Maurizio Pollini, analisi di un mito
 







Rosario Ruggiero




Il 23 marzo scorso moriva Maurizio Pollini, pianista milanese, artista di fama internazionale dalla carriera lunga ben oltre mezzo secolo, riconosciuto come uno dei maggiori interpreti dei nostri giorni, anche e soprattutto delle musiche di Chopin. Doveroso il cordoglio, che non dovrà però condizionare una valutazione quanto più possibile oggettiva dell’arte del famoso musicista, espressa con la tranquillità della buona fede, affermata con la serenità dettata dall’opinabilità del giudizio, sostenuta con il conforto dei confronti poi suggeriti. Un impegno morale e civile intellettualmente imprescindibile, a stornare mitologia epocale, timori reverenziali e omologazione acritica del giudizio, a beneficio della migliore formazione dei neofiti e dell’esercizio critico di ogni ascoltatore. A questo punto non dovrebbe essere difficile convenire che ciò che costituisce lo spessore di un concertista è riconducibile essenzialmente a tre aspetti. professionalità, tecnica e musicalità. Perprofessionalità intenderemo il possesso e la padronanza di un congruo repertorio opportunamente vasto, la velocità nell’ampliarlo e la capacità di garantirne una decorosa resa esecutiva in qualunque contesto. In questo ambito le capacità di Maurizio Pollini sono state, sin dalla sua più giovane età, inoppugnabili e straordinarie. Per tecnica va intesa invece la capacità di padroneggiare il proprio strumento in termini di velocità e chiarezza dell’esecuzione, di ampiezza acustica, da un fortissimo reboante ad un pianissimo magicamente sussurrato, ma pure di bellezza e varietà del timbro. Ancora una volta appaiono limpide la capacità di Maurizio Pollini, almeno quelle di carattere squisitamente meccanico, ossia in termini di velocità e chiarezza, Circa le qualità del suo suono però non è che gli si possano attribuire quelle doti che affrancano il pianista dall’anonimato per farlo assurgere alle vette incantatrici di un Vladimir Horowitz, per quanto riguarda la cangiante varietà, esorprendenti, per quanto riguarda l’ampiezza dell’intensità, o alla generosità e alla bellezza del suono di un Lazar Berman o di un Emil Gilels, e alla loro strepitosa esuberanza virtuosistica. Ma quello che rimane sicuramente il punto più importante della trilogia strutturale del concertista è la musicalità, ossia la capacità di amministrare efficacemente le precedenti doti, grandi o piccole che siano. Ebbene le scelte interpretative di Maurizio Pollini finiscono col presentarcelo, in piena aderenza con questa nostra epoca di massima attenzione per l’efficienza e molto minore per la poesia, come un interprete analitico, attento a realizzare e rispettare le indicazioni dell’autore, che finisce col farci praticamente “leggere” con l’udito la pagina musicale eseguita. Impegno lodevolissimo che però assai difficilmente porta ad uscire dalle pastoie di un artigianato, per quanto accuratissimo. Dov’è, soprattutto nelle pagine romantiche, l’aristocratica cordialità di Arthur Rubinstein,l’espressività coinvolgente e civettuola di Vladimir Horowitz, la schietta passionalità di Emil Gilels, finanche l’ostentato funambolismo digitale di Georges Cziffra, l’impeto di Martha Argerich, la raffinatezza di Aldo Ciccolini o la cupa drammaticità di Sergej Rachmaninoff? Sono, questi, tratti della personalità che lumeggiano l’interpretazione, umanizzandola e caricandola di fascino. E, forse, è tutta lì la sottile poesia di un esecutore. Si confrontino, perciò, i musicisti testé citati impegnati nell’interpretazione dei medesimi brani e solo allora, al di là di mitizzazione epocale o necessità di fanatismo, si potranno cogliere liberamente pregi e limiti del grande Maurizio Pollini, come certo di qualunque altro, più o meno acclamato, sacerdote della musica.






2024-04-01


   
 



 
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