Come anticipato, pubblichiamo la seconda parte degli interventi del convegno su “Letteratura è responsabilità civile” tenutosi alla Biblioteca Nazionale di Napoli per iniziativa della Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS) e della rivista Arte&Carte. Col prossimo numero completeremo la pubblicazione di tutti gli interventi.
LA LETTERATURA PUO’ CAMBIARE IL MONDO
Il tema di questo convegno voluto dalla FUIS e dagli scrittori è per ricordare l’impegno civile che possono esercitare gli scrittori attraverso le loro opere. Un impegno che si collega ai principi etici sanciti dalla nostra Costituzione ed in particolare all’art. 21, anche se si riferisce più direttamente ai giornalisti. Potrebbe sembrare banale, tuttavia in questo periodo storico le forme neo-nichiliste vengono diffuse facilmente attraverso i nuovi strumenti di comunicazione. Si diffondono così i malcostumi, le istigazioni alla violenza e le superficialità a scapito di una cultura educativa e formativa che ricerca le verità. I valori etici e morali non si sa più dove trovarli quando invece dovrebbero allocarsi nelle nostre coscienze. In un mondo così stravolto, ritengo doveroso l’impegno del mondo letterario per cercare di correggere le distorsioni sociali e comportamentali di un numero sempre più crescente di persone, per dare il proprio contributo ad aiutare l’umanità a ritrovare la dritta via smarrita nella selva oscura come insegna Dante Alighieri.
Oggi, tutti viviamo una enormità di disagi umani e sociali, e credo sia necessario che gli scrittori, nella diversità del proprio stile, del proprio estro artistico, abbiano la volontà di impegnarsi civilmente per correggere tutte quelle stoltezze umane che si stanno diffondendo rapidamente e perniciosamente come la gramigna. E’ intollerabile pensare che la guerra sia inevitabile, quando sappiamo che l’uomo può fare uso della forza della ragione. Si proprio la ragione distingue l’uomo da tutti gli esseri viventi. La capacità di trasmettere la conoscenza e la coscienza fanno la diversità dell’uomo come insegnava lo scienziato Antonino Zichichi. Tornando alla letteratura ricordo la frase di Giovanni Papini rivolta sia agli scrittori che ai lettori: “Il libro fatto è men che niente se il libro fatto non rifà la gente”. Un monito che noi scrittori e poeti dovremmo avere ben presente.
L’Umanità ha bisogno di pace, di quella pace perpetua che, come nel pensiero kantiano, deve essere presente sulla terra dei vivi, lasciando a parte quella del regno dei morti. Ed è proprio in tempo di pace che possono affermarsi i valori umani di rispetto, di uguaglianza dei diritti, di pari dignità nella diversità e di solidarietà umana.
Valori universali che come l’amore sono l’anima della vita nell’incessante alternarsi con la morte biologica, dove lo spirito resta immortale. Nello scenario esistenziale sono più i motivi che uniscono l’umanità che quelli che possono dividerla. Tuttavia troviamo archetipi e che vengono tramandati di generazione in generazione come se fossero verità rivelate e invece sono un vero inganno per tutta l’umanità. Lascio al lettore il compito di scoprirli perché sarebbe lungo enumerarli, citarli e spiegarli. L’impegno civile dello scrittore è un’immersione nella ricerca di verità, per educare al corretto uso degli strumenti che troviamo a disposizione. Oggi bisogna fare i conti con nuovi mezzi di comunicazione e nuovi strumenti, come l’intelligenza artificiale, che non possono essere fermati da nessun anatema. Bisogna conviverci e riuscire a farne l’uso corretto che potrebbe aiutarci nel percorso di vita, ma allo stesso tempo possono creare dipendenza come una droga virtuale senza usare sostanze chimiche. Questo è un male da evitare. E’ giusto porsi i problema dei nostri giorni come ha fatto recentemente Papa Leone XIV con l’enciclica “Magnifica Humanitas” ma non si potrà arrestare l’uso delle diverse forme di IA con il “vade retro Satana”. La visione di Pace, la richiesta di giustizia sociale e di libertà hanno bisogno di essere soddisfatte senza alcun dubbio, anche perché non è tollerabile che circa un miliardo di persone, uomini, donne, bambini e anziani vivono in condizioni di povertà assoluta. E’ inammissibile che, anziché sfamare e dare l’assistenza sanitaria di cui l’umanità necessita, si pensi a comprare armi con la scusa della deterrenza, e, ancora peggio, si fanno le guerre, spinti dagli egoismi di potere, con i soldi di tutti i cittadini che pagano le tasse e che inconsapevolmente diventano complici di delitti orribili, vittime di un cannibalismo dove il dio denaro e l’accumulazione di capitali vengono considerati più importanti delle vite umane.
Allora, gli scrittori hanno il sacrosanto dovere di ribellarsi, di scuotere le coscienze dei popoli, di condannare moralmente questo andazzo inaccettabile al quale non si può restare indifferenti. Diversi anni fa Primo Levi scrisse il libro “Se questo è un uomo” riferendosi ad Hitler. Una condanna per lo sterminio degli ebrei, ma anche un monito affinché non ci fossero più genocidi, ma anche una severa riflessione sull’essere uomini. Oggi parafrasando quel libro possiamo dire con determinazione e certezza: “Se questi sono uomini”.
L’umanità è inclusiva delle diversità e si trova al centro di ogni cosa, il “centro di gravità permanente” come diceva Franco Battiato in una sua canzone. Dobbiamo ricordarci che non ci sono esseri superiori ed altri inferiori, popoli eletti ed altri no, ma solo persone e popoli diversi l’uno dall’altro che vanno educati a convivere civilmente e dignitosamente, ricordando che la diversità è una ricchezza dell’umanità. I diritti umani sono universali, ma non basta averli scritti, bisogna che possano essere applicati con certezza della pena per chi non li rispetta.
Inoltre, la frase “mors tua, vita mea” dovrebbe essere sostituita da “vita tua, vita mea”. I principi umanitari e di uguaglianza dei diritti, sono valori inalienabili ed il rispetto reciproco è fondamentale per la civile convivenza pacifica. Dunque, la bellezza degli ideali degli scrittori, va divulgata responsabilmente per contribuire ad una crescita civile della società.
Salvatore Rondello
LETTERATURA E’ RESPONSABILITA' CIVILE
Sin da bambina alternavo giochi in movimento sfrenato a lunghe pause di lettura. Ovviamente all'epoca erano fiabe e tutta quella letteratura ritenuta adatta all'infanzia. Ma accanto a questi ,mia sorella ed io, davamo la caccia alla " Divina Commedia " (soprattutto per quanto riguarda l'Inferno) illustrata dal Dorè , che mio padre custodiva gelosamente in un armadio che avevamo scoperto di poter aprire con ripetute vibrazioni manuali sulle ante. Ci immergevamo allora in quel mondo sovrumano che un po' ci spaventava, ma ci attiravano quei corpi contorti e martoriati che raccontavano le loro vite contaminate da pulsioni umane spesso terribili. Forse il trucco di mio padre di nasconderci il libro accese in noi la passione per la lettura, per la rappresentazione scenica e per la pittura.
"Passione" ho detto, sì perché io non sono una scrittrice nel vero senso della parola, anche se ho spesso scritto testi teatrali, sono prevalentemente una persona di teatro che ha sognato da sempre di fare del cinema. Perché non l'ho fatto tranne che in qualche sporadica occasione ? Non a caso ho parlato di passione, perché il mio impegno nel sociale e quindi rispetto al teatro e al cinema , coincide con la mia passione di inventare un modo di esprimermi al riguardo, e mal sopporto, anche se alcune volte ci ho provato, la partecipazione a spettacoli di routine. Però la mia passione per il cinema l'ho espressa inserendo nel mio linguaggio teatrale incursioni nell'immagine filmica, e poi ancora facendo alcuni "corti" tratti dalle opere dello scrittore Bruno Pezzella .
Il mio impegno nel sociale l'ho anche espresso nell'insegnamento all'Accademia di Belle Arti come docente di Scenotecnica. Ho sempre cercato di stimolare la creatività degli allievi lasciandoli liberi di esprimere i loro mondi, dopo però, di averli messi al corrente del bagaglio tecnico per la realizzazione scenografica. Ho fatto anche di più per la conoscenza pratica della rappresentazione, coinvolgendoli in spettacoli teatrali, spesso scaturiti dalla mia trasposizione teatrale da opere letterarie.
La Letteratura è al centro della comunicazione umana, è quello spazio universale che ci consente di vivere tante vite del presente e del passato, aiutandoci a capire l'essenza umana. È il messaggio eterno e inequivocabile delle civiltà, che dovremmo in tutti i modi cercare di tramandare alle ultime generazioni.
Rabbrividisco quando sento annunciare, anche su Rai 3, trasmissioni che collocano il popolo napoletano tra quelli più tifosi e che più s'identificano nella passione per il calcio. Dove Maradona viene venerato come un dio, dimenticando la grandezza culturale e artistica di Napoli. Coadiuvati in questa aberrazione anche da personaggi che cercano affannosamente e continuamente un modo per essere sempre presenti. È questo che dovremmo tramandare del nostro passato, pieno è vero di luci ed ombre,ma pur sempre di una grande capitale che ha influenzato spesso il mondo intero?
Io non mi identifico per niente in tutto ciò!
Responsabilità civile è stata anche la necessità di ricordare e raccontare tutto il lavoro svolto da me e dal gruppo che mi ha affiancata per molti anni con la "Compagnia Teatrale la Riggiola" con annessa sede teatrale a piazza San luigi, dove svolgevamo un'attività poliedrica, ospitando gruppi di teatro, musica, poesia... che allora affollavano il panorama culturale, tutto questo è raccontato nel libro " Riflessi sullo specchio" , edizione Giannini, che vuole essere un modo per presentare i molti anni di ricerca teatrale, attraverso la rassegna stampa dell'epoca, affiancando momenti della mia vita, quando ho incontrato anche personaggi famosi, mentre ero alla ricerca di un modo di fare teatro che rispondesse, contemporaneamente alla mia responsabilità civile, la mia urgenza di esprimermi e allontanasse, il più possibile, la noia della routine.
Adriana Carli
LA VOCE DELLA LETTERATURA
I due termini, in cui si riassume quanto andrò sviluppando nel corso del presente sintetico intervento, rinviano a interpretazioni complessive, dato che sia la letteratura che la nozione di responsabilità non sono riferibili a momenti e/o fatti specifici, ma sono termini che abbracciano molte realtà, come la letteratura che comprende opere di filosofia, poesia, scienza, arte, e come la responsabilità che indica un atteggiamento globale che investe la sfera etica, politica, sociale, civile. Entrambi questi valori sfuggono ad una interpretazione riduzionistica, ma esprimono una varietà di orientamenti che germinano nell’ambito soggettivo, personale, ma si proiettano nella dimensione “altra”, che coinvolge gli altri nell’accezione più vasta.
Partiamo dalla letteratura: come accennato in premessa, per letteratura dobbiamo intendere tutta la produzione che, nelle diverse culture e tradizioni, ha avuto la scrittura come mezzo per esprimersi, e che comprendeva tutte le esperienze che investivano le attività di pensiero, filosofia e scienza, e quelle più in sintonia con la sfera ludica o creativa, con cui poi più direttamente è stata identificata la letteratura.
Ogni attività umana dovrebbe essere riferita, orientata, a favorire la crescita intellettiva, etica, relazionale positiva, così da concorrere a determinare una società viva, che cresce, matura, si sviluppa, e diventi responsabile degli effetti che si riverberano e si innervano nel contesto sociopolitico.
La letteratura, soprattutto nella versione racconto, romanzo, poesia risponde al bisogno personale di dare voce alla propria creatività che obbedisce preliminarmente al bisogno di soddisfare un piacere forte, la cui intensità è direttamente proporzionale alle energie che l’artista investe nella creazione del prodotto in cui riversa la propria creatività. Oltre a soddisfare l’intima vocazione al piacere soggettivo, la letteratura naturalmente si fa strumento di relazione con l’altro, nell’accezione più vasta, che comprende gli altri come persone singole, ma anche tutti gli attori che vivono nella società, nella comunità più o meno vasta, facendosi essa, la letteratura, occasione di educazione, di proposta di ciò che più può essere utile a migliorare la vita delle persone e della comunità. Ciò avviene quasi naturaliter, senza che esplicitamente lo scrittore si prefigga di suggerire norme di comportamento o di farsi precettore, a qualsiasi titolo, politico, religioso, nei confronti dei destinatari della sua opera. Certo, non sono mancati momenti, nella storia della letteratura e della vita politica, in cui gli scrittori hanno teorizzato l’engagement, l’impegno a proporre tematiche che fossero di supporto ad una specifica visione della politica, del mondo, così da essere e divenire pifferai della rivoluzione o della nuova società, come nella letteratura del secondo dopoguerra. In molti studiosi del processo creativo non sono mancati quanti hanno rivendicato all’autore libertà da motivi propagandistici, legati a ideologie specifiche, affermando l’estraneità del fatto artistico, poetico, a finalità oratorie, come le definiva Croce, teorico dell’atto lirico puro per quanto più direttamente legato al mondo della poesia. Ciò nonostante, pure rifuggendo da una concezione propagandistica della letteratura, pure rivendicando la piena libertà dell’artista, ciò che viene proposto al pubblico non può rappresentare l’omaggio alla libertà senza freni, alla proposta di visioni inneggianti ai disvalori comunemente intesi, così che diviene conseguenza naturale radicarsi in una prospettiva di responsabilità civile.
Questa espressione, adottando l’aggettivo “civile” con cui si arricchisce, non intende asservire la proposta letteraria ad un messaggio politico, di fazioni, di gruppi organizzati, ma propone di farne occasione critica di offerta di contenuti che possano essere di aiuto alla persona, indipendentemente dall’orientamento politico, religioso, filosofico, scientifico, perché la sua umanità sia difesa, promossa, potenziata.
E qui mi pare che sia stato utile riflettere su questa tematica, perché richiama la letteratura ad essere consapevole della propria funzione, che è sì anche di divertissement, di evasione, di libera creatività, ma non può farsi proposta di disvalori, che comprimono le ragioni proprie dell’umanità e impoveriscono sia le persone che le comunità.
Ad essa, la letteratura, intesa come termine del binomio che comprende la responsabilità, è affidato il compito di migliorare e rafforzare l’umanità che in ogni persona è presente e merita di essere salvaguardata, protetta, migliorata.
In questo contesto, la riflessione promossa, tesa a cogliere le possibili implicazioni della loro connessione, del loro intreccio, è quanto mai opportuna ed utile, capace di sottolineare una loro positiva, convergente azione a sottolineare la funzione salvifica della letteratura e funzionale a tutelare e promuovere il benessere personale e comunitario.
Nicola Prebenna
TESTI POETICI SUI DIRITTI UMANI
Ritornare a emozionarsi per spezzare le abitudini troppo frenetiche, robotizzanti, con novità migliorative per noi e per l’ambiente in cui viviamo.
Ritrovare la Bellezza oltre gli abissi della violenza dilagante, per passare dal desiderio sognato alla realtà, nel ricercare la somma essenza della Felicità, dando così vita ogni giorno al Futuro possibile oltre le voragini dell’odio nel sorriso dell’amore, della natura, del ricordo, della società, per ritrovare una nuova Rinascita oltre ogni oscurità nella speranza di una nuova alba.
RITORNARE A EMOZIONARSI
Per le strade, sugli autobus
gli occhi non si incontrano più,
immobili fissano schermi
senza sorriso, ciechi
nel riconoscere la verità
in dialoghi senza corpo.
I silenzi, interrotti da squilli,
scuotono gli animi apatici
che ascoltano onde di parole.
La gioia è priva delle sue ali,
l’ottimismo è una tunica nera,
la speranza è una luce fioca.
Bisogna ritornare a emozionarsi,
ad apprezzare il respiro del giorno,
le morbide note del cuore,
la leggerezza del semplice vivere,
ritrovando il centro dell’esistenza
nel desiderio di scoprire
i doni del domani.
ABBIAMO BISOGNO GLI UNI DEGLI ALTRI
È tempo
di ricostruire un mondo migliore,
per condividere le proprie debolezze
senza vergogna, senza filtri,
come specchio della diversità,
ricercando fra le ombre del passato
il miele e il fiele del genere umano,
oggi disorientato e fragile
in balia di una natura rabbiosa.
È tempo
di riscrivere in tutte le lingue:
“Abbiamo bisogno gli uni degli altri”,
al di là del colore della pelle
delle diverse religioni,
ricercando l’umanità vera
pellegrina nell’universo,
nel perseguire la felicità
come stelle del firmamento,
per non essere risucchiati
nel buco nero dell’egoismo.
ANTONIA DORONZO MANNO
LA LETTERATURA CIVILE TRA POESIA E PROSA DALLE ORIGINI AL NOVECENTO
La letteratura civile si manifesta sia in prosa che in poesia e presenta una sua precisa peculiarità definita dagli intenti dell’autore e conseguentemente dal contenuto e dalle coerenti scelte stilistiche. Affonda le sue radici ben salde nel contesto sociale in cui l’autore individua temi precisi come l’amore per la patria, la denuncia delle ingiustizie e disuguaglianze, la lotta contro l’oppressione, l’esaltazione della libertà, la condanna della guerra e la ricerca della pace, schierandosi su posizioni ben precise e facendosene portavoce. La letteratura in questo caso assume anche una funzione educativa, visto che ha come scopo non solo la rappresentazione della realtà ma anche la possibilità di operare su di essa un cambiamento.
Lo scrittore è principalmente un civis che si rivolge ai lettori cercando di portare la loro attenzione su questioni importanti per la società e scuotere così la loro presa coscienza e il conseguente impegno per migliorare la realtà da cives consapevoli. In questa prospettiva rivela tutta la sua potenzialità la parola, il ????? che, in quanto derivazione del verbo greco ???? (scegliere, raccontare, enumerare, ecc.) indica sia la parola e il discorso che la ragione (con i corrispondenti termini latini ratio ed oratio). Scrivere pertanto significa in primis scegliere le parole intese come strumenti di pensiero che definisce la realtà e successivamente si converte in azione.
Come afferma Johnny L. Bertolio in “Controcanone” "Scrivere è già scegliere. È decidere che certe cose meritano di essere salvate dall'oblio.": lo scrittore, scegliendo di parlare di un sopruso, lo strappa al silenzio, straccia l’omertà in nome della denuncia.
La funzione civile della letteratura delle origini si esprime nella poesia. Già nella Grecia classica spiccano autori che trattano argomenti politici e civili: Tirteo (circa 640 o 633 a.C. e???µ?a buon governo, ?p????a? esortazioni, ?µßat???a canti di guerra ), Solone (638-558 a.c. e???µ?a , buon governo), Alceo (630-550 a.C. circa, stas??t??? canti di battaglia), Simonide di Ceo (556-468 a.C.), Pindaro (518-438 a.C.).
Anche nel mondo latino la poesia è il genere deputato all’espressione di temi civili, in particolare in età augustea: Virgilio (70-19 a.C.), Ovidio (43-17 a.C.), Properzio (47 a.C.circa) propagandarono il programma politico di Augusto nelle loro opere in versi. Virgilio in particolare nell’Eneide celebra la discendenza di Augusto dalla Gens Iulia attraverso Enea e quindi direttamente da Venere, legittimandone in questo modo agli occhi di tutti il potere imperiale e il suo carattere sacrale, quindi non dicutibile.
Su posizioni nettamente opposte si situa invece la Pharsalia, in cui nella narrazione della guerre civili tra Cesare e Pompeo Marco Anneo Lucano (39-65 a.C.) esprime la condanna della nascita dell’impero in nome della celebrazione nostalgica dei valori repubblicani.
Successivamente, ancora in ambiente latino, si afferma un filone particolare della poesia civile, la satira, attraverso autori come Lucilio (180-114 a.C. circa), Orazio (65-8 a.C.), Persio (34-62 d.C.), Giovenale (60-140 d.C. circa) che nelle loro opere mettono in evidenza la corruzione e i comportamenti di personaggi contemporanei, arricchendo i versi di una funzione educativa volta a sensibilizzare i lettori verso l’acquisizione di valori più consoni alla società civile.
In età medievale il contesto storico, caratterizzato da rivalità e lotte sia tra i diversi comuni che all’interno delle realtà comunali tra le varie fazioni politiche presenti, stimola la produzione della letteratura civile, soprattutto in Italia. Si caratterizza ulteriormente la figura dello scrittore, che spesso si presenta come attore della vita politica, ricoprendo cariche pubbliche. Le opere diventano quindi anche strumento di affermazione delle proprie idee e di contrasto degli avversari, ben distinte rispetto alla poesia cavalleresca che, sia nel ciclo bretone che in quello cavalleresco, si focalizzano su ideali ed avventure del mondo cavalleresco.
Lo scrittore più rappresentativo del filone della poesia civile medievale è sicuramente Dante Alighieri, che nella sua Commedia rappresenta anche personaggi a lui contemporanei, denunciando la corruzione sia del potere politico che di quello religioso sullo sfondo del contrasto tra Papato ed Impero e dando sfogo alla sua personale sofferenza legata all’esilio e alla nostalgia della patria.
Dante, considerato non solo il Padre della lingua italiana ma anche il poeta Vate, che guida i cittadini verso l’esaltazione dei principi morali e la condanna dei peccati e dei vizi, che esprime il sogno di una Italia unita, non più “serva...di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta” ma soggetto politicamente unito ed indipendente. Anche in altre opere, come il De Monarchia, Il Covivio, il De Vulgari Eloquentia, le Epistole Dante esprime la propria visione della realtà e della politica animata da ideali morali e civili.
Ricordiamo poi altre figure di poeti civili minori, tra cui Iacopone da Todi, Bonvesin della Riva, Guittone d’Arezzo, Brunetto Latini, che nel suo Tesoretto esprime un intento educativo della poesia, considerato il maestro di Dante e da lui ricordato nel canto XV (vv. 82-85): “la cara e buona immagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna.”
Anche Francesco Petrarca prende una chiara posizione nel giudizio sulla società e sulla politica del suo tempo, percorrendo il filone della poesia civile con lo sguardo di un intellettuale cosmopolita che supera le chiuse lotte comunali e si ispira all’antica Roma come ideale di civiltà contrapposto al caos dilagante della realtà contemporanea. Nella sua canzone politica più rappresentativa“Italia mia, benché il parlar sia indarno” (Canzoniere 128), rivolge ai Signori italiani l’accorato appello a fermare le guerre fratricide in nome di un ritorno alle antiche virtù, denunciando inoltre l’uso di soldati mercenari. In “Spirto gentil che quelle membra reggi” (Canzoniere 53) si rivolge ad un personaggio virtuoso che si distingue in un mondo corrotto, animato da nobiltà e saggezza, identificato da molti critici con Cola Di Rienzo, rappresentato come la figura ideale per combattere la corruzione dei nobili e ripristinare l’antica virtus romana. Fiamma del ciel su le tue trecce piova (Canzoniere136) fa parte di un gruppo di tre sonetti (insieme a 137 e 138) in cui l’invettiva del poeta si scaglia contro la curia papale avignonese (che Petrarca conosceva in quanto vi aveva lavorato), rappresentata come una donna avida e corrotta, su cui invoca la punizione divina per essersi allontanata dalla povertà evangelica postulata dalla Chiesa primitiva.
A proposito di Giovani Boccaccio interessante è la critica di Roberto Leporatti che nella sua edizione critica delle Rime (Firenze, Edizioni del Galluzzo 2013) mette in evidenza come l’autore in diversi sonetti esprima una posizione critica rispetto ai mali della società del suo tempo come la corruzione dei costumi, operata specialmente dall’avarizia e dall’eccessivo amore per l’accumulo di denaro di una società prettamente mercantile, che fa rimpiangere nostalgicamente i valori morali del passato.
Passando al Quattrocento, secolo caratterizzato dal sorgere dell’Umanesimo che pone l’uomo al centro dell’universo culturale, filosofico, artistico virando dalla centralità religiosa che aveva informato il mondo medievale, la scoperta del mondo antico e la conseguente riscoperta dei suoi valori più significativi si snoda anche attraverso il ritrovamento di codici contenenti opere sconosciute o solo parzialmente sconosciute. (ad esempio le Lettere ad Attico di Cicerone e l’Institutio oratoria di Quintiliano). L’arricchita conoscenza del mondo classico trascina un significato politico, come acutamente osservato da Umberto Eco in Quattrocento Letteratura e teatro. Si afferma il cosiddetto Umanesimo civile definito ad opera di studiosi come Burkhardt, Baron, Garin, individuato soprattutto nella Firenze repubblicana dove spiccano le figure di Coluccio Salutati e Leonardo Bruni, entrambi cancellieri.
Questa nuova attenzione al mondo classico pone gli ideali civili della Roma repubblicana al centro dell’attenzione, influenzando la produzione letteraria, con una significativa fioritura di opere storiografiche e politiche. Nell’approccio ai testi classici depurati dalle interpretazioni allegoriche dell’epoca medievale una funzione essenziale è svolta dalla filologia e della conoscenza della lingua latina. Figure come Lorenzo Valla e Leon Battista Alberti operano attraverso gli studi filologici una corretta interpretazione dei testi classici che, attraverso la restituzione della verità storica (ricordiamo che Lorenzo Valla arriva a dimostrare che la Donazione di Costantino era un falso) assurgono al ruolo non solo di capolavori letterari ma anche di modelli di comportamento, di pensiero e di azione, realizzando una vera e propria rinascita della civiltà latina, intesa come modello di vita civile e moralità.
Il Rinascimento, che convenzionalmente si fa iniziare con la scoperta dell’America (1492) e terminare con la pace di Cateau-Cambresis (1559), segna un’epoca di grande rinnovamento culturale, scientifico, artistico. In esso l’antropocentrismo nato nel Quattrocento continua e si sviluppa sia nella prosecuzione dello studio dei classici, che nella rinascita delle arti e della scienza: pensiamo agli studi sulla prospettiva di Brunelleschi, al genio di Michelangelo e di Leonardo da Vinci, alla pittura di Raffaello, alla formulazione della teoria eliocentrica di Copernico.
La celebrazione della centralità dell’uomo resetta il fulcro sulla vita terrena, con una maggiore attenzione all’impegno civile e alla politica, che viene riconosciuta come scienza nettamente distinta dall’etica religiosa.
Nicolò Machiavelli ne Il Principe teorizza infatti la separazione della politica, in perpetuo equilibrio tra virtù e fortuna, dalla morale in nome della “ragion di stato”: l’obiettivo è il raggiungimento e la conservazione del potere e in ciò il Principe deve essere astuto come la volpe e forte come il leone per spaventare i lupi. Significativa la conclusione dell’opera con un appello a Lorenzo De’ Medici ad unificare l’Italia e a liberarla dagli stranieri.
Francesco Guicciardini invece si pone su posizioni opposte rispetto a Machiavelli, che considera non un realista ma un utopista. Nella sue opere, tra cui i Ricordi e la Storia d’Italia, esprime la convinzione che la Fortuna e non la Virtù domini gli avvenimenti umani, posizione in cui si coglie il venir meno della fiducia umanistica e rinascimentale nella capacità umana di orientare il proprio destino e quello della storia. La storia del resto non è vista da Guicciardini come magistra vitae e quindi secondo lui non ha senso volgersi al passato per ritrovare comportamenti esemplari,la discrezione (capacità di analizzare e comprendere i singoli accadimenti) e il particulare (il proprio interesse) si pongono come le due coordinate cartesiane dell’azione umana.
La poesia civile i anche in questo secolo è profondamente influenzata dal contesto storico, caratterizzato da una grave crisi politica: l’Italia, frantumata in diversi stati regionali, diviene preda ambita dalle monarchie europee e pertanto campo di battaglia (pensiamo al Sacco di Roma del 1527).
Petrarca, soprattutto nella canzone Italia mia, resta un modello di riferimento per la denuncia delle sventure presenti, nel generale anelito alla pace e al raggiungimento di un’unificazione che restituisca dignità all’Italia al pari delle altri Stati europei.
Torquato Tasso, le cui opere sono fondamentalmente ispirate a toni lirici e malinconici e orientate dalla sua condizione di poeta cortigiano, esprime tuttavia una vena di poesia civile nella sua opera più famosa, La Gerusalemme liberata, in un ideale di fede cristiana militante che sia anche elemento di unificazione e che risponde agli ideali della Controriforma.
Il Cinquecento si distingue inoltre per l’affermazione di poesia al femminile che, sebbene principalmente ricalchi il sentiero della poesia petrarchesca e dell’effusione lirica, tuttavia non si mostra scevra da un certo impegno civile che si scorge in riflessioni sulle temperie contemporanee e rivendicazioni sul ruolo della donna nella società. Ricordiamo Vittoria Colonna, la figura più famosa, che nelle sue poesie manifesta un profondo impegno morale e religioso, Veronica Gambara che esprime il suo parere sulle guerre che funestavano l’Italia mostrandosi così interessata e consapevole della realtà contemporanea; Gaspara Stampa, che nelle sue liriche amorose rivendica tuttavia la dignità della donna in una società dominata dalla figura maschile; Isabella Di Morra, che denuncia la violenza familiare e sociale.
Passando al Seicento la letteratura italiana in generale scivola verso la prevalenza della forma sul contenuto, nella generale tendenza a perseguire quell’effetto “meraviglia” che pare la costante del Barocco in tutte le sue manifestazioni culturali. Il contesto politico, economico e sociale dell’Italia dimostra del resto un’involuzione determinata da una parte dal dominio spagnolo e dall’altra dall’egemonia della Chiesa determinata dalla Controriforma che influenza la vita intellettuale e la visione politica. Questo secolo, in cui si afferma la scienza sperimentale ad opera di Galileo Galilei e che d’altronde è ingabbiato nelle superstizioni e nel controllo del tribunale dell’Inquisizione, è caratterizzato dal predominio di una letteratura per lo più di evasione, per un pubblico più vasto rispetto a quello delle corti cinquecentesche, ma assai meno colto. I modelli classici tanto osannati nei due secoli precedenti vengono abbandonati, la poesia civile segna una battuta d’arresto nel generale gusto proteso al trionfo della “meraviglia” e della retorica. Sopravvive una vena satirica visibile ne La secchia rapita di Alessandro Tassoni, mentre alcuni temi civili sviluppati da Giovanbattista Marino sono sempre declinati all’insegna della celebrazione del principe, nell’ottica, e nei limiti, del mecenatismo imperante.
Nel Settecento invece l’affermazione e la diffusione dell’Illuminismo potenziano la convinzione che la poesia, e la letteratura in genere, possa svolgere una funzione educativa e sociale costituendo uno strumento per istruire il popolo verso ideali di libertà, giustizia, eguaglianza, che saranno poi i cardini della Rivoluzione Francese, per cui la poesia civile conosce un periodo di grande esaltazione.
Ricordiamo Giuseppe Parini (1729-1799), Vittorio Alfieri (1749-1803) e poi, sullo scorcio del Risorgimento, Ugo Foscolo (1778-1827) considerato a lungo l’emblema del poeta civile, che ne I Sepolcri critica l’editto di Saint Cloud emanato da Napoleone nel 1804 ed esteso all’Italia due anni dopo, affermando con incisività la forte valenza civile dei sepolcri (“A egregie cose il forte animo accendono l'urne de' forti”) e della poesia in generale.
L’Ottocento, in cui si afferma il Romanticismo e si svilupperanno le lotte risorgimentali animate da ideali patriottici e nazionalisti, rappresenta un terreno fertile per la poesia civile. Già Giacomo Leopardi, nelle prime Canzoni (1818), esprime un ispirato patriottismo: All’Italia condanna la sottomissione dell’Italia cantata come una donna sofferente, all’impero austriaco e Sopra al monumento di Dante compara la decadenza politica e morale d’Italia contemporanea alla grandezza delle civiltà greca e romana con un intento esortativo rivolto ai giovani nei quali auspica un rifiorire dell’orgoglio patriottico nazionale.
Lo scrittore che maggiormente esalta la poesia civile ottocentesca è Alessandro Manzoni, che in essa effonde liricamente i suoi ideali patriottici, civili, religiosi e storici. Nelle Odi scritte tra il 1814 e il 1821, Marzo 1821, Il Cinque Maggio, Aprile 1814, Il Proclama di Rimini afferma con decisione l’indipendenza dei popoli e il diritto della libertà contro la dominazione straniera, aprendo la porta all’ideale di una nazione libera, unita ed indipendente. Ideali espressi in prosa anche nel romanzo I promessi sposi ,che sotto la finzione del romanzo storico ambientato nel seicento sotto la dominazione spagnola, adombra la condizione dell’Italia contemporanea all’autore sottomessa gli Austriaci, esaltando il senso della giustizia sociale, l’eguaglianza tra gli uomini, il rispetto della dignità degli umili e la condanna dei soprusi esercitati da un potere vessatorio ed iniquo sullo sfondo della Provvidenza, che nel suo intervento nella Storia non esime l’uomo dalla lotta attiva e responsabile contro il Male a favore del Bene.
Nella seconda metà dell’Ottocento, scavalcata la fase risorgimentale e costituita l’unità d’Italia, continua la celebrazione degli ideali patriottici tra l’entusiasmo della nuova nazione appena costituita e l’insorgere delle prime delusioni ed inquietudini per la difficoltà di colmare il divario sociale ed economico che si presenta sempre più stridente con la raggiunta unione politica.
In questo terreno acquista spazio la figura del “poeta vate” che interpreta la funzione di portavoce della nazione ed assume un compito educativo nei confronti dei novelli cittadini italiani. Giosuè Carducci è lo scrittore più rappresentativo di questo ruolo, esplicitato nelle Odi barbare e nelle Rime nuove, in cui il ricordo e l’esaltazione di un passato eroico che si esprime nella celebrazione della classicità si coniugano con i richiamo all’amore patriottico e l’affermazione della libertà e dei valori repubblicani nel presente.
Anche Gabriele D’Annunzio si ammanta del ruolo di “poeta vate”, che esprime con toni certamente più retorici e indirizzati al culto del Superomismo che risente dell’influsso nietzschiano e che si traduce nella figura di un intellettuale-guida per la Nazione, ispirato dalle grandezze della Roma imperiale, proiettato verso imprese gloriose e ispiratore di una politica nazionalista volta al raggiungimento della potenza e della supremazia. Il suo ideale di poesia civile è maggiormente espresso nelle Laudi, specialmente nel libro di Elettra, dove celebra l’esaltazione della patria con toni retorici e nazionalisti, ma anima tutta la sua poetica fino a giungere alla celebrazione di Fiume nell’impresa del 1919.
Il Novecento, del resto, con le due guerre mondiali e la Resistenza, mostra un terreno fertile per la letteratura civile che, oltre a percorrere la strada della poesia che sin qui abbiamo visto essere il canale privilegiato del genere, comincia a trovare espressione anche attraverso grandi opere in prosa.
Ungaretti e Quasimodo, che pur non avendo partecipato direttamente alla guerra mondiale fece l’esperienza del carcere per il suo impegno antifascista, uniscono l’afflato lirico all’impegno civile mostrando attraverso la poesia le atrocità della guerra come denuncia e monito all’umanità. La poesia si muove su un iter evolutivo che parte dall’Ermetismo e conduce a svolte nell’impegno politico. Interessante a questo proposito l’analisi di Ernesto Galli della Loggia proposta nell’opera Poesia civile e politica dell’Italia del Novecento. Eugenio Montale esprime la sua vena di poesia civile contro il fascismo e la guerra ne La bufera e altro, per assumere toni sarcastici in Satura.
Umberto Saba, ebreo, attraversa dolorosamente gli anni della seconda guerra mondiale, cambiando undici nascondigli nel solo anno 1944. Come afferma Fulvio Senardi in Petrarca, icona polemica del Saba “civile” in occasione del convegno celebrativo del VII anniversario della nascita di Petrarca promosso dall’Università di Trieste nel 2004, dopo la fine del conflitto “Per la prima volta Saba appare perfettamente consapevole della funzione civile della poesia e dei doveri etici dello scrittore, e si sente chiamato a fare la sua parte per raddrizzare, nei limiti concessi a chi abbia la pena come arma, la pianta-uomo che era andata crescendo storta.”
Dalla metà del Novecento la poesia civile trova spazio nelle opere di Vittorio Sereni, Elio Pagliarani, Franco Fortini, Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti, che si mostrano radicati nella società contemporanea mostrando una profonda capacità di analisi e conseguente denuncia delle contraddizioni e dei mali.
La narrativa di ispirazione civile nasce nell’Ottocento, profondamente intrecciata con le lotte per il raggiungimento dell’unità nazionale in un’Italia politicamente e culturalmente frantumata. Incarna il sentimento patriottico, è animata da un intento educativo nel risvegliare le coscienze al fine di combattere per l’unificazione. Nella prima metà del secolo si afferma, sulla scorta di Ivanhoe di Walter Scott, il romanzo storico: oltre a I promessi sposi di Manzoni, di cui abbiamo già parlato, ricordiamo La battaglia di Benevento di Francesco Domenico Guerrazzi (1827), Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo (1858), Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta di Massimo D’Azeglio (1833).
Nella seconda metà dell’Ottocento, su influsso del Positivismo e del Naturalismo francese, si afferma il Verismo con caratteristiche regionalistiche, che esprime l’impegno di mostrare e denunciare le condizioni di vita degli umili con toni di oggettività e forte pessimismo. Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Grazia Deledda, Matilde Serao e altri scrittori minori come Renato Fucini, Caterina Percoto considerati non propriamente “veristi” ma appartenenti alla cosiddetta “letteratura rusticale”, portano alla luce realtà locali che evidenziano la grave frattura esistente nell’Italia post unitaria tra nord e sud e tra ambienti urbani e rurali.
Nel Novecento la narrativa civile si sviluppa in maniera considerevole, assumendo l’impegno di testimonianza di eventi storici drammatici come le guerre mondiali, la Resistenza, il Fascismo e il Nazismo con il genocidio degli Ebrei, ma anche di denuncia del rapporto tra potere e mafia, dell’impatto dei conflitti bellici sull’esistenza delle persone comuni, ecc. Acquista evidenza la testimonianza individuale, attraverso il racconto in prima persona, specialmente negli anni del dopoguerra e la letteratura assume anche un impegno politico.
Il Neorealismo, che si afferma negli anni ‘45-’60 riprende temi del Verismo, con l’esigenza non solo di denunciare i problemi della società ma anche di creare una memoria storica degli anni della guerra e del dopoguerra.
Ricordiamo alcuni autori fondamentali del Novecento come Primo Levi, che racconta in maniera cruda la sua testimonianza di detenuto nei lager in Se questo è un uomo (1947); Italo Calvino che affronta il tema della Resistenza ne Il sentiero dei nidi di ragno (1947); Carlo Levi che evidenzia l’arretratezza del mezzogiorno rurale e l’isolamento del mondo contadino durante la sua esperienza di confino in Cristo si è fermato a Eboli (1945); Pier Paolo Pasolini, considerato da molti come l’autore civile più rappresentativo del secolo, ultimo poeta-vate, che nelle sue opere (romanzi, poesie, saggi) mette a fuoco la trasformazione d’Italia, con la scomparsa della cultura contadina e l’avvento del consumismo; Beppe Fenoglio che ne Il partigiano Johnny rappresenta uno spaccato della Resistenza italiana; Elsa Morante, che ne La storia (1974) inquadra la sofferenza degli “umili” sullo sfondo del grande affresco della seconda guerra mondiale; Giorgio Bassani che ne Il giardino dei Finzi-Contini denuncia le leggi razziali ricostruendo il clima di quei terribili anni; e ancora Cesare Pavese, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Ignazio Silone…
In conclusione la scrittura e la lettura, al di là dei diversi generi letterari, non costituiscono strade di fuga dalla realtà, anche se si tratta di letteratura d’evasione. L’impegno civile, nella fattispecie, rappresenta il senso più alto che può animare lo scrittore, poiché si mette al servizio delle coscienze e contribuisce fattivamente alla formazione del cittadino, di un cittadino consapevole che sia libero attore della propria vita e costruttore di una società migliore dove non trovino più spazio gli errori del passato.
Fabia Baldi
Verum est factum: il pensiero di G.B.Vico come responsabilità civile
l’irrompere dell’immaginario nella “Scienza Nuova”.*
La Scienza Nuova è la ricerca dei principi dell’Umanità, una “filosofia dello spirito” e una “psicologia sociale”. Il Vico ci fornisce gli strumenti interpretativi dello svolgimento storico e una compiuta “filosofia della storia”, per la ragion di stato.
Carlo Cattaneo, autore della Psicologia delle menti associate (1859-1863), riconobbe nella sua opera una prima psicologia dei popoli, di cui pretesero d’essere gli inventori i Tedeschi. Ogni principio o ogni trasformazione è nella mente umana; non “è”, ma “diviene”, secondo una gradualità performativa di un processo che perviene allo stato di responsabilità civile della <<Ragione umana tutta spiegata>>. I “corsi” e i “ricorsi”sono da intendersi come “gradi” di un’evoluzione-rivoluzione storica e non un ciclico percorso senza via d’uscita, cristallizzato in leggi invariabili e assolute e destinato ad un immobilismo gattopardesco senza precedenti. “Il natural corso delle cose umane civili” non può essere affidato ad un prefissato tempo cronologico, ma ad una “intermittenza” della coscienza storica, sempre in progress e alla fulminea rapidità dell’intuizione creatrice, <<che ha tutta l’aria di una grande rivelazione>>.
Questa concezione porterà inevitabilmente al rifiuto della retorica, le cui norme avevano, invece, grande importanza, sia nell’antichità, sia nel Medioevo che nel Rinascimento. G.B.Vico, esponendo via via la “nuova scienza”, attiva una nuova considerazione della realtà, nella sua complessa radialità, richiamando l’attenzione sul processo storico e sul vivere civile e, quindi, sulla sua correlata responsabilità, che non è data solamente da uomini particolarmente dotati da una spontaneismo ingenuo e ferino, tanto poveri di raziocinio, quanto ricchi di fantasia “corpolentissima”, ma al tempo stesso, dominati dai propri sensi e tormentati da passioni impetuose. Pur essendo un anticartesiano, aveva posto a fondamento della sua speculazione un presupposto ancora intellettualistico, e, quindi, di un anticogito, che concedeva la priorità ideale dell’intelletto sulla fantasia, della logica sull’estetica. Nonostante tutto, la forma primigenia di “conoscenza” è quella “intuitiva”, di “sapienze poetica”, ma la priorità ideale è da assegnare alla fantasia e all’immaginazione.
Desideroso di rendere pubblica la sua opera, aveva offerto la dedica al ricchissimo cardinale Lorenzo Corsini, ripromettendosi un aiuto finanziario per la pubblicazione. Rimase deluso, perché il porporato dichiarò di non poter sostenere le spese e fu costretto a stampare il lavoro e spese proprie.
*Questa nota critica è sta letta il 28 Maggio 2026 alla Biblioteca Nazionale di Napoli, Sala Rari, in occasione del Convegno Nazionale di Studi: “La letteratura è responsabilità civile”, Il ruolo degli scrittori nell’era dell’incertezza, promosso dalla FUIS di Roma (Federazione unitaria Scrittori) con il coordinamento di Antonio Filippetti, la presentazione del Presidente Antonio Natale Rossi e con la partecipazione di scrittori, poeti e giornalisti.
In alcune “degnità” sono compendiati gli assiomi ispiratori della “scienza nuova”, nel porre le premesse e le intuizioni fondamentali della sua psicoestetica. A conforto della responsabilità civile, estrapoliamo dal Libro primo Sezione seconda questo lacerto: <<La legislazione considera l’uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia, dell’ambizione, che sono i tre vizi che portano a traverso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e sì la fortezza, l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicità>>. Queta affermazione non si discosta molto dalla virtù machiavelliana, per il raggiungimento dei propri fini, visti alla luce dell’esperienza psicologica, perché <<gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura>>. Il Vico esprime il percorso della mente nel suo sviluppo, simile alle fasi che egli vede nelle vicende storiche: inizialmente, c’è la sensazione priva di coscienza, poi la consapevolezza di ciò che si sente, e, poi, la centralità dell’Io, nella forma del sentimento e dell’emozione poetica, e, infine, una dispiegata razionalità. L’emozione poetica è “il più sublime lavoro” che <<alle cose insensate>> dà “senso e passione” ed è <<proprietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive>>.
La realtà fantasmatica irrompe prepotentemente, perché non rappresenta un capriccio dell’immaginazione, ma un “principio di realtà”, che produce un pensiero emozionale e un possesso reale del mondo, da parte dello spirito umano.
La fantasia rifugge dall’astrazione che è una peculiare caratteristica dell’intelletto e dà ai concetti un’apparenza concreta e sensibile. Le immagini fantastiche, create ex nihilo, non rappresentano un capriccio dell’immaginazione, ma un’ontologia positiva della mente, che produce un pensiero emozionale e un concreto impatto da parte della coscienza. Nel mito degli uomini primitivi c’è l’infanzia del mondo; il Vico definisce indirettamente le scaturigini profonde della poesia come creazione e produzione di cose concrete, anche se nate apparentemente in astratto dalla fantasia. I poeti, immaginando, credono ai loro fantasmi, nati dalla loro stessa fantasia, incessante fucina di intuizioni. Il loro inquieto sentire di un “animo perturbato” prelude alle grandi intuizioni di un superiore ordine del mondo, in relazione ad una responsabilità civile di un ordine sociale della loro vita: celebreranno nozze legittime, daranno degna sepoltura ai defunti, moralizzeranno la vita pubblica, amministreranno la giustizia, osserveranno fedelmente le leggi e rispetteranno le cerimonie del culto, per tutto ciò i poeti sono detti teologi. L’inquietante e miracolosa presenza degli dei incuterà (timor dei), trepidazione, ma anche una devota riverenza per la divinità, nell’osservare le norme della vita civile.
La poesia è un momento conoscitivo di un pensiero emozionale, che fa riflettere con “mente pura”, su “questo mondo civile”, per ritrovare <<i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana>>. Vico allude a una degnità che la mente umana, immersa nella struttura corporea, è portata a considerare le cose del mondo fenomenico, piuttosto che quelle della vita del profondo e della sua spiritualità. Il divenire della storia è rapportato alla trasmutabilità della mente dell’uomo: il mondo reca in sé la matrice dell’animo umano; riflette, in parallelo, in una sorta di osmosi, vicende e avvertimenti della storia, attraverso una specula autoriflettente.
La letteratura, la filosofia, e, in special modo, la poesia sono il tramite privilegiato per una responsabilità civile in G.B.Vico, in tale direzione viene coinvolto anche il diritto e la teologia e tutti quei principi, secondo i quali si svolgono le civiltà di tutti i popoli e le loro istituzioni fondamentali. Il sentimento dell’emozione poetica ha le sue certezze oggettive, perché esprime immagini di una realtà definita e concreta, nel segno dell’empito creativo.
La civiltà di tutti popoli ha un’origine germinativa comune nei tre istituti fondamentali del vivere civile, un concetto rilevato sapientemente dal Foscolo, nei Sepolcri, come profonda <<sapienza riposta>>.
La poesia non viene più sottoposta dal Vico al vaglio di un astratto razionalismo, ma i poeti dei tempi barbarici, come Omero, dotati di senso e fantasia, esprimono l’alta poeticità delle passioni e un sistematico processo di autocoscienza.
L’attività fantastica e lo scenario fantasmatico della poesia sono, per Vico, un presupposto della sua esperienza di vita, dettato dal pensiero emozionale e da una malinconia, che coincide con il sentimento inquietante del vivere.
Il suo punto di partenza è il tentativo di comporre un nuovo sistema intellettuale, in cui la scienza del vero si accordi con la scienza del certo: non pura erudizione, né pensiero astratto, ma una scienza del dato certo che si correli alla scienza universale del vero.
L’inconscio collettivo dell’umanità, lontano dall’astratto tribunale del cogito, è avvertito come necessario ed essenziale divenire storico. La fantasia non è più la “pazza di casa”, ma un momento fondativo della vita emozionale dei poeti e dell’animo umano, nel segno dell’incivilimento della ferinità di un popolo. Il compendio del suo pensiero approda all’idea della Provvidenza, <<architetta di questo mondo delle nazioni>> e ad una fedele religiosità cattolica. Non un’arida successione di notizie, ma una narrazione puntuale di ciò che è stato fatto dagli uomini.
Vico approfondì le sue conoscenze storico-giuridiche con il pensiero del giurisdizionalismo di Grozio, che aveva cercato e trovato nella razionalità il fondamento delle leggi della convivenza e della responsabilità civile. La sua costante preoccupazione critica è che la nuova scienza confidi nell’assolutezza e nell’universalità dei propri mezzi e che non riconosca i limiti della ragione umana e che indebitamente generalizzi un metodo che non deve essere il solo strumento di investigazione; egli propende per il metodo che dia spazio ad altri strumenti ermeneutici, senza togliere spazio e attendibilità a tutta una serie di funzioni psichiche non operanti secondo principi matematici, ad esempio, la fantasia, l’immaginazione ed altre attività di tipo non logico come l’arte e l’eloquenza. Sotto il profilo epistemologico, Vico rivendica la dimensione dell’incerto nella quale si collocano l’agire umano, il vivere civile e la struttura dello Stato. È impossibile applicare a tali categorie logico-matematiche l’evidenza e la deduzione, se il filosofo vuole elaborare nuovi strumenti cognitivi ed ermeneutici; per la riabilitazione del diritto, è necessaria una prospettiva storica e pragmatica: le leggi si interrelano all’utilità civile, si modificano in rapporto all’evoluzione della società e vanno studiate in questa duplice ottica.
L’analisi vichiana è rivolta all’universo del pre-razionale, a quell’oscuro labirinto del subliminare e al suo manifestarsi, in modo discutibile, sul piano piscologico-individuale e storico-sociale. Sensi e fantasia, passioni e intelletto sono direzionati dal <<dettato della ragione umana tutta spiegata>>, ma anche da forze irrazionali centrifughe ad ogni controllo cosciente. In modo radiale, Vico propone un’intellezione cognitiva di “universali storici”, per comprendere la dinamica profonda del loro divenire.
<<Nozze, tribunali ed are>> hanno una specifica costante di funzioni psico-sociali, nel loro percorso progressivo-ascensionale, concepito nella dialettica di inevitabili cicli regressivi. Una logica interna non definisce il ripetersi meccanico dei “ricorsi”, favorisce, però, un’evoluzione in progress di un percorso infinito della <<storia ideale eterna>>, ma anche reale, nella sua discontinuità uniforme.
Contro il razionalismo cartesiano, Vico difende i diritti della fantasia e della memoria storica, componenti essenziali della poesia; rivendica, altresì, il valore della retorica e dell’eloquenza; confuta l’unicità del metodo della ricerca e degli studi; presuppone il libero arbitrio dell’uomo, sostiene la peculiarità della scienza morale e politica non suscettibile di certezze assolute. Non si può avere scienza del proprio pensiero (cogito ergo sum), perché si ignora, in qual modo, il pensiero si produca e non si ha la contezza del funzionamento della mente. Si ha, dunque, coscienza della propria esistenza e non scienza del proprio pensare, che, talvolta, disvela segnali inquietanti della scena psichica, a noi sconosciuti.
“La facoltà dell’immaginativa” ha in sé tutte le potenzialità dell’ingegno umano, di quel quid divini, che ci lascia esterrefatti, quando subentra l’inconscio con la sua attività onirica, sotto le mentite spoglie della fantasia, vero detonatore dell’immaginario. È l’idea freudiana di un Io non più dominato dall’onnipotenza del “cogito cartesiano”, ma continuamente esposto alle sollecitazioni dell’Es, del mondo dei desideri e delle pulsioni, che scompone la solidità dell’Io, attraverso il suo “polimorfo” dinamismo. Vico aveva intuito gli archetipi dell’inconscio collettivo di Jung e il processo di individuazione, che sfugge alla coscienza dei “resti diurni” e al “mundus imaginalis” della filosofia neoplatonica.
La fantasia è, per lui, la facoltà conoscitiva per eccellenza e le produzioni della scena onirica sono ad esse correlate, perché egli vede nella componente attiva e produttiva della facoltà immaginativa <<il primo fonte della felicità umana>>, nel <<vano desìo d’esser beati>>.
Carlo Di Lieto
Per una poesia civle
NON TOCCATE I BAMBINI
Non toccate i piccoli.
Non toccate le loro ferite,
accogliete le loro lacrime,
spezzate i tanti egoismi
simili ad onde del mare
che annientano
fino a togliere il respiro.
Non toccate i loro sogni.
Fateli camminare
verso la libertà dei loro pensieri.
Non toccate i bambini,
non toccate i bimbi,
maledetti.
Fateli accarezzare dal sole,
fateli crescere
sotto le grondaie della vita,
fateli crescere
perché sono vita….
per la vita!
Francesco Terrone -Poeta e Scrittore-



