Una crisi irreversibile
 











E’ abitudine ricorrente e per certi versi inevitabile, tornare a parlare del ruolo e delle possibilità della città di Napoli quale  capitale trainante   di  sviluppo culturale.  Se ne parla in realtà da diversi decenni e se si volesse fare un bilancio dei risultati conseguiti delle numerose e appassionate analisi e proposte, bisognerebbe  parlare di un amaro fallimento.  Tra gli estensori di critiche, suggerimenti e aspettative mi iscrivo – verrebbe da dire purtroppo- io stesso e il disinganno nasce dal non esser riuscito o forse  non esser stato in grado  di   incidere in qualche misura sul terreno della funzionalità concreta.  Sta di fatto in ogni  caso che  per chi continua a  vivere  nel territorio di Partenope e non ha inteso abbandonarlo,   il desiderio di formulare  qualche proposta e condividere con altri un dibattito su quello chepotrebbe esser utile fare per dare  smalto alla città, è una tentazione irrefrenabile.
 Accade di conseguenza che intellettuali, studiosi, operatori a vario titolo della cultura continuano a impegnarsi con analisi e proposte com’è accaduto e sta accadendo ancora in questi giorni. In primis viene da chiedersi: ne vale ancora la pena visto che i destinatari   sono pur sempre i detentori diremmo del potere istituzionale? Il dubbio ovviamente nasce da una valutazione persino troppo elementare pensando cioè a come è ridotta la cosa pubblica e  qual è il livello culturale della classe dirigente nel suo complesso. Certo le idee non mancano e sono tutte apprezzabili: dare spazio alle commemorazioni per i settant’anni della morte di Benedetto Croce (e qui ci assale  l’amarezza per la prematura scomparsa di un amico crociano come Ernesto Paolozzi) o dedicare  un revival all’opera   notevolissima di uno scrittore come Raffaele La Capria  testimone di un  secolo di creatività; fare di Napoli una vetrina culturale permanente, un festival lungo un anno intero (anche se i festival fanno pensare ai premi e alla loro ormai acquisita inutilità); realizzare  un vero salone del libro, una vetrina aperta di dimensioni internazionali dove andare a “ripescare” (e rivalutare ) le tante intelligenze  della città precocemente (e stupidamente) dimenticate ovvero sacrificate   sull’altare della ricerca  della novità a tutti i costi. Così come potrebbe essere utile celebrare i tanti primati della città, dall’Illuminismo ai nostri giorni: letteratura, arte, scienza, musica, cinema, teatro uniti in un “carosello” senza uguali.
Ma poi….ma poi subentra anche un sentimento  di delusione quando appunto si pensa a quello che è accaduto, diciamo solo negli ultimi due decenni,  a come si è sviluppata (sviluppata?) la politica della cultura in città. E allora si è presi dalla tentazione di lasciarperdere,  di abbandonare una battaglia dove non c’è più nulla per cui lottare  e dove manca persino una via di fuga. Col rischio concreto di doversi arrendere all’evidenza del momento laddove il busillis sembra essere la disputa sui vari tipi di pizza e sul loro costo (sull’argomento è intervenuto recentemente con acuta ironia Antonio Fiore).E poi in questo panorama  per nulla esaltante mancano  quelli che dovrebbero essere i veri protagonisti e destinatari di un auspicato cambiamento, cioè a dire i giovani sempre più distanti dalla passione civile, persi  nelle diavolerie dei vari “device” elettronici, oscuri tributari di un apparato educativo che ha smarrito  qualsiasi autorevolezza e che appare semmai  definitivamente   incapace di  trasmettere  autentici valori culturali, dalla scuola primaria all’università. E allora il rischio è che stiamo rispolverando i pochi o molti sogni nel cassetto volendo magari ancora credereall’auspicio di Pascal secondo cui “per conquistare  il futuro bisogna prima sognarlo”.
Antonio Filippetti






2022-07-31


   
 



 
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