale del suo tempo usando la letteratura come strumento di denuncia e di riflessione pubblica e per questo nel 1849 fu prima condannato a morte e poi ''graziato'' ai lavori forzati in Siberia, sorte di prigionia che è toccata anche ad una delle menti più influenti del Novecento: il nostro ANTONIO GRAMSCI che per le sue idee politiche nel 1926 fu incarcerato dal regime fascista e trascorse undici anni in prigione scrivendo su foglietti di fortuna i suoi ''Quaderni dal carcere'' che sono poi stati il fondamento dei concetti del Partito Comunista Italiano da lui successivamente fondato ed oggetto ancor oggi, di innumerevoli saggi di sociologia e scienze politiche.
Gli scrittori CESARE PAVESE e ITALO CALVINO che nella seconda guerra mondiale militarono come partigiani e hanno avuto con la loro scrittura la capacità di cambiare il modo in cui l'Italia raccontava sè stessa dopo il fascismo ed anche lo scrittore LEONARDO SCIASCIA autore de ''Il giorno della civetta'', nel 1921 con suoi libri ha avuto un ruolo determinante: denunciò i legami tra mafia, politica a magistratura e che per questo fu attaccato ed isolato.
Anche il giornalista-scrittore INDRO MONTANELLI fu oggetto di ostilità ed, a causa dei suoi articoli sulle Brigate Rosse che lo considerarono un nemico di classe, lo fecero oggetto di un sanguinoso attentato ed anche lo scrittore SALMAN RASCHDIE dopo aver subito un grave accoltellamento vive tuttora sotto protezione a causa della fatwa emessa contro di lui dal Regime Islamico che lo accusa di blasfemia per aver pubblicato nel 1988 il suo libro ''I versi satanici''.
E' ancora vivo in noi l'orrore per il delitto ancora irrisolto che il 2 novembre del 1975 costò al mondo la perdita del grande intellettuale italiano. PIERPAOLO PASOLINI che fu una delle figure di scrittore e di poeta più scomode e controverse dell'Italia del dopoguerra e la costante preoccupazione che abbiamo per la vita dello scrittore ROBERTO SAVIANO che dal 2006 vive sotto scorta per il suo romanzo-inchiesta sulla Camorra.
Ma il '' territorio'' della letteratura civile non è stato sempre e solo una prerogativa del genere maschile poiché anche moltissime donne talvolta a rischio della propria vita, si sono battute in prima linea per fare della letteratura un impegno sociale; è stato un percorso lungo e faticoso che fin dall'antichità le ha viste impegnate in un'opera di riscatto, libertà e giustizia.
Fino dall'anno 2300 a.C. la sacerdotessa mesopotamica ENHEDUANNA con i suoi scritti pur non parlando di società civile, lo faceva implicitamente rivendicando il suo ruolo di donna in una posizione di potere e le altre scrittrici che nei tempi l'hanno seguita come CRISTINE de PIZAN che fu la prima autrice civile medioevale e che nel 1405 con il suo libro ''La città delle Dame '' si occupò del ruolo sociale delle donne difendendole dalle accuse di inferiorità morale ed intellettuale che venivano mosse loro.
Queste donne sono state soltanto le prime a battersi per i diritti civili facendo della letteratura un impegno sociale, ma una svolta decisiva si è avuta. nel diciottesimo e diciannovesimo secolo quando le donne attraverso la letteratura iniziano a far sentire la propria voce.
La prima autrice moderna che con il suo libro del 1972 ''Rivendicazione dei diritti dalla donna'' che è considerato il testo fondamentale del femminismo, è stata MARY WOLLSTONECRAFT che ha trattato i diritti civili in senso moderno e che con il suo scritto: ''Rivendicazione dei diritti della donna”, ha usato la letteratura saggistica per chiedere uguaglianza legale, istruzione e cittadinanza per le donne.
A queste scrittici ne sono succedute molte altre come YANE AUSTEN che nel 1817 scrisse ''Orgoglio e pregiudizio'' o come la trasgressiva GEORGE SAND che fu compagna ed ispiratrice del musicista CHOPIN e che tra il 1832 ed il 1876 scrisse oltre 70 romanzi.
Verso la metà dell'ottocento HARRIET BEECHER STOWE scrisse 'La Capanna dello Zio Tom'' scatenando un dibattito sulla schiavitù negli Stati Uniti e riuscendo ad influenzare l'opinione pubblica rese la schiavitù un problema morale.
Anche le sorelle CHARLOTTE ed EMILY BRONTE'' con i loro indimenticabili romanzi: CHARLOTTE che scrisse ''Jane Eyre'' ed EMILY ''Cime tempestose '' attaccarono le ingiustizie del tempo e sempre nel 1800, EMILY DICKINSON, pur non pubblicando in vita molte opere., alla sua morte ci ha lasciato ben 1800 poesie.
Verso la fine del secolo fu poi la volta di una grande giornalista e romanziera italiana che per prima in Italia fondò e diresse i quotidiani ''Il Mattino'' e ''Il Giorno'' e che nel 1884 con la pubblicazione del suo libro ''Il Ventre di Napoli'', è entrata a pieno titolo nella storia della letteratura.
Dopo di lei la scrittrice italiana SIBILLA ALERAMO nel 1906 con il suo romanzo autobiografico ''Una DONNA'', denunciò la condizione femminile e che come la scrittrice e critica inglese VIRGINIA WOOLF, costituì una delle figure centrali del modernismo e del femminismo come avvenne anche per la scrittrice femminista francese SIMONE de BEAUVOIR che fu compagna di Jean-Paul Sartre e che nel 1949 compose un'opera chiave per il femminismo dal titolo ''Il secondo sesso”.
Fu poi la volta della pluripremiata romanziera italiana ELSA MORANTE che nel 1957 con il suo libro '' L'isola di Arturo'', che è diventato un classico della letteratura del ‘900, vinse due prestigiosi premi letterari e l’impegno civile è testimoniato dalla scelta dei suoi temi di guerra, nazismo, fascismo e miseria del dopoguerra.
Un esempio classico di scrittrice militante del secondo novecento è quello della giornalista-scrittrice ORIANA FALLACI che all'età di 14 anni entrò nella Resistenza fiorentina e che da adulta negli anni 70 e 80 fu inviata di guerra in Vietnam e in Messico. I suoi libri sono un esempio di militanza perchè la scrittrice utilizzando i reportage prende delle posizioni esplicite che provocano lo scontro come avvenne sul dibattito aborto-divorzio nel 1975 con il suo romanzo ''Lettera ad un bambino mai nato''.
Un esempio contemporaneo di militanza attiva è quello della drammaturga DACIA MARAINI che nei suoi romanzi denuncia instancabilmente la violenza sulle donne, il carcere femminile, la mafia e l'oppressione sociale.
Queste donne oltre ad essere delle autrici, sono state anche delle attiviste che hanno usato la letteratura per testimoniare e denunciare oppressione, guerra e violazione dei diritti umani rischiando censura o carcere a vita ed è con loro che la letteratura è stata la '' denuncia'' che ha prodotto il ''cambiamento''.
Molte scrittrici per l'impegno che hanno profuso nel loro ''lavoro'' sono state fatte oggetto di ritorsioni e violenze come è avvenuto nel 2015 per la scrittrice bielorussa SVETLANA ALEKSIEVIJC alla quale è stato conferito il premio Nobel per la letteratura e che per i suoi libri ''Preghiera per CERNOBYL” e ''La guerra non ha il volto di donna'', in seguito alle pressioni politiche della Russia dovette lasciare il suo paese; stessa sorte è toccata alla scrittrice nigeriana CHIMAMANDA NZOZI ADICHIE che per i suoi scritti che raccontavano la guerra del Biafra ed attaccavano direttamente patriarcato, razzismo ed ipocrisia post-coloniale, ha subito ritorsioni e polemiche .
Ma un esempio perfetto di scrittrice militante per i diritti civili alla quale è stato conferito il Premio Nobel è quello di NADINE GORDIMER che pubblicò il suo primo racconto a 11 anni e che da adulta con i suoi romanzi criticando l'apparteid dall'interno come Nelson Mandela che fu suo grande amico, nell'anno 1991 ricevette l'ambito premio diventando una delle voci più lucide della letteratura sudafricana.
Anche la scrittrice pakistana MALALA YOUSAFZAI quando aveva soltanto diciassette anni , nel 2024 ricevette il Premio Nobel per la Pace; sin dall'età di undici anni MALALA ha osato sfidare il regime talebano ed appena quindicenne è sopravvissuta ad un attentato che l'aveva ridotta in fin di vita ma nonostante il pericolo, ha fatto della scrittura un mezzo per compiere attivismo diretto in favore dell'istruzione femminile in Afganistan, Nigeria e Pakistan come anche ARUNDHATI ROY la scrittrice indiana che nonostante denunce, minacce e processi, con suoi romanzi continua a fare opera civile contro le ingiustizie sociali, il neoliberismo e la globalizzazione.
Queste donne che non è eccessivo definire ''eroiche'' attraverso la scrittura hanno trasformato l'esperienza personale o collettiva in parola pubblica denunciando ingiustizie e delitti come è avvenuto per quelle madri e quelle mogli che rompendo il codice del silenzio hanno osato sfidare la mafia facendo del loro dolore privato una denuncia pubblica ed usando la scrittura per rendere visibile quello che il potere tende a nascondere, come nel caso di FELICIA IMPASTATO che pur essendo imparentata con mafiosi dopo l'uccisione del figlio Peppino scrisse: ''La Mafia in casa mia''' o come la madre di un poliziotto ucciso, SAVERIA ANTIOCHIA che con il libro : 'La Mafia teme più il dolore delle madri che la “Giustizia'', incitò lo Stato a non dimenticare i suoi Servitori o il suicidio della giovane RITA ATRIA che dopo l'uccisione del magistrato Paolo Borsellino al quale aveva confidato segreti di mafia, sfiduciata scrisse: ''La Mafia siamo noi”.
E’ PIERA AIELLO che divenne testimone di giustizia o la giornalista SONIA ALFANO autrice del libro: ''Padre ti uccideranno ancora'' o RITA BORSELLINO che con i suoi scritti ha tenuto viva la memoria del fratello Paolo o come SIMONETTA AGNELLO che con il libro: '' Il Veleno dell'oleandro'' descrisse il potere delle Famiglie Mafiose.
Come non parlare di LETIZIA BATTAGLIA che con le crude immagini dei suoi ''Libri Fotografici'' documentò le uccisioni della guerra di mafia.
Tutte queste coraggiose donne hanno scelto di sopravvivere e di usare la scrittura come arma, rendendo visibile quello che il potere tende a nascondere; ma sta proprio in questo il valore degli uomini e delle donne che hanno fatto della letteratura la loro ragione di vita.
Rendendo visibile l'invisibile ed universale la trasmissione del pensiero critico, questi intellettuali hanno creato un ponte tra chi scrive ed il lettore inducendo loro e noi stessi a rapportarci con la società e con la nostra intima essenza.
Edvige Caggiano
TEATRO
Ribalta, quinte …
Gioia e lacrime inevitabili …
Fremito, estasi, fiori,
tuono incessante della sala gremita,
sorrisi, confidenza, timido sfiorarsi
e ancora solitudine …, impegno, fatica …
Coraggio – di battere malevolenti paggi ,
sguardi vili, ironia celata.
Audacia – di essere,
di affannarti la vita.
Fiducia – nella riuscita
con dolore nata …
Ma risuona l’anima
là – nella silenziosa sala,
gli occhi ti seguono febbrili,
palpitano le file dominate.
Sei Tu questo,
il Mondo è domato!
Annabelle
Forse un giorno …
/Alla Fallaci/
Un giorno
vorrei svegliarmi
col pensiero di pace,
di quella nostra sofferta,
cosi attesa,
insanguinata, disumana,
ma … pace, non più guerra !
Chi lo sa …
se un giorno noi ”umani”
saremo
quelli cresciuti,
maturi,
pieni d’amore
per la meraviglia qui, dove respiriamo-
quella stupefacente,
luminosa,
sfera azzurra -
a nostra Madre Terra?
Chi sa?
E’ un sogno questo da realizzare,
da difendere ancora …
dalla bestia crudele che c’è in noi,
quali bambini viziati che siamo!
Chi lo sa?...
Solo noi!...
Annabelle
- 1° Premio al 24° Concorso Europeo di Poesia e Cultura a Lecce, marzo 2010
MARE
Mare Blu e Mare Nero,
Mare Bianco e Mare Rosso...
Ci sono tanti mari nella nostra vita.
Ma noi siamo sempre gli stessi.
Quella vita che cambia e c’impone
il suo gioco strano, subdolo.
E ci ride in faccia con la sua faccia tosta, quella antica.
E noi?
Noi ce la dobbiamo fare alla sua faccia!
Anche quando si è arrivati alla cima del mondo,
o che abbiamo toccato il fondo...
Anche quando si è orfani di chi ci ha amato,
orfani dei nostri amati,
orfani di noi stessi conosciuti fin ora,
orfani di una vita sognata.
Ma ce la dobbiamo ancora fare...
Perchè è vivere la vita solo
che ci fa conoscere e amare nel modo divino
tutti quelli che da noi sono partiti per aspettarci...
Ehi, mare mare!
Annabelle
Anna Maria Petrova-Ghiuselev
L’utopia del futuro
Oggi si tende a non voler vedere che il mondo che abitiamo così indegnamente, avendo causato distruzioni a catena delle sue risorse naturali, devastazioni e violenze di ogni genere, l’annientamento del concetto di libertà e di crescita dei popoli, stia preparandosi a conoscere, senza troppi eufemismi e senza apparenti afflizioni, la sua vicenda ormai prossima alla conclusione. Ci si chiede che cosa può fare l’uomo di cultura in questa epoca così critica e smarrita, quali vie possono essere a questo punto praticabili. Sarebbe stato utile rivolgersi tale quesito diversi decenni prima: se scegliere di farci schiavi del potere politico-mercantile che ci poneva davanti agli occhi un futuro sfavillante di progressi tecnologici inarrestabili, o divenire noi stessi strumenti di liberazione, di conoscenza, di resistenza. Una scelta il cui esito è sotto gli occhi di tutti.
Malgrado ciò, molti di noi scrittori, poeti e artisti non riusciamo a rinunciare all’idea, utopica fin che si vuole, ma ferma nella coscienza, che potrebbe ancora esserci qualche segno certo di ragionevolezza su cui operare; che l’apporto vitale del pensiero creativo dell’arte, della poesia e delle scienze potrebbe costituire ancora, nella comprensione della realtà, una spinta e una risorsa sostanziale di salvaguardia dell’integrità della persona umana, grazie alla complessità della sua potenziale tendenza al rinnovamento, alla difesa sostanziale della natura e alla rivalutazione dell’idea del tempo.
Pur dando per scontato che la società dei consumi e dello spreco non esiterebbe a usare tutti i mezzi per abbattere simili orientamenti, si ritiene sia il mondo dell’arte, grazie al suo potenziale vitalistico, la forza capace di farsi carico di una “contro-cultura” che parta dal basso - attiva e radicale - dei bisogni dell’esistenza umana in grado di bilanciare le istanze provenienti dal mondo cibernetico-digitale e dall’ordine capitalistico. L’arte introduce una gran varietà di codici alternativi in movimento nel flusso di una temporalità condivisa dotata di memoria, introduce la contraddizione, una nuova leva capace di abbattere la rigida uniformità delle forme. Anche la crisi dell’arte è una realtà ben nota, ma spesso è la minoranza attiva, anche se sommersa, quella che dà la spinta più significativa, stimolata nella sua crescita dalla sua stessa ragione d’essere.
Senza escludere il coinvolgimento dell’altra arte: quello della parola scritta grazie alla capacità di far leva sulle risorse specifiche dei linguaggi creativi, non per tenerli in una sfera di separazione, ma per farli interagire nella gestione pubblica della realtà data la pulsione radicale e antagonista che li distingue. La poesia, dal canto suo, si configura come strumento di resistenza neg-entropica in opposizione alle entropie deterministiche che caratterizzano i processi standard delle posizioni tecnologiche della non contraddizione e della temporalità alienante. (G. Bachelard).
L’azione delle arti, coordinata dal pensiero scientifico, dovrebbe farsi conduttrice di nuove connessioni aperte a una molteplicità di azioni innovative sui molteplici fronti di una realtà in crisi. Centrale è il recupero della complessità della lingua, dei suoi valori e delle sue verità, valori che si esprimono nella molteplicità del patrimonio culturale e civile, valori radicati nella coscienza etica occidentale, messi oggi in crisi dall’invasione del digitale e dei linguaggi globalizzati. Non sembra utile, né desiderabile che la scrittura poetica si faccia competitiva coi media attualmente di moda, conducendo la poesia a gareggiare coi linguaggi del web formalizzati nei circuiti tecno- informatici e televisivi. Spetta piuttosto ai poeti, come agli artisti, finalizzare i linguaggi creativi a un cambio di paradigma, a una nuova progettualità a vantaggio delle minoranze, delle differenze, delle diversità, relazionarsi al di fuori di una visione individualistica priva di futuro.
Ognuno sa che ci vorrebbe tempo per arrivare a certe consapevolezze e ci vorrebbe…una vera democrazia che non c’è. Le arti, tutte, loro per prime, devono capire che con c’è più tempo.
Anche per le rivoluzioni non è più tempo, il rinnovamento delle idee non può essere affidato alle armi e, sicuramente, non a chi è solo assetato di potere e distruzione. Quando costui si vede con le armi in mano impazzisce. E torna ad essere la bestia che era. -
Marisa Papa Ruggiero
Le parole non pesano
Le parole non pesano e non occupano uno spazio. Eppure, pur non vedendole, sono spesso più potenti perfino di una guerra. Ad esempio le leggi sono parole e chi da i nomi alla fine comanda le cose. Contano e contano tanto. Il mondo che noi osserviamo lo guardiamo attraverso le parole, lo descriviamo riuscendo anche ad esprimere emozione. Sono come un binocolo che mette a fuoco un insieme di puntini che alla fine creano tutte le cose della vita. Per questo le parole, usate bene, sono rare e, come tutte le cose rare della vita, contano. Possono essere un ponte, una porta, un fine, un inizio, un ripensamento. Divengono pietre che vanno in giro con la tua voce costruendo o distruggendo. La nostra società sta in piedi su accordi che sono fatti di parole. La politica, ad esempio, che è la guerra dei nomi prima ancora che delle idee, definisce pienamente l’importanza delle parole e il loro utilizzo. Hanno la funzione di descrivere, creare, muovere l’opinione. Hanno il ruolo di riuscire a comunicare, divenendo così l’arma più antica e significativa dei popoli.
Come diceva Platone la parola è medicina e veleno. Noi viviamo nella descrizione che diamo al mondo Ecco perché il linguaggio diviene allo stesso tempo una necessità e un limite. Aristotele parlava di logos che è ragione e parola insieme. Per questo le parole nella letteratura, nella poesia, nelle canzoni, contano e se noi curiamo le parole, curiamo il pensiero, le scelte e alla fine la nostra libertà e la nostra democrazia.
Luigi Finelli -
Poeta e responsabilità civile
Sembra abbastanza retorico ritenere che al poeta sia affidata una responsabilità civile. Una responsabilità, nel dettaglio, che si inserisce lì dove è riconosciuto al poeta un peso intellettuale specifico, capace – cioè – di esplicitare gli intrigati contenuti del vivere umano e sociale al suo lettore e capace di rivendicare per se stesso una posizione con attenta e strutturata argomentazione. Quei tempi, da come può essere facilmente dedotto, sono abbastanza lontani. Perché l’individuo sociale non riconosce più uno specifico peso intellettuale, dettato quantomeno dalla constatazione in un poeta (o chicchessia) di un coerente sistema critico (propositivo ed espressivo). Perché i presunti nuovi intellettuali alternano due specifici comportamenti: sono intellettuali d’opinione e affermano con maggiore rigore formale ciò che generalmente si pensa; sono intellettuali d’accademia e, constatando il divario tra proposta critico-elaborativa e ricezione, bollano semplicemente come inutile ed inadeguato qualsiasi tentativo di instaurazione di un dialogo costruttivo, rafforzando – con una certa saccenza – il limite negativo rispetto alla cosiddetta massa. A mancare, inoltre, è anche un vero e proprio apparato ricettivo: gli individui sociali, tendenzialmente, leggono molto meno rispetto al passato. Gli stessi poeti, in buona parte, non leggono, alimentando un’inflazione produttiva che è più narcisistico-demagogica, che effettivamente ancorata al volere primario di fare letteratura.
Uno scenario, questo, a cui pare onestamente molto retorico ed ampolloso, come già facevo notare, affidare al poeta le dovizie di una responsabilità civile. Lo si può intendere, anzi, quasi come l’elegante tentativo di caricare il poeta e la sua attività “procreativa” (se tale può essere ancora definita) di un’aura mistica che fa più il gioco della postura trionfalistica ed ego-riferita, che della sostanziale fatica necessaria a questo simile impegno. Non sto facendo riferimento – sia chiaro – al tramonto di quella letteratura militante che, a cavallo tra primo e secondo Novecento, ha posto in essere la possibilità di uscire dalle fitte schermaglie del puro lirismo soggettivo per sferrare colpi analitici taglienti alle strutture e sovrastrutture delle sue società contemporanee. Sto semplicemente sostenendo che attualmente il poeta non è più garanzia di una pervasiva operazione di allargamento della visualità esistenziale, sociale e significativa degli altri individui sociali, perché non può rivendicare questa condizione nemmeno per se stesso.
Buona parte di chi scrive poesie, infatti, è un ignorante seriale. Ignorante, dunque, da leggersi nei termini di una constatazione. Ignorante nel senso di chi rifiuta di formare se stesso e la sua propria scrittura in maniera costante, sentita e pensata; fattore, questo, inevitabile per una poesia che è pur sempre forma artistica: quindi pratica quotidiana. L’egida dell’ispirazione, il sentimentalissimo sopravanzo di sensibilità, riconosciuto come condizione definitiva del poeta, sono necessari e sufficiente all’attività poetica, malgrado l’inflazione di soliti temi trattati, di forme espressive ormai vuote, di autentiche brutture artistiche. Il sano e buon amichettismo – in tal senso – si presta volentieri al gioco, barattando la possibilità mediatica con l’effettiva valutazione critica ed artistica: quasi come se fosse questione, appunto, di responsabilità individuale rispetto alla quale una brutta poesia può essere accettata se scritta da chi organizza il premio x o la rassegna y.
Una più ristretta parte di chi scrive poesia, invece, è infervorata dall’ipostatizzazione dell’atto poetico. Perché la parola poetica – da sola – potrà salvare il mondo. In una forma, nel dettaglio, di resistenza ad oltranza che pone la poesia anche come avamposto anti-capitalista. Siamo, allora, nel regno delle utopie, rendente i poeti degli invasati; ma anche dei pessimi sponsor per l’intera categoria. La visione analitica – per intenderci – mal perdona questa complessa visione messianica della poesia. Forse, anche la vita stessa mal perdona questa rigida elevazione trascendente del poetico.
Una setta, poi, di chi scrive poesia ama l’esoterico. Nella forma e nel contenuto. In una tecnologia di sfuggimento perpetuo, la capacità autentica della poesia di generare mondi di senso inediti diventa il modo per attualizzare l’intangibile (che, proprio perché intangibile, sarebbe bene lasciato intatto). Il talento – cioè – verso l’accorta resa artistica e verso l’autentica (stavolta sì) pratica poetica diventano motivo per trasvalutare lo stesso atto poetico, privando lo scheletro del verso del suo retroterra effettivo ed innestando una crociata artistica, che diventa da estetica ad esistenziale e politica in poesia. Perché oltre il poetico non vi è il mero fatto. Vi è il poetico: basta.
Un ultimo gruppo nostalgico guarda, invece, con intenti rivoluzionari al poetico. Da questo gruppo ci si attenderebbe il vero slancio. Quel movimento verticale ed orizzontale, capace di togliere ossigeno alle forme imbrattate del poetico e di trovare, con piena contezza, nuove strade per il poetico. È il gruppo – certamente – più saggio. Il gruppo più preparato e pronto a segnare la svolta. È, tuttavia, il gruppo rivoluzionario e come ogni buona rivoluzione che si rispetti è impositivo. Così si va avanti di ostracismi, di linee teoriche che già tagliano a fette le poesie antecedenti. Si proclama la scadenza del passato e la ricetta originale e definitiva del presente. È un po’ il fondamentalismo, che non guarda le macerie dentro casa.
Dinanzi a questo complesso scenario, al quale apparteniamo tutti (me compreso) in diverse forme, con quale coraggio richiediamo a ciascuno di noi, poeti o presunti tali, di rivendicare un ruolo civile determinante? Se anche questa domanda dovesse comunque sussistere, avrebbe comunque le fattezze di una deresponsabilizzazione.
Chi non riesce a scorgere la trave nel proprio occhio, come può scorgere la pagliuzza nell’occhio dell’altro?
Pio Fortunato Giansalvo


