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Viviamo tempi incerti e difficili; siamo assaliti ogni giorno da notizie tutt’altro che rassicuranti. In prospettiva un vicolo cieco sembra condurci a soluzioni drammatiche. I paesi di tutto il mondo si stanno riarmando, cosa che non accadeva da tempo e c’è lo spettro concreto di una guerra mondiale, il verificarsi di un conflitto intercontinentale che le generazioni uscite dalla seconda guerra mondiale, almeno in Europa, fortunatamente non hanno mai conosciuto. Tuttavia, a fronte di una prospettiva di questo tipo, pare non corrisponda un sentimento di comune preoccupazione e che non ci sia abbastanza vigilanza sull’argomento ma che si consideri l’evento non solo possibile ma in definitiva accettabile, come se facesse parte della vita di tutti i giorni. Eppure la nostra costituzione all’artico11 recita perentoriamente che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ora se la politica segue pedissequamente lo spirito dominante dei tempi ovvero sembra sempre più asservita alla logica e alla volontà delle lobby internazionali, non pare nemmeno di registrare una posizione netta e chiara di contrapposizione a questa cultura (?) bellicistica da parte delle intelligenze più avvertite e consapevoli. In altri termini stiamo assistendo ad un progressivo affievolimento delle capacità razionali, soggiogati anche in questo (ma non solo) dalle logiche di asserimento allo statu quo, all’accettazione e alla pratica di un individualismo fagocitato tra l’altro da mezzi di comunicazione via via sempre più appiattiti e adagiati sul mainstream del momento. Operatori della scrittura, dell’arte, del pensiero sembrano più che smarriti, assenti o poco propensi a far sentire la propria voce, dimentichi che altri “colleghi” nel passato hanno urlato il proprio dissenso pagando in alcuni casi addirittura prezzi altissimi, ma riuscendo a imporre alla fine una diversa direzione di marcia. I fautori della guerra a mo’ di scusa si trincerano dietro il detto latino “si vis pacem para bellum”. A costoro potremmo rispondere con questo ironico ma penetrante aforisma di uno scrittore, Achille Campanile, che recita così: “perché si fanno le guerre? Per assicurarsi la pace. Se per assicurarsi la pace occorre fare la guerra, non sarebbe meglio rinunciare alla pace? Almeno non si farebbero più le guerre”. Allo stato delle cose sembra sempre più necessario e addirittura indispensabile che i “produttori di creatività” facciano sentire con forza la propriavoce. Antonio Filippetti |
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2026-01-02
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