Venerdì, 18 Settembre 2026

I 150 anni della nascita di Marinetti e l’esperienza futurista

Qualsiasi discorso si voglia oggi fare intorno all’arte d’avanguardia, non si può prescindere dall’esperienza futurista, nel senso che quell’avventura appare sempre più determinante per l’evoluzione della dinamica storica del concetto stesso di avanguardia: pur con tutti i limiti che noi oggi siamo in grado di evidenziare. Ed è questa probabilmente la ragione principale per cui risultò anche utile celebrare a suo tempo il centenario di questo complesso movimento. Com’è noto, per l’occasione vennero organizzate numerose manifestazioni in tutta Italia, a cominciare dalla mostra intitolata appunto “Futurismo” e ospitata nelle Scuderie del Quirinale. Il futurismo fu indubbiamente l’episodio intellettuale capace di sprovincializzare l’impianto strutturale della dimora artistica e non a caso, al di là dei francesismi amati e valorizzati da Marinetti, lo ritroviamo degnamente affiancato ad altri movimenti europei di cui fu probabilmente anche in buona parte ispiratore, e questo vale in particolare tanto per il surrealismo francese quanto per l’imagismo e il vorticismo inglese,o ancora per il cubofuturismo russo. Il che equivale poi ad inserire l’esperienza intellettuale di casa nostra in un circuito autenticamente internazionale.
Ma probabilmente il merito principale che assegniamo oggi al futurismo sta nel fatto che esso propugnò per così dire un ideale artistico universalizzante e circolare, un qualcosa che andava al di là delle barriere dei singoli stati ma, cosa più importante, che coinvolgeva lo spirito creativo nelle sue diverse proposizioni, spaziando dall’arte figurativa alla letteratura, dalla musica alla danza, dal teatro al nascente cinema: avviando in questo quel vero e solo processo di globalizzazione possibile che unisce e coinvolge cioè i diversi aspetti dell’attività intellettuale. Grazie a questa sua innata vocazione planetaria il futurismo fu anche però ispiratore di atteggiamenti e mode che trovarono nel campo pratico della politica una indubbia consacrazione.
E non a caso di futurismo si torna a parlare con insistenza in questo periodo a proposito delle recenti apparizioni di nuovi soggetti politici che si richiamano proprio al movimento di Marinetti e non pochi osservatori hanno cercato di verificare o vidimare un’ascendenza diretta o forse anche una filiazione con la storica creatura marinettiana che trovò tra l’altro a Napoli più che altrove un suo palcoscenico naturale. E corsi e ricorsi a parte, qualche considerazione ora si impone.
Ai primi del Novecento infatti si può dire che nella città di Partenope scoppiò la poetica del futurismo e fu una grande stagione di speranze ed aspettative. Tutto ciò che si presentava inedito, inatteso, rappresentava agli occhi dei suoi protagonisti la vera summa rivoluzionaria dell’arte e del vivere civile. A più riprese vennero organizzate poi “serate futuriste” con lo scopo dichiarato di spazzar via il vecchio e di ritrovare nelle novità più ardite il senso dell’esistenza più vera e genuina.
Per capire più a fondo la condizione culturale vissuta da Napoli in quel periodo può servire meglio di ogni altra analisi il resoconto di uno di quegli incontri famosi, forse il più celebrato, vale a dire la storica “serata futurista” che si svolse al Teatro Mercadante il 20 aprile del 1910 ( descritta minuziosamente, pur con una svista nella data precisa, da Francesco Cangiullo, vale a dire il maggiore propugnatore del futurismo napoletano, in una pubblicazione del 1930, intitolata “Le serate futuriste, romanzo storico vissuto”). Per annunciare la serata, uno dei giornali del tempo, il “Monsignor Perrelli”, uscì addirittura in una edizione quasi tutta in francese, la lingua preferita da Filippo Tommaso Marinetti.
Oltre che di Marinetti, l’evento vide la partecipazione di poeti come Palazzeschi, Altomare, Mazza, di pittori quali Boccioni, Carrà e Russolo e di un pubblico in sala rumoroso ed esagitato tra cui si riconoscevano Raffaele Viviani ed Eduardo Scarpetta. Napoli per così dire si accese di nuovi entusiasmi e tentò pure di svecchiare il proprio corredo iconografico: in questo risiede il merito del manifesto di Boccioni indirizzato ai pittori meridionali nel quale incitava gli operatori del Sud ad intraprendere nuove strade, a lasciar perdere le oleografie stantie del passato ed a farsi protagonisti di un’autentica rinascita, anticipando sicuramente una esigenza che, “mutatis mutandis”, resta per molti versi valida ancora oggi.
Allo stesso modo appare tuttora attuale l’urgenza di anteporre l’esperienza artistica alle pastoie consumistiche e agli intrallazzi di maniera o di regime che intendono disporre della creatività e soprattutto amministrarla secondo dettami e procedure che niente hanno a che fare con il ruolo e la funzione dell’artista. E soprattutto è fondamentale saper distinguere ciò che separa l’innovatore dall’impostore occasionale, nato magari dalla confusione mediatica in atto o dal falso rinnovamento conclamato ma mai provato. E qui il discorso si allarga inevitabilmente chiamando in causa proprio la nuova formazione politica e le sue capacità di imprimere una svolta, a Napoli come altrove. La pattuglia dei “neo-futuristi” napoletani che si stringeranno presumibilmente intorno al nuovo vate sapranno essere i rinnovatori delle forme della politica? La lezione del futurismo, proprio con le sue inadempienze realizzatrici, può o forse deve essere oggi un punto di riferimento critico da non sottovalutare giacché ci permette di capire fino a che punto l’ansia di rinnovamento riesce a manifestarsi liberamente sottraendosi alle subdole tentazioni di una ennesima omologazione sbandierata in nome del cambiamento ma utile soltanto ad ingenerare ulteriore confusione e conformismo.
Antonio Filippetti

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