Se il pesce puzza dalla testa
 











Un famoso proverbio recita che il pesce puzza dalla testa. Il significato morfologico   sta nella constatazione che se le cose vanno male  la responsabilità principale di quanto accade è da ricercarsi di in primo luogo in chi   guida  per così dire la baracca. Vale a dire  che  in pratica    il responsabile  del fallimento di una determinata situazione  è da ricondurre a chi ha maggiori responsabilità gestionali. Da tempo, ad esempio,  registriamo l’arretratezza del nostro sistema scolastico che ha punti deboli  macroscopici: carenza di personale, attrezzature inadeguate, locali addirittura   sprovvisti di certificazione abilitativa e così  via. Ma  un  immenso punto dolente consiste  anche nei programmi che appiano non solo inadeguati  ma approssimativi e incapaci di assicurare quella spinta vitale che fa della cultura il motore della vita e può essere  poi per gli studenti la chiave di volta per il loro avvenire.
Si parla sempredi riforme  (non solo in verità per la scuola) ma all’atto pratico il rimedio per così dire si rivela peggiore del male. Proprio in queste ore  è in discussione l’ennesima riforma della scuola  (in materia è  rimasta  “inarrivabile” la proposta della Lega di alcuni anni fa che  intendeva regionalizzare lo studio della letteratura)  con tutte le polemiche  che ne derivano. Ma qui fa capolino  il senso di quel proverbio richiamato all’inizio; sembra  quasi una barzelletta ma è storia vera. Il ministro dell’istruzione  e del merito protempore Giuseppe  Valditara ha anticipato   le linee guida della prossima riforma ma il suo enunciato è un fortunale di errori  di ogni genere: non solo i congiuntivi usati diremmo alla Fantozzi ma il senso complessivo delle espressioni che al di là degli svarioni sintattico-grammaticali  risultano  incomprensibili, ai limiti dell’assurdo. C’è da chiedersi come  sarà possibile intendersi   se appunto la testa del pesce è questa e come meravigliarsi  poi se inostri studenti delle superiori non sono in grado di comprendere un testo “giornalistico” di trenta righe. Sembra davvero un processo irreversibile: frotte di  sedicenti medici si avvicendano al capezzale dell’ammalato ma nessuno è capace non soltanto di trovare il rimedio della  malattia ma neppure di alleviare i  dolori  e le pene del povero infermo.
Antonio Filippetti






2025-10-01


   
 



 
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