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Alberto Testi nel tempo

di Carlo Gentile

Ottant'anni; la volontà costante di umane esperienze nella politica, nel lavoro, nella emigrazione, nella realtà cittadina di ogni giorno; l'adolescenza materiata di rinuncie e lo studio alle scuole serali, l'idealismo della giovinezza immersa nelle battaglie politiche, la maturità oppressa dal silenzio; la fedeltà a se stesso ed all'arte fino alla fine. Per un ritratto di Alberto Testi basterebbero poche righe ed alcune scarne immagini.
Alla fine dell'Ottocento, Foggia era un centro di economia arretrata appena segnato dai lampi di qualche rivendicazione civile, ma sopra tutto divisa tra l'agnosticismo della plebe che credeva di avere conquistato il mondo, se era sceso di prezzo il pane, la tendenza della classe agiata ad evadere verso Napoli o a Nord, e la consapevolezza democratica di alcuni iniziatori, intesa a colmare gl'isolamenti e le incomprensioni dei diversi gruppi umani. Era il prezzo più caro ed anche più grigio, della crisi degli entusiasmi risorgimentali (vissuti talvolta di riflesso): l'arretratezza o addirittura la inesistenza delle strutture pubbliche, la qualificazione minima degli strati più numerosi, la persistenza dei privilegi, il sistema delle clientele, ]'analfabetismo, la violenza del coltello e del vino, la malaria. Francamente non penso si potessero fare grande posto, in tale atmosfera, l'amore per la pittura ed i quadri di Alberto Testi. Ma egli introdusse queste ed altre cose, prendendo il suo posto naturale in una generazione di pionieri professanti, sotto etichette diverse e varia intensità di sfumature, un idealismo civico sostanziale.
Un'altra prospettiva emerge allora dai suoi ottant'anni: rappresenta, del Testi, l'attualità umana, capovolge tentativi eventuali di definire; e nasce direttamente dalla storia la sua terra, per tornare ad essa il significato di un'epoca che camminò verso i flussi migratori e la ma guerra mondiale, quasi per fatale ansia espressa nel respiro della nuova generazione. L'impegno dell'artista e dell'uomo si manifesterà così ancora più valido e pregnante. Il ritratto diverrà per lui, documento di costume e direi un modo di guardarsi negli occhi con i propri simili. Era il punto di arrivo per l'artista, il suo definitivo consistere nel genere a lui veramente congeniale. Ma la galleria di rappresentazioni umane (prima ancora che " ricordi di famiglia ") lasciata da Alberto Testi ha significato la consistenza di una scelta, ch'era contemporaneamente apertura, verso il mondo. In quella Foggia, sopravviveva, sia pure tra i poveri diavoli, una poetica spontanea del pittoresco, e l'artista ne traeva i migliori modelli, quelli dei volti che dipingeva per se stesso, magari dopo avere -dato da mangiare e da vestire al cantastorie, al cieco, al barbone.
Impossibile purtroppo seguire Testi nei suoi Ottant'anni.
Egli non ha tracciato confessioni, non ha scritto memorie, ha rifuggito dalle confidenze. Ci appare ora interamente calato nella passione per l'arte, ma i documenti della sua stessa devozione ci sfuggono. In proporzione a quanto ha prodotto, diciamo francamente che poco è rimasto noto, non dico alla critica, ma agli stessi amici; e tanti dei suoi amici sono scomparsi.
Sappiamo dunque che gli piacevano le cravatte alla Lavalliére e i capelli lunghi, che diventava furibondo quando lo seccavano mentre stava dipingendo, perchè gli sembrava essere stato strappato ad un sogno, mentre quando sorprendeva gli apprendisti a cantare invece di lavorare, si metteva a cantare anche lui, che aveva portato dall'America una chitarra, la suonava ad orecchio, e tutte le mattine svegliava le figlie con un concertino per sollecitare l'andata a scuola.
Le prove amare della emarginazione, del carcere, e perfino di una sconsiderata minaccia di morte (da cui lo salvarono i suoi allievi) contribuiranno avanti con gli anni, a farne un solitario.
Egli poteva comunque irritarsi con se stesso e vivere in una trance animata, ma aveva il senso della realtà e più ancora quello dell'umorismo. Fu capace perfino di scherzare quando gli dissero che un suo quadro ceduto ad un allievo, figurava chi sa dove con la firma cancellata e sostituita. Durante una campagna elettorale arroventata, dipinse e sistemò in una notte, la figura che impersonava il titolo diabolico del locale giornale socialista, sul muro di cinta di una chiesa. E' entrato in definitiva nella curiosità e nell'aneddoto, ma non è sfuggito al destino che posa su Foggia da generazioni, reso facile dal tempo, dalle sventure collettive e dal disincanto di molti.
Era decoratore e maestro d'arte. Faceva l'operaio dei colori e dirigeva una banda volante di discepoli ai quali insegnava il mestiere e pagava la giornata di dieci ore lavorative (ancora in vigore all'epoca), mentre per coerenza socialista, richiedeva solo otto ore di prestazione. Tutto ciò interessa forse certi limiti; ma non si può t il fatto che un artista professi proprio rischio e sacrificio, la esigenza della evoluzione degli i che egli cioè non sogni solo guardi in terra e innanzi a sè, ti il più possibile.
Tappe di lavoro e di studio fu: Foggia, Napoli, Londra (ove seguì un suo maestro decoratore partenopeo), Parigi ed ancora l'Italia tornò per compiere il servizio n re e poi Foggia, Roma, Firenze de Janeiro, New York. Là visse,alcuni anni e si sposò don Vincenza De Stefano. Là esiste ancora un ramo dei suoi, la vedova e i figli del fratello Nicola. Sono poeti, musicisti ed artisti un poco tutti; sono trapianti di un'antica estrosa ancestralità del movimento e gli esemplari della emigrazione che onora l'antica Terra comune. Fondatore di un circolo socialista la cui bandiera era il drappo rosso con la fascia nera in diagonale, Testi disegnò testata del " Mefistofele " ai primissimi anni del secolo, partecipò nel 1902 all'apertura della Camera del Lavoro, iniziò la pubblicazione de "Il randello", e sarà massimalista dopo il congresso di Livorno 1919.
Tenne a Foggia studio al centr Corso Vittorio Emanuele, dal al 1903, fino a quando non si trasferì a Firenze e poi nel 1905 America. A Foggia ricomparve 1911, riaprendo lo studio in Piazza Cavour. Fu consigliere comunale 1914 al 1919, e tenne per qualche tempo la presidenza di un sindacato tra gli artisti in Capitanata. 1929 aprì una scuola di disegno ed una mostra personale permanente all'imboccatura di Corso Garibaldi, nel 1931 trasferì la stessa al principio del Corso Vittorio Emanuele ed infine si allogò al Corso Giannone in un pittoresco pianterreno che facevaa da casa, da deposito e da studio con uguale metro di confusione e di boemica eccentricità. L'Amministrazione Ferroviaria, una più moderne branche dello Stato unitario, accoglieva per le assunzioni nelle Officine, le dichiarazioni lasciate dal Testi maestro d'arte.
Fu maestro nei vari significati della parola. Faceva lezioni agli analfabeti, perché era convinto che l’odio, la violenza, la strumentalità, l'inndifferentismo politico, sono alimentati dall'ignoranza.
Ottant'anni densi di partecipazione alla vita di tutti sono sufficienti anche a comprendere la simpatia artistica delle contraddizioni. Alberto Testi non si rifiutò di eseguire commissione, il ritratto di un personaggio della Casa Reale, ma, ad un suo estimatore insigne, rifiutò. naturalmente i buoni uffici per la proposta del cavalierato. Decorò chiese (San Ciro, San Giovanni) e volte di conventi a Foggia e a Lucera, ma, al momento di uscire di scena, volle sulla sua bara solo la bandiera rossa della giovinezza indimenticabile. A riflettere, non sono contrasti, ma segni della unità vivente -che -distingueva la sua generazione. Una generazione di uomini abituati a tenersi tutto dentro, e, prima di tutto, il meglio di sè; per cui solo a fatica oggi si riesce a sapere che una volta, mentre stavano contemplando con la fantasia il mondo libero e pulito dell'avvenire, lui e gli amici furono richiamati al presente da' uno straccione e gli diedero due lire, tutto quanto avevano in tasca, messi insieme.
Si può dire in conclusione che il Maestro Testi abbia avuto dell'arte il senso costante della ricerca come verità ed umiltà. Con il suo popolarissimo musico cieco, egli ha inteso dire a tutti cosa.,può significare ad una certa età, tornare a casa, sopravvissuti al mondo degli altri, con pochi soldi in tasca e la semplice speranza di un bicchiere di vino, quando è sera, quando intorno è tutto buio, quando non si scorgono nemmeno le fiammelle dei lampioni.



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