Presentiamo la prima parte dei contributi che hanno animato il convegno nazionale recentemente tenutosi nella Biblioteca Nazionale a Palazzo Reale di Napoli sul tema “Letteratura è responsabilità civile” promosso dalla Federazione Unitaria Italiana Scrittori e dalla Rivista Arte&Carte. L’antologia rispecchia le diverse sensibilità tematiche e stilistiche degli autori con contributi di varia natura: saggistica, poetica o narrativa.
Pubblicheremo nei numeri successivi gli altri interventi.
Degli obblighi e dei limiti
Letteratura è responsabilità civile: così, perentorio, il tema proposto. Che richiede e sollecita una presa di posizione, per quanto mi riguarda consenziente; però, chiarendo, specificando. E dunque: a cosa sono tenuti gli scrittori? A chi debbono dar conto? Quando scatterebbe nei loro confronti un’eventuale clausola di ‘responsabilità civile’ e quale poi la natura di questa responsabilità?
Proviamo a riformulare la questione, in maniera altrettanto diretta: A che cosa serve la letteratura? Se lo è chiesto Isaac Bashevis Singer, a mio parere il più grande narratore del secolo scorso. Che naturalmente parte dal romanzo, dal racconto per svolgere il suo discorso, dapprima osservando che la narrativa subisce sempre di più il peso della realtà: “perché mai inventarsi delle trame quando la realtà ci propone una messe inesauribile di avvenimenti più strani di qualunque cosa possa offrire la letteratura?”1. Poi osservando come ora la stessa letteratura venga impropriamente alimentata con dosi massicce di giornalismo o prestiti da altri linguaggi, che rimpolpano senza nulla aggiungere; e che, peraltro, in uno stato ancor più equivoco versa la poesia, “spesso così contorta e oscura, così astratta e inessenziale, da essersi ridotta ad un gergo per quei pochi che credono di possedere la chiave per la soluzione dei suoi enigmi”2. Allargare gli orizzonti fino a farli scomparire, inseguire l’attualità per garantirsi il presente o, all’opposto, rinchiudersi in una piccola e asfittica cerchia, per Singer non sono soluzioni ma meri espedienti. Ciò che raccomanda, viceversa, è il rapporto con i propri lettori, senza ruffianerie: “Il solipsismo non è arte. Gli artisti devono partire dall’assunto che le altre persone esistono”3. E non è questa una fondamentale assunzione di responsabilità?
Già, gli altri: gli sconosciuti. Nei cui confronti, tutti noi scriventi abbiamo degli obblighi. Anzitutto quello di rispettare gli strumenti, i meccanismi di cui ci serviamo, non accantonandoli in vista di superiori istanze ma piuttosto inserendo queste eventuali istanze nella dovuta cornice, ricordando che “La letteratura non è sempre dalla parte del giusto. Non sempre crede all’eguaglianza. Ama la libertà ma si tratta di un tipo peculiare di libertà: la libertà del capriccio umano, del ghiribizzo”4. Senza ritrarsi davanti a nulla, quindi, il primo dovere è essere (o diventare?) sé stessi, riconoscendosi in pieno nel proprio mestiere e coltivandone sia le opportunità che i limiti.
Non la pensa molto diversamente Umberto Saba, che nel 1911 in Quello che resta da fare ai poeti, famosa confessione/manifesto, limpida e spietata, scriveva: “chi ha un candido rispetto per l’anima propria, lo ha anche, all’infuori della stima o disistima, per quella cui si rivolge”5; e tratteggiava così – comparando le differenze assolute di carattere e stile tra il Manzoni, sobrio fino all’austerità, e il D’Annunzio, ubriaco dei suoi stessi artifici – un’ideale figura di poeta, incapace di rinnegarsi, di tradirsi, e quindi di ingannare consapevolmente il lettore.
Ancora una volta un richiamo alla serietà, alla responsabilità. Che si prolunga in consigli: quello di “non sforzare mai l’ispirazione”6, né di aumentarne senza motivo la portata; quello di superare la “pigrizia intellettuale che impedisce allo scandaglio di toccare il fondo”7; quello di non cedere alle lusinghe di “uno sfrenato desiderio dell’originalità”8. Infine, quello di versificare sempre secondo vocazione, “non per forza d’inerzia, ma per necessità”9. Come si vede, consigli pratici e nobili assieme, tanto indispensabili quanto difficili da perseguire. Consigli il cui spirito, il cui senso è racchiuso nel primo rigo dello scritto, che risponde immediatamente al titolo dando l’impronta al testo: “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”10.
Difficile andare oltre questa lapidaria sintesi. Che richiama alle responsabilità, possiamo definirle civili, di un lavoro, quello di poeta, quello di scrittore, da praticare con serietà estrema ma senza cercare altrove le proprie giustificazioni. Al riguardo è chiarissimo Singer quando afferma che gli scrittori “Non possono risolvere problemi sociali o cercare di riformare la società. Non sono maestri ma essenzialmente narratori di storie”11. Tutto qui? Tutto qui. Parafrasando Saba: agli scrittori resta da fare gli scrittori.
Edoardo Sant’Elia
Edoardo Sant’Elia, poeta e saggista, è nato a Napoli, dove vive e lavora. Docente universitario a contratto, ha ideato e porta avanti una nuova disciplina, Filosofia delle narrazioni contemporanee. Ha fondato e diretto “il rosso e il nero”, rivista di letteratura italiana contemporanea” e “La freccia e il cerchio”, annuale internazionale di filosofia, letteratura, linguaggi.
La Parola: le fughe, i tradimenti, il coraggio
Anche nelle società evolute tante volte l’uomo è fuggito e continua ancora a fuggire dal valore delle parole e con esse dai diritti di libertà e di opinione. Alcune le tradisce, di altre è riuscito a cambiare il significato per suo comodo; alcune le ha sostituite, ne ha trovate di nuove. Spesso è perseguitato e ucciso dalle parole altrui, a volte dalle sue stesse parole. Ancora nel mondo essere uomini d’impegno e di cultura, essere poeti, scrittori, giornalisti può esporre alla persecuzione, al carcere, alla morte. Non si contano i Paesi governati da giunte militari, da regimi repressivi, o da dittature: sono nazioni del Terzo Mondo, dell’Asia e dell’Africa; dal Vietnam alla Russia, dalla Turchia all’Etiopia, dal Congo all’Algeria. Il triste primato tocca a Cina e Cuba, paesi scarsamente mediatici dei quali sappiamo poco o nulla. Ma accade ancora nel civilissimo Occidente. A tracciare una mappa degli intellettuali perseguitati, soprattutto scrittori e giornalisti, ci sono alcune associazioni e comitati, la più nota è il Pen club internazionale, che ha diramazioni in diversi paesi, ed è una organizzazione che si occupa di porre all’attenzione dell’opinione pubblica questa grave violazione di uno dei fondamentali diritti umani, la libertà di opinione. Ha un ruolo centrale di mobilitazione, raccolta di firme, campagne di pressione sui governi per la liberazione degli scrittori perseguitati. Tra gli intellettuali che in Italia si riconoscono in PEN International ci sono Michela Murgia, scomparsa nel 2023, Andrea Vitali, Luca Ricolfi e Maurizio Cucchi che si occupano, insieme ad altri, di porre all’attenzione dell’opinione pubblica la grave violazione di questo fondamentale diritto umano.
Nel 2025 i dati internazionali mostrano un livello molto alto di persecuzione contro giornalisti, scrittori e operatori dei media. 129 giornalisti e reporter uccisi, il numero più alto mai registrato dal Comitato per la protezione dei giornalisti (in inglese Committee to Protect Journalists) da quando raccoglie dati, cioè dal 1992. CPJ è un'organizzazione indipendente, con sede a New York, che ha lo scopo di difendere la libertà di stampa e i diritti dei giornalisti in tutto il mondo. Circa due terzi sarebbero morti nel conflitto di Gaza; il CPJ attribuisce a Israele la responsabilità della maggioranza dei casi documentati: almeno 104 delle vittime sono morte in aree di guerra o conflitto armato. Sempre secondo il CPJ, alla fine 2025 risultavano 330 giornalisti imprigionati nel mondo. La International Federation of Journalists (IFJ) ha confermato e pubblicato un dato molto simile: 128 giornalisti e media workers uccisi nel 2025.
Per quanto riguarda gli scrittori, non esiste un conteggio globale unico come per i giornalisti, ma PEN International e PEN America documentano arresti, censura, minacce, aggressioni, esili forzati, e omicidi di scrittori, poeti, blogger e intellettuali.
Nel 2025 le principali forme di persecuzione sono state registrate a Gaza/Palestina, Russia e Iran.
E dunque ci sono parole che condannano, spesso a morte, che esiliano, che sconvolgono vite. Sono pronunciate da tribunali, capi di Stato, da commissioni, dei media asserviti al potere di turno. E in senso contrario, parole di coraggio, di solidarietà per coloro che vengono ingiustamente perseguiti, per la giustizia, per l’uguaglianza dei diritti civili, a favore della volontà di affermare il libero pensiero.
C’è da considerare, in oltre, uno scenario nuovo che rende il quadro più complesso. Le società contemporanee, le più evolute, sono articolate su una infinità di parole nuove importate dalle tecnologie, dagli asset produttivi, dal linguaggio informatico; vengono da metalinguaggi scientifici, dall’economia, molte in inglese e mal tradotte nella nostra lingua. Sono per lo più parole tecniche, “funzionali” e non riflessive, anidre.
Perciò nel tempo del nowness (tradotto nella nostra lingua tempo dell’adesso) è cambiata la relazione tra essere umano e parola. Perché sotto l’aspetto esistenziale e semantico entrambi sono in qualche modo indefinibili. Succede perciò che l’uomo che si sente indefinito spesso non trova le parole adatte per autodefinirsi. Non è solo un gioco di parole, ma piuttosto un aspetto nuovo della modernità, che molti studiosi attribuiscono all’uso intensivo del computer ed ai suoi derivati, e all’informatica. Ma forse è una visione miope.
E perciò forse oggi risalta ancora di più il contrasto peraltro intrinseco nella parola, che non è più quello secolare della capacità di interpretare solo ed esclusivamente la realtà. Oggi vi si è aggiunto un suo clone una sua altra. Ed è la parola che naviga sui social e sulle reti. E dunque, ecco il nuovo e significativo contrasto tra questa parola di ultima generazione e quella degli scrittori e artisti la tengono viva e ne esaltano lo spessore concettuale e il valore etico e la forza dirompente contro l’impoverimento strutturale del dialogo.
Negli ultimi quindici anni, il fenomeno ha subito una accelerazione, e nella sostanza ha mutato aspetto, proprio in corrispondenza con l’espansione e l’incremento dell’uso progressivo e della incidenza della pratica info, e dell’accesso alle delle reti. Il dato anche se non direttamente va collegato con la maggiore e rapida efficacia dei sistemi informatici che consentono un controllo rapido e inesorabile sulla circolazione di pensieri, opinioni, scritti postati in rete e che, in maniera diretta o indiretta, riguardano molti autori scrittori giornalisti, poeti, esposti al rischio di essere non soltanto censurati ma anche perseguitati e uccisi.
In effetti la storia umana e intellettuale di Pier Palo Pasolini, seppure in tempi e con dinamiche diversi, si ripete: oggi chi esprime in rete la propria opinione ed è uno scrittore noto, raramente viene protetto e può subire ogni tipo di ritorsione.
Negli ultimi trent’anni più di mille tra scrittori, filosofi, intellettuali, hanno subito coercizioni di ogni tipo come carcere e violenze fino alle torture e all’assassinio o sono stati costretti alla fuga in paesi dove è riconosciuta di fatto la libertà di pensiero. E’ un calcolo approssimativo sicuramente per difetto. Ne parla già negli anni ‘90, Eraldo Affinati in un l’articolo dal titolo Un mondo di scrittori perseguitati. Altra fonte interessante è l’articolo di Paolo De Stefano, sul “Corriere della Sera”, il 10 novembre 2009.
Tra gli scrittori perseguitati per le loro idee, c’è Salman Rushdie, uno dei più noti e “storici”, minacciato di morte e di una fatwa dopo la pubblicazione de I versi satanici; Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore, premio Nobel per la Pace nel 2010 e per il riconoscimento dei diritti umani nel suo paese, messo in galera dal governo cinese; Aslı Erdoğan, arrestata in Turchia per i suoi articoli e il sostegno alla libertà di stampa. Ngũgĩ wa Thiong'o — condannato per i suoi libri di politica e per l’uso della lingua kikuyu contro il colonialismo culturale. Svetlana Aleksievič — sottoposta a pressioni e intimidazioni per le sue critiche al regime bielorusso.
In Italia, tutti conoscono la vicenda di Saviano, costretto all’isolamento perché minacciato di morte dalla Camorra. Lo stesso scrittore napoletano cita il martirio di Saro-Wiwa come un nobile esempio di eroismo civile: <<la letteratura – scrive Saviano-deve operare nella realtà e non ha senso senza l’impegno sociale>> Molti non ricordano il poeta pacifista iraniano Hashem Shabani, molto noto nel suo Paese, che fu impiccato con l’accusa di essere “nemico di Dio” e aver “diffuso la corruzione sulla Terra”. Hashem Shabani apparteneva alla etnia araba ahwazi, insegnava lingua e letteratura araba. Prima di morire ha scritto: <<Non ho mai usato un’arma che non fosse la mia penna>>. E poi lo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa, ammazzato a Lagos per aver scritto contro le compagnie petrolifere.
Per aver soltanto raccontato la bellezza, il poeta Osip Ėmil’evič Mandel’stam sparì in un gulag di Stalin; Victor Jara, fu torturato a morte nel Cile di Pinochet; Din Mehmeti, poeta albanese, venne assassinato a Pristina in Kosovo. L’elenco è lunghissimo, e la strage continua ai giorni nostri, in Iran, in Congo, in Nigeria.
E durante il secolo che Krugman definisce “speciale”, e che copre un arco temporale che va dalla fine dell’800 fino agli anni ’90 del Novecento sono tanti i casi di scrittori e artisti perseguitati, massacrati, uccisi, nel cosiddetto mondo civile, per aver scritto soltanto d’amore, o viaggiato in mondi immaginari. Si pensi a Neruda, a García Lorca fucilato dai franchisti.
D’altra parte è storia millenaria che coinvolge anche pensatori e scienziati e va a ritroso fino a Galileo, fino a Socrate. Ovidio fu mandato in esilio dall’imperatore Augusto nell’8 d.C., per motivi politici e morali legati alle sue opere. Di Dante Alighieri si sa che fu costretto ad andarsene da Firenze per le sue idee politiche e non poté più tornare nella sua città. Miguel de Cervantes aveva molti debiti e difficoltà economiche nella Spagna del XVI secolo ma pagò con il carcere anche le sue idee. Voltaire fu incarcerato alla Bastiglia ed esiliato per le sue critiche al potere politico e religioso. Fëdor Dostoevskij venne fatto arrestare dallo zar per attività considerate sovversive e condannato ai lavori forzati in Siberia. Oscar Wilde, un altro scrittore “scomodo” fu perseguitato nel Regno Unito per la sua omosessualità, allora considerata reato. Aleksandr Solženicyn, vittima del regime sovietico per aver denunciato i gulag, fu espulso dall’URSS. Anna Achmatova, subì una feroce censura durante il regime staliniano, molti suoi testi furono, infatti, proibiti. E lo stesso George Orwell non perseguitato direttamente, ma molte sue opere furono censurate in regimi autoritari.
Nel XXI secolo molti scrittori, alcuni già soggetti a pene di ogni sorta, hanno preso posizione pubblicamente in difesa di colleghi perseguitati, censurati o incarcerati. Proprio Salman Rushdie, ha sostenuto numerosi autori minacciati dalla censura religiosa e politica, anche attraverso PEN International. Negli anni ha difeso, tra gli altri, Liu Xiaobo e Aslı Erdoğan. Margaret Atwood è intervenuta più volte contro la repressione di autori in Turchia, Iran e Cina, firmando appelli per la liberazione di giornalisti e romanzieri incarcerati. J. K. Rowling ha espresso sostegno a Nawal El Saadawi e ad altri intellettuali minacciati per le loro opinioni politiche o femministe. Mario Vargas Llosa ha denunciato pubblicamente la persecuzione di scrittori dissidenti a Cuba, Venezuela e Nicaragua. Orhan Pamuk, lui stesso processato in patria, ha difeso altri autori perseguitati in Turchia, compresa Aslı Erdoğan. Svetlana Aleksievič ha denunciato la repressione culturale in Bielorussia e a favore di autori e giornalisti incarcerati dal regime di Alexander Lukashenko. Lo stesso Roberto Saviano ha difeso altri scrittori, giornalisti e intellettuali minacciati dalla criminalità organizzata o da governi autoritari, anche attraverso campagne internazionali sulla libertà di stampa. Arundhati Roy ha sostenuto pubblicamente poeti e autori perseguitati in India per motivi politici o religiosi.
In tempi recenti nel dopoguerra, negli anni ’50 e ’60, nell’Italia bigotta dei primi anni della Repubblica così come in altri Paesi democratici, per chiudere la bocca e spezzare la penna agli intellettuali basta la censura. Furono messi all’indice molti artisti: Carmelo Bene, più volte censurato, fu accusato e processato per direttissima e condannato a 8 mesi di carcere per “atti osceni in luogo pubblico, turpiloquio, vilipendio e oltraggio” dopo aver messo in scena lo spettacolo Cristo 63; altro doloroso esempio di violazione dei più elementari diritti di opinione è Don Milani, messo all’indice non solo da vescovi e cardinali per il contenuto di un libro che rimane un cardine della filosofia dell’educazione: Lettera ad una professoressa, ma pure dalla magistratura italiana per le proprie posizioni antimilitariste. E la censura non risparmiò neppure la musica leggera. Franco Migliacci e Mauro Lusini scrissero per Gianni Morandi il testo C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. La Rai addirittura gli fece cambiare i versi “mi han detto: vai nel Vietnam e spara ai Viet Cong”, ritenuti antiamericani, in “mi han detto: vai nel tatatà e spara ai tatatà”; e così ogni riferimento al Vietnam e ai Viet Cong, fu cancellato. La politica si era messa di traverso: in una interrogazione parlamentare il testo originale fu definito “offensivo verso un Paese amico come gli Stati Uniti”. Ma la versione integrale cantata da Joan Baez diventò rapidamente un inno planetario alla pace. E finirono all’indice anche altri cantanti, come per esempio Rita Pavone.
E poi i casi di Dario Fo, Pasolini, persino il duo Tognazzi-Vianello. Ma si conoscono anche gogne psicologiche: Cesare Pavese, si suicidò per l’ostracismo nei suoi confronti da parte del suo stesso partito, il Pci. Anche Oriana Fallaci, fu tollerata ma non amata dalla sinistra militante. Lo stesso discorso vale per il più volte citato Pierpaolo Pasolini comunista dichiarato, ma isolato e finito per mano dei fascisti. Lo stesso comunista Leonardo Sciascia trovò opposizioni nel suo stesso partito.
Lo scenario si è ripetuto anche in tempi più recenti: durante i governi Berlusconi sono stati “epurati” con l’ormai celebre “Editto bulgaro”, Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi; accusati, dopo le critiche al magnate/ministro milanese, di “uso criminoso del mezzo pubblico”.
<<Nella subcultura italiana – afferma in proposito Aldo Busi Aldo Busi, in un’intervista di Antonella Mendola pubblicata sul settimanale “Oggi”, 7 aprile 2010 - mi considero un castrato o un ossesso perché io subisco il fascino delle parole di qualità, gratuitamente profferte, senza finalità a parte la loro intrinseca, utile, civile bellezza. Le parole per definire, non per ottenere, strappare qualcosa>>.
Non diversa anche se di tipo “occidentale” ma palese è l’operazione di “bavaglio politico” del governo Meloni: giornalisti costretti a dimettersi, pubblico ludibrio verso intellettuali del calibro di Cacciari Epurazioni in organismi pubblici e “licenziamenti” per scrittori come Antonio Scurati, soppressioni di programmi come Che sarà di Serena Bortone. E i continui attacchi a Report e l’attentato a Sigfrido Ranucci. Volti noti come quelli di Lucia Annunziata e Fabio Fazio costretti a cambiare aria. A questo si aggiunga la vacatio che dura da più di due anni della Commissione di vigilanza in Rai. Inoltre vanno segnalate le minacce anche “ufficiali” alla scrittrice Valentina Mira per il libro Dalla stessa parte mi troverai.
Intanto le donne iraniane tra cui molte scrittrici al grido di “Donna, Vita, Libertà” hanno guidato la rivolta contro uno dei regimi più retrivi e sanguinari della storia moderna: la dittatura degli ayatollah. E queste tre parole, insieme al coraggio ed alla forza dimostrate, segnano il discrimine tra la rivoluzione “ingiusta” (eppure nata con ideali progressisti) degli ayatollah nel ’79 e quella in corso che ne vuole ribaltare il regime. Era l’ideale di una giovane donna, e con lei di tutta una generazione ribelle: Mahsa Amini, curda, arrestata il 16 settembre 2022 per violazione dell’obbligo del velo da parte della “polizia morale” iraniana (Ghast-e-Ershad), e uccisa a botte in carcere. E quella che sembrava solo una nuova e potente ondata di proteste contro l’obbligo del velo, ha unito giovani donne e uomini in una lunga serie di manifestazioni in tutto il Paese. La nuova rivoluzione è come una nemesi della precedente, lotta per riaffermare ideali di libertà, e li rivendica tutti senza condizioni. La repressione ha fatto più di 600 morti tra i manifestanti; i migliaia di arresti (ci sono anche 60 giornalisti); violenze, torture e abusi sessuali nelle carceri, arresti di personaggi noti (artisti, scrittori, attori, registi). Tra loro l’attrice Taraneh Alidoosti, molto celebre nel suo Paese, arrestata per aver preso parte alle proteste anti-regime, e messa in prigione nel terribile carcere di Evin a Teheran. È stata liberata venti giorni dopo pagando una cauzione di 10miliardi di rial (pari a 250mila euro), ma è uscita dal carcere senza indossare il velo. Purtroppo l’intervento di Trump in Iran ha avuto l’effetto di scatenare la repressione della rivolta giovanile illusa, forse, dalla possibilità che l’intervento americano avrebbe portato in Iran la libertà e la pace. Invece è successo il contrario, la rivoluzione è stata soffocata nel sangue, migliaia i morti, moltissimi giovani.
Bruno Pezzella
“La poesia come vessillo”
La poesia, liberata dai vincoli della rima e dell’endecasillabo, rappresenta uno dei territori più fertili e controversi dell’espressione artistica odierna. La sua apparente anarchia formale, lungi dall’essere un segno di debolezza, può diventare uno spazio di straordinaria responsabilità civile. Ma può davvero la poesia, oggi, farsi vessillo etico, alimentare passioni positive e contribuire ad allontanare violenze e guerre? La risposta non è né semplice né univoca, ma merita di essere esplorata con attenzione.
Ma cosa si intende per “letteratura e responsabilità civile?”
Anzitutto, la letteratura è spesso considerata non solo come espressione artistica, ma anche come strumento di riflessione sulla società.
Parlare di responsabilità civile nella letteratura significa riconoscere il ruolo dello scrittore come osservatore critico del proprio tempo.
Attraverso racconti, romanzi e poesie, gli autori possono denunciare ingiustizie e stimolare il pensiero dei lettori.
La parola scritta diventa così un mezzo per influenzare la coscienza collettiva.
Molti scrittori hanno scelto di affrontare temi sociali, politici e morali, assumendosi una responsabilità verso la comunità.
La letteratura, in questo senso, non è mai del tutto neutrale, ma partecipa al dibattito pubblico.
Essa può contribuire a formare cittadini più consapevoli e critici.
Tuttavia, la responsabilità civile non implica propaganda, ma un impegno autentico verso la verità e la complessità.
Lo scrittore responsabile non offre soluzioni semplici, ma invita alla riflessione.
In conclusione, letteratura e responsabilità civile sono strettamente legate nel promuovere una società più giusta e consapevole.
La libertà della poesia contemporanea consente una maggiore aderenza al reale. Senza l’obbligo di rispettare schemi metrici rigidi, il poeta può modellare il linguaggio in funzione del contenuto, lasciando che sia l’urgenza del messaggio a determinare la forma. Questo comporta una maggiore immediatezza comunicativa: il verso si spezza, si allunga, si contrae, segue il ritmo del pensiero e dell’emozione. In un’epoca segnata da crisi globali, conflitti, disuguaglianze e trasformazioni sociali rapide, questa flessibilità diventa uno strumento prezioso per raccontare il presente senza filtri artificiosi.
La poesia civile, in particolare, trova in questa libertà un alleato potente. Non dovendo più “piegarsi” alla musicalità tradizionale, può privilegiare la chiarezza, la denuncia, la testimonianza. Può dare voce a chi non ne ha, portare alla luce ingiustizie, interrogare le coscienze. Il poeta diventa così non solo artista, ma anche cittadino consapevole, capace di trasformare l’esperienza individuale in un discorso collettivo. La parola poetica, pur restando simbolica e allusiva, si carica di una responsabilità nuova: quella di non distogliere lo sguardo.
Secondo una visione classicheggiante la poesia dovrebbe sempre rispettare almeno il ritmo cadenzato delle sillabe, che propone una musicalità sempre più alta e degna della lirica, offrire un fraseggio immediatamente comprensibile, e essere capace si aprire il nostro sub conscio per accendere focolai di sentimenti e di confronto.
Tuttavia, pensare che la poesia possa da sola “allontanare malefatte e guerre” rischia di essere un’illusione. La storia insegna che l’arte, pur avendo spesso denunciato la violenza e promosso ideali di pace, non è mai stata sufficiente a fermare i conflitti. Le cause delle guerre sono complesse, radicate in dinamiche politiche, economiche e culturali che vanno ben oltre il raggio d’azione della letteratura. La poesia non è un’arma nel senso concreto del termine, né può sostituirsi alle istituzioni o ai processi decisionali.
Eppure, sarebbe riduttivo concludere che essa sia inefficace. Il suo potere agisce su un piano diverso, più sottile ma non meno importante: quello della coscienza individuale e collettiva. La poesia può cambiare lo sguardo, modificare la percezione del mondo, rendere visibile ciò che spesso viene ignorato. Può creare empatia, mettere in contatto esperienze lontane, umanizzare “l’altro”, che nei contesti di conflitto viene spesso disumanizzato. In questo senso, contribuisce a costruire una cultura della pace, che è la premessa necessaria — anche se non sufficiente — per evitare la violenza.
Inoltre, la poesia contemporanea, proprio grazie alla sua libertà, è più accessibile e inclusiva. Può accogliere linguaggi diversi, contaminarsi con altre arti, dialogare con i media digitali, raggiungere pubblici nuovi. Non è più confinata a un’élite colta, ma può circolare nei social, nelle performance, negli spazi urbani. Questo ampliamento del pubblico aumenta il suo potenziale impatto sociale. Una poesia che parla a molti, che intercetta le inquietudini diffuse, ha maggiori possibilità di incidere nel dibattito pubblico. Non saprei accettare però che essa perda il ricamo della palpabilità musicale.
Un altro aspetto rilevante è la capacità della poesia di alimentare “passioni positive”. In un contesto spesso dominato da paura, rabbia e sfiducia, il linguaggio poetico può riscoprire e valorizzare emozioni come la solidarietà, la speranza, la cura. Non si tratta di un ottimismo ingenuo, ma di una scelta etica: dare spazio a ciò che costruisce, anziché a ciò che distrugge. La poesia può ricordare che esistono alternative alla violenza, che la convivenza è possibile, che la fragilità umana non è solo motivo di conflitto, ma anche occasione di incontro.
Naturalmente, questo richiede una certa responsabilità anche da parte dei poeti. La libertà formale non deve tradursi in superficialità o autoreferenzialità. Se la poesia si chiude in un linguaggio oscuro e incomunicabile, rischia di perdere la sua funzione civile. Purtroppo costume di molti giovani sperimentalisti che non conoscono a fondo la storia della letteratura del secolo scorso, già molto attiva nella sperimentazione positiva. Al contrario, deve trovare un equilibrio tra complessità e chiarezza, tra ricerca stilistica e apertura verso il lettore. Solo così può diventare uno strumento di dialogo e non un esercizio isolato.
In conclusione, la poesia, libera dai vincoli tradizionali, ha certamente le potenzialità per diventare un vessillo di responsabilità civile. Non perché possa da sola cambiare il corso della storia o impedire le guerre, ma perché può contribuire a formare coscienze più attente, sensibili e critiche. Può alimentare passioni positive, creare legami, dare voce al dolore e alla speranza. In un mondo frammentato e spesso disorientato, la poesia resta uno spazio in cui il linguaggio si fa cura, memoria e possibilità. E forse è proprio in questa dimensione, discreta ma profonda, che risiede la sua forza più autentica. Suggerisce, sussurra, illumina, rende plasmabili tutti i sentimenti ancorati all’inconscio.
ANTONIO SPAGNUOLO
Custodi di bellezza
La responsabilità della letteratura tra etica e speranza
Scrivere è un atto di libertà, ma rappresenta anche un esercizio di responsabilità. Sebbene l’immaginazione possa apparire come un territorio privo di confini, in cui l’autore è libero di costruire mondi e dare voce a ogni pensiero, la letteratura non esiste mai nel vuoto. Ogni pagina scritta, ogni personaggio creato e ogni storia narrata si inseriscono nel tessuto della realtà, dialogando con la coscienza collettiva e influenzando la percezione di noi stessi e degli altri.
La responsabilità dello scrittore inizia con la consapevolezza che le parole non sono mai neutre. Ogni termine scelto, ogni metafora coniata e ogni silenzio lasciato tra le righe porta con sé un peso specifico. La letteratura ha il potere unico di nominare l'inespresso, di dare un nome alle emozioni o alle ingiustizie che spesso rimangono invisibili nella frenesia quotidiana. Come testimone del tempo, conserva la memoria di ciò che è stato, affinché non venga smarrito nell'oblio, ma soprattutto, smonta i pregiudizi mettendo in discussione le verità precostituite e spinge il lettore a guardare oltre il proprio orizzonte.
La letteratura è, dunque, un esercizio di empatia, è il tentativo di abitare un'altra mente, di vedere il mondo attraverso occhi diversi dai propri. Quando uno scrittore si assume l'onere di raccontare la sofferenza, la gioia o le sfaccettature di un "altro", specialmente se lontano per cultura, vissuto o condizione sociale, non sta facendo intrattenimento ma sta compiendo un atto etico fondamentale. “La narrazione letteraria non è pura finzione, né assoluta verità, né semplice evasione: essa è elemento fondamentale nel plasmare- scrive Maria Ruggiero Tallon - e rendere concreto, il mondo in cui viviamo, la sua cultura, la sua materialità” .
In un’epoca frammentata e satura di informazioni, il compito della letteratura è diventato ancora più cruciale e torna a interrogarsi sulla sua funzione: non solo specchio del reale, ma anche bussola capace di orientare il cammino dell'uomo. Essa non deve necessariamente offrire risposte univoche o dogmi, ma ha la responsabilità di porre le domande giuste. Pur non indicando necessariamente la strada da seguire, aiuta il lettore a orientarsi nel caos dell'esistenza, offrendo strumenti critici per interpretare la complessità.
Come ha osservato Paolo Malaguti in un incontro al Meeting di Rimini del 2025, l’artista è colui che sogna, che guarda oltre il presente e cerca un senso profondo delle cose. È una figura che dobbiamo imparare a riconoscere come “custode di bellezza” e “costruttore di bellezza”. In un tempo in cui spesso osserviamo nei giovani un cinismo precoce, di cui come adulti dobbiamo sentirci responsabili, la letteratura rappresenta l'antidoto necessario. Essa non è un lusso per pochi, ma uno spazio aperto dove sollecitare l'immaginario, offrendo chiavi di senso per non soccombere alle illusioni digitali o alla disperazione.
Letteratura ed educazione, intrecciate, diventano allora un percorso di libertà e consapevolezza, sostiene Raimondo Montecuccoli. Non possiamo rinunciare a offrire ai ragazzi la possibilità di scoprire quel “fuoco originario che è in tutti noi”, come ricordava sant’Agostino, aiutandoli, attraverso la parola del libro, a riconoscere la propria umanità.
Il testo letterario non è mai solo estetizzante; è un luogo dove estetica ed etica dialogano costantemente. Non è solo una scelta morale, intellettuale o politica; persino la tradizione del Magistero della Chiesa Cattolica, dalla Gaudium et spes ai pontificati di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ha evidenziato questo legame indissolubile.
Come scriveva Paolo VI nel suo messaggio agli artisti nel 1965:
“Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza [...] è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni”.
Questa responsabilità si traduce in un'alleanza tra autore e lettore, chiamati a essere “annunciatori e testimoni di speranza”. In situazioni di vita e libertà negate, la letteratura agisce come un presidio salvifico: leggere può impedire il tragico progetto di disumanizzazione dell’uomo, favorendo la nascita di pensieri che salvaguardano la dignità umana. Non si tratta di rappresentare soltanto il "male" del mondo (guerre, crisi, conflitti) e di combatterlo, ma anche di dare spazio al "bene" (sogni, amori, la bellezza del quotidiano), costruendo così un percorso di formazione gioiosa dell’umano.
Oggi, la sfida si fa ancora più complessa. Per secoli la letteratura è stata l'esperienza primaria di conoscenza e costruzione identitaria, ma l'avvento di nuove narrazioni visuali e l'egemonia dei saperi scientifico-tecnologici hanno cambiato il panorama. Come emerge dagli studi di Sabrina Fava, investire sulla qualità del testo letterario, specialmente nella letteratura per l'infanzia, significa scommettere sul potenziale generativo della parola, educando il giovane lettore a discernere e a scegliere in un contesto di incertezza e provvisorietà.
Il dibattito è di grande attualità ed invita a una riflessione necessaria sulla responsabilità della disciplina letteraria stessa, a ragionare sulla funzione del testo in rapporto al potere e alla realtà, ad approfondire il ruolo della letteratura nella formazione di giovani e adulti, in dialogo con le nuove tecnologie, confrontando la letteratura con altri saperi, riconoscendo che l'esperienza letteraria è, oggi più che mai, un intreccio di conoscenze, linguaggi e forme testuali capaci di restituire molteplicità al reale.
In definitiva, la letteratura è una forma di cura: cura della lingua, del vero e, soprattutto, cura del legame invisibile che unisce l'autore al lettore. Assumersi questa responsabilità significa riconoscere che narrare non è soltanto un modo per raccontare storie, ma un modo per costruire, pezzo dopo pezzo, il senso della nostra convivenza civile. Come suggerito da Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti, fare della propria vita un'opera d'arte è la vocazione suprema; la letteratura, nel suo offrire bellezza e verità, è lo strumento attraverso cui questa vocazione può essere intrapresa da ogni scrittore e, fin dall'infanzia, da ogni lettore.
Fiorella Franchini
L’ INCUBO
Nel mio sonno spezzato
Frammenti di battaglie..
Elicotteri, droni vorticosi
- Coleotteri giganti -
S’ infilano a bassa quota
In vicoli stretti
Gremiti di finestre
Come occhi ciechi
E sbattono contro le case
Come impazziti
E sbriciolano i muri
Con fragore immenso.
Io corro corro forsennatamente
E non so cosa fare.
Verso di me
Occhi sbarrati di bimbi
In preda al terrore
Che chiedono
Muti
Che urlano
Muti.
E io non so cosa fare.
Non so fermare
La morte.
Non so fermare
Testi Nicla Pandolfo
Letteratura e responsabilità civile
Il senso e le finalità dello scrivere
Sono stata un’instancabile lettrice fin dall’infanzia e da adulta ho privilegiato la lettura di testi (romanzi, poesie, saggi) che veicolassero messaggi di impegno sociale e civile, non soddisfacendo, la letteratura di evasione, i miei bisogni di apprendere e di riflettere. Lo stesso è avvenuto quando ho assunto il ruolo di scrittrice. Ho insegnato italiano e storia e ho sempre considerato l’educazione civica e l’etica quali basi formative essenziali per le menti giovani, e non solo. Dopo il pensionamento, senza alcuna presunzione di ergermi a maestra ma comunque spinta dallo spirito didattico che per anni aveva connotato la mia professione, mi sono dedicata alla scrittura producendo vari saggi a carattere storico divulgativo, in particolare su Napoli, attraverso tematiche volte ad indagare la situazione civile e sociale nei vari ambiti del nostro vivere, inquadrandone le vicende da punti di vista meno frequentati dalla storiografia, ma utili a sceverare contrasti sociali, costume quotidiano, mentalità e abitudini che lo studio della grande Storia spesso non contempla. E dunque: Le ville di delizia e la ricchezza delle classi dirigenti che le possedevano. La storia della civiltà del cibo, e cioè dell’alimentazione tanto differente tra i ricchi e i poveri, delle trasformazioni dell’agricoltura e delle abitudini alimentari in base agli apporti dei nuovi prodotti nel tempo. La condizione femminile nella città e nel territorio attraverso i secoli e il lungo e faticoso iter di emancipazione. La decadenza del Sud a seguito dell’Unità. Da Napoli e dall’Italia ho poi inteso allargare il mio spazio di interesse al fenomeno geopolitico del succedersi delle dittature nei paesi dell’America Latina, in particolare del Venezuela, in cui sono vissuta vari anni e di cui ho conosciuto la fase felice di prosperità e il progressivo declino nella miseria causato dalla cattiva gestione della sua enorme ricchezza, il petrolio, che lo ha reso vittima e preda di governanti senza scrupoli e dell’avidità delle multinazionali del greggio e delle potenza straniere, gli USA in particolare.
Tutto ciò non poteva non indurmi a meditare sul perché, nel mondo e nei secoli, di tante atroci ingiustizie, guerre devastanti, regimi autocratici feroci, inenarrabili abusi perpetrati su grandi masse umane da parte di minoranze assetate di dominio. Mi sono risposta che, evidentemente, quando gli esseri umani nella loro evoluzione vengono ad un certo punto a trovarsi di fronte ad un bivio rappresentato dalla scelta tra positività e negatività, coloro che imboccano la seconda via finiscono per raggrumare intorno a sé grandi masse di energie negative che come in una sorta di fenomeno di osmosi permeano ambiente e persone dando avvio a scontri, ostilità e catastrofi umanitarie di cui la Storia, fin dalle origini, ha inanellato infiniti tragici esempi e periodi di aspra conflittualità sociale, politica e bellica.
Dalla metà del novecento, dopo una fortunata pausa di circa ottant’anni, memori delle devastazioni delle due guerre mondiali, e convinti in Europa che la pace sarebbe stata ormai la norma, nell’attualità si è nuovamente precipitati nel vortice di guerre mostruose messe in atto da personaggi affetti da delirio di onnipotenza, attorniati da lobby malefiche, indifferenti alle sofferenze e allo strazio di migliaia di persone, senza alcun rispetto per quelle norme del diritto internazionale che dovrebbero regolamentare i civili rapporti tra gli stati,La generazione che ci ha preceduti si è trovata, ahimè, immersa in quel terribile periodo della prima metà del secolo scorso, quando l’umanità si è dilaniata in acerrimi contrasti. Mio padre Biagio Carbonaro, come ho scoperto e approfondito quando già non c’era più, ha avuto una parte considerevole nella lotta per la Libertà contro gli assolutismi del primo novecento ed è stato così che, a seguito di alcune tesi e pubblicazioni in cui era citato (per es. da Giuseppe Aragno, Ilaria Poerio, Enrico Acciai), seguite alla desecretazione degli archivi di stato di vari paesi, ho deciso di ricostruire l’avventuroso periodo della sua vita dal 1935 al 1945. Dieci anni di attiva, intensa e pericolosa operatività antifascista.
Mi sono pertanto adoperata a ricercare e richiedere documenti e tracce che lo riguardassero all’Archivio di Stato all’EUR di Roma, all’Archivo de la Guerra Civil di Salamanca e, con l’aiuto di mio fratello Fulvio e di mia cognata Gilda, al NARA di Washington, dove essi risiedevano. Tutti questi documenti, uniti ad altre carte da nostro padre conservate in una cartellina su cui aveva scritto Top secret, mi hanno consentito di ricomporre il puzzle e di scrivere un libro corredato dei documenti raccolti, utile, a mio avviso, a far meglio comprendere quella fase della nostra Storia tanto travagliata e confusa e a chiarirne gli aspetti essenziali.Ho sentito insomma la responsabilità morale e civile di socializzare con il maggior numero possibile di persone i risultati delle mie ricerche e dei mei studi su quella tormentata fase della nostra storia in cui molti protagonisti, come mio padre, sono rimasti a lungo eroi nell’ombra. Allo stesso modo importanti vicende, come per esempio l’apporto delle Brigate Internazionali, siano state silenziate in epoca fascista, e anche dopo, oppure oggetto di una narrazione volutamente dispregiativa tendente a sminuirne la portata di nobiltà e coraggio. L’ho intitolato: “Scelse la Libertà -La storia straordinaria di un eroico antifascista”. Porta la prefazione di Guido D’Agostino, emerito docente universitario di Storia oggi presidente dell’Istituto della Resistenza di Napoli, e la postfazione di Nino Daniele, all’epoca assessore alla Cultura del Comune di Napoli. È stato pubblicato da Kairόs Edizioni nel 2019 ed inviato al Presidente Mattarella che mi ha risposto con un biglietto di encomio nei confronti di mio padre e di ringraziamento, essendo stato tra coloro che hanno operato per la Libertà della Patria.
Il volume, in sintesi, inizia raccontando la condizione degli italiani emigrati in Tunisia, che speravano diventasse italiana, e le discriminazioni subite dopo la presa di Tunisi da parte della Francia. Si sofferma sulla fascistizzazione della comunità italiana ad opera di Mussolini e, parallelamente, sulla presenza attiva dei gruppi antifascisti stabili, come i comunisti Loris Gallico e Maurizio Valensi (a Napoli diventerà Valenzi) e altri, tra cui Biagio Carbonaro e vari anarchici, ma anche di esuli di passaggio come Velio Spano Giorgio Amendola, Carlo Rosselli e così via, che ne facevano un fertile e movimentato laboratorio politico. Nel 1936 dopo l’invasione proditoria della Spagna da parte di Francisco Franco e lo scoppio della Guerra Civile in difesa della Repubblica liberamente eletta, mio padre, ventunenne, lascia la Tunisia, dove era nato da genitori di origine siciliana, e con una lettera di presentazione della Federazione Anarchica di Marsiglia a novembre si reca a Barcellona per offrire il suo contributo alla causa della libertà. Il 22 ottobre si sono appena formate le Brigate Internazionali composte da valorosi volontari antifascisti di 53 paesi del mondo. Viene reclutato nella Colonna Italiana creata da Carlo Rosselli con il motto: “Oggi in Spagna, domani in Italia” e fa parte della formazione Ascaso costituita di anarchici spagnoli e italiani, come addetto ai carri armati. Partecipa a numerosi scontri vittoriosi. Intellettuali di tutto il mondo appoggiano i repubblicani e molti accorrono in aiuto partecipando fisicamente agli scontri. Ma i franchisti, appoggiati e armati da Mussolini e da Hitler, hanno forze preponderanti. La Russia accetta di sostenere i comunisti spagnoli ma a costo di imporre il proprio predominio sulle forze repubblicane. Gli stalinisti procedono così all’eliminazione fisica di buona parte dei compagni di lotta trozkisti, poumisti e anarchici. Biagio continua a combattere in Aragona contro le truppe di Franco, ma nella terribile battaglia di Huesca, viene ferito e portato all’ospedale di Barcellona, dove è ricoverato anche lo scrittore inglese George Orwell, affiliato al POUM, il partito comunista non stalinista. Sul suo capo pende un ordine di cattura e di fucilazione emanato da Stalin. Orwell fugge dalla Spagna e scrive: “Omaggio alla Catalogna” in cui racconta ogni cosa. Mio padre uscito dall’ospedale riprende il suo posto nella lotta fino alla despedida, il commovente saluto con cui i volontari superstiti delle Brigate furono congedati dal presidente spagnolo Negrín nella vana speranza che i nazisti e i fascisti italiani si ritirassero a loro volta e che si interrompessero i bombardamenti tedeschi che stavano facendo strage di civili, come a Guernica.
I franchisti avanzarono vittoriosi in tutta la Spagna e i repubblicani braccati tentarono di mettersi in salvo attraversando la frontiera francese. Erano migliaia, e con loro numerosi volontari stranieri che non erano riusciti a rientrare nei loro paesi. La Francia li chiuse in campi di concentramento dove molti morirono di freddo, di fame e di stenti. Alcuni riuscirono a fuggire in Messico che fin dall’inizio aveva sostenuto la Repubblica spagnola, e che li accolse con onori. Circa 2000 furono imbarcati da Pablo Neruda, allora diplomatico cileno in Francia, sulla nave Winnipeg. che li portò in salvo in Cile, ma gli scampati non furono che una piccola parte. Mio padre ripara a Marsiglia, da dove era partito, con l’intento di chiedere al Consolato italiano il visto di rientro in Tunisia. Accorgendosi di essere nella lista nera del fascismo, per evitare la cattura, fugge e diventa apolide. Come tale riesce a rientrare clandestinamente in Tunisia. Con la seconda guerra mondiale Hitler ha invaso la Francia e formato la Repubblica di Vichy, a lui soggetta. La Tunisia è pertanto dominata dalle forze di Vichy e dai militari tedeschi. Molti antifascisti vengono imprigionati, tra cui Valensi, catturato e torturato. Biagio riesce a tenersi nascosto dato che non si sa del suo ritorno. L’OVRA, la polizia fascista, che lo ha sorvegliato costantemente dal suo arruolamento in Spagna emanando verbali trimestrali con l’ordine di prenderlo, a Marsiglia ha perso le sue tracce. Con la vittoria degli Alleati in Africa e il loro arrivo in Tunisia, i servizi segreti americani OSS (Office of Strategic Service) lo rintracciano e, essendo reduce dalla Spagna di provata fede antifascista, gli chiedono di collaborare alla Campagna d’Italia.Accetta così di essere reclutato nell’OSS a luglio insieme ad altri dieci reduci ex volontari. Riceve il grado di sergente maggiore dell’Armata del Generale Clark e il 9 settembre 1943 durante lo sbarco americano a Salerno, giorno successivo alla proclamazione dell’armistizio dell’8, arriva in Italia paracadutato a Paestum. Da lì si sposta nelle varie sedi OSS che si vanno formando a Maiori, Amalfi, Capri. Viene quindi inviato a Napoli per prendere contatti con gli antifascisti locali e preparare la rivolta antitedesca così che i soldati USA possano entrare in città senza colpo ferire.
Con le Quattro Giornate di Napoli i tedeschi vengono infatti cacciati e il giorno dopo gli americani entrano in città accolti da liberatori. L’occupazione americana, con tutti i ben noti risvolti (prostituzione, inflazione ecc…), dura fino alla fine della guerra. Biagio, agente sotto copertura, viene ripetutamente inviato in missioni oltre le linee nemiche, per collegamenti con i partigiani del Centro-Nord e per portare in salvo in territorio liberato ebrei e perseguitati politici nascosti nei conventi. A conclusione della guerra riceve encomiastiche lettere di congedo dal Comando del Generale Clark e dal Comando dei Servizi Segreti, in cui si dichiara che il suo valoroso apporto è stato importante per la causa della Liberazione. Dette certificazioni sono state da noi figli ritrovate nella sunnominata cartellina Top Secret insieme ad altri documenti rilasciati dai Comandi USA, come: permesso di libera circolazione nei territori liberati, permesso di fornirsi di viveri e benzina per le missioni e altri ancora, e sono state da me pubblicate integralmente nel libro di cui sopra.
Dell’intera documentazione ho fatto dono all’Istituto di Storia della Resistenza “Vera Lombardi” di Napoli costituendo un -Fondo Carbonaro-. Durante le ricerche ho attinto da varie fonti, non ultimo l’archivio dell’AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti in Spagna). Tempo dopo l’uscita del libro sono stata contattata telefonicamente dal Presidente Nazionale dell’AICVAS, Italo Poma, che mi ha comunicato che il Governo Sanchez aveva emanato un Decreto per l’assegnazione della Nazionalità Spagnola ai discendenti diretti dei volontari delle Brigate Internazionali che avevano combattuto per la libertà della Spagna. Mi veniva detto che in quanto figlia di Biagio Carbonaro e in quanto portatrice e continuatrice dei suoi ideali di Libertà, come avevo dimostrato con la pubblicazione del mio libro, avrei avuto pieno diritto a ricevere tale onore in omaggio alle gesta di mio padre, e con me mio fratello e mio figlio, a loro volta discendenti diretti. L’Associazione si è pertanto impegnata a guidarmi nello svolgimento delle pratiche burocratiche e, a seguito della firma al Decreto del Re Filippo e alla pubblicazione sul Boletín Oficial del Estado – BOE 2025-22404, (vale a dire sulla Gazzetta Ufficiale dello Stato Spagnolo) di detto Decreto insieme ai nomi delle 171 discendenti di quei volontari beneficiari in tutto il mondo di tale speciale riconoscimento, sono stata convocata dal Console Generale di Spagna a Napoli che mi ha conferita la Nazionalità previo giuramento di fedeltà alla Costituzione Spagnola. Devo dire di aver vissuto un momento di grande emozione. Conservo naturalmente la Nazionalità italiana e posso essere titolare dei passaporti di entrambi i paesi.
Recentemente il Teatro Sancarluccio di Napoli mi ha invitata a partecipare alla Rassegna “Scrittori a Teatro” nella stagione 2026-27 che avrà inizio in ottobre. Per l’occasione, essendo quest’anno il novantesimo dell’inizio della Guerra di Spagna, ho tratto dal libro “Scelse la libertà” un reading teatrale a due (la sottoscritta scrittrice che narra gli sviluppi della grande Storia e un attore-musicista-cantante: Paco di Mauro, che rappresenta la figura di Biagio e che racconta gli eventi della sua storia personale. Il tutto intercalato da brani di canzoni coeve a quegli avvenimenti, eseguiti dal vivo, e da musiche di sottofondo registrate. Come scenografia è prevista la proiezione di foto e immagini dell’epoca).
Detto spettacolo, date le indubbie valenze didattiche, è in programmazione per gli studenti delle scuole superiori e per il pubblico, ad Anacapri il 5 giugno 2026 nella Rassegna “Sguardi d’Autore”, organizzata e finanziata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Anacapri, Assessora prof.ssa Manuela Schiano. Una seconda rappresentazione avrà luogo in data da definirsi tra ottobre e novembre al Sancarluccio di Napoli nella Rassegna “Scrittori a Teatro”.
Pienamente convinta della responsabilità che colui che scrive ha nei confronti dei lettori, inevitabilmente influenzati dalle sue parole e dal suo pensiero, così come i grandi classici, che tuttora studiamo, hanno influenzato e formato tante generazioni, nel mio percorso di autrice, in base ad una precisa scelta di interessi, ho seguito il principio di produrre (o quantomeno di tentare di produrre) letteratura di impegno civile, piuttosto che letteratura di intrattenimento, ed è in base a tale principio che continuo a procedere.
Per richiesta di Marta Herling, Segretario Generale dell’Istituto Di Studi Storici fondato dal nonno Benedetto Croce, sto infatti traducendo dallo spagnolo la biografia di suo padre Gustaw Herling, scritta dall’ex Direttore dell’Istituto Cervantes di Napoli Vicente Quirante Rives. Lo scrittore polacco, dopo infinite peripezie, giunse in Italia a casa di Benedetto Croce, dove conobbe la figlia Livia e la sposò.
Sto procedendo con molta partecipazione emotiva, sia per la vicenda, che risulta indubbiamente parallela a quella di mio padre, sia per le sofferenze riportate. Nella biografia sono narrati gli anni di prigionia nei gulag sovietici quando la Russia invase la Polonia ed egli fu catturato insieme a moltissimi altri polacchi, tra cui tanti intellettuali. Furono anni di pene e maltrattamenti. Lo scorbuto stava portandolo alla morte. A seguito dell’attacco tedesco fu finalmente liberato perché entrasse nell’esercito polacco contro la Germania. I suoi patimenti sono un’ennesima riprova delle tante orrende forme di sopraffazione dell’uomo sull’uomo che si verificarono in quel momento storico. Lezione che l’umanità dovrebbe tenere a mente ma che invece ha dimenticato riproponendo al giorno d’oggi atrocità con mezzi tecnologici avanzati ma con la stessa efferatezza.
Oggi che, come è noto, molti scrivono e pochissimi leggono, facendo salva la libertà di parola, di pensiero, di espressione, andrebbe, se mai fosse possibile, un po’ disincentivata la pubblicazione di quella marea di libri di contenuto effimero e/o pretestuoso, che pure hanno grande diffusione e successo grazie alla promozione dei media o perché scritti da gente di spettacolo o da gente comunque nota. Bisognerebbe invece con urgenza favorire la conoscenza di lavori di contenuto formativo, volti ad accrescere conoscenze e a maturare coscienze, che non è detto debbano essere noiosi o respingenti per il lettore, il quale potrebbe invece essere portato ad appassionarsi a fatti epocali realmente accaduti e a personaggi di grande spessore morale e senso civico. La memoria del passato e delle radici è la base fondante della Civiltà.
YVONNE CARBONARO
Cunto di ginestre al primo maggio
Quando ho saputo che sarebbero stati esposti oggi alcuni autografi di Giacomo Leopardi, custoditi in questa prestigiosa biblioteca Nazionale, ho capito che era un segno che dovevo raccontare la mia esperienza poetica e “civile” vissuta qualche anno fa a Portella della Ginestra, alla quale ho dedicato a suo tempo un breve testo nel quale le ginestre, che ondeggiano come un vento giallo sull’aspra altura siciliana, vengono mescolate e innestate per così dire con la “Ginestra” leopardiana, che peraltro è il testo del Poeta considerato più esplicitamente politico.
Anche se poi, come recita il titolo di questo convegno, per il quale ringraziamo la FUIS e il prof. Antonio Filippetti, la letteratura stessa, in quanto tale, è responsabilità civile, quali che siano i temi di volta in volta trattati. Gli autori e le autrici sono come delle antenne riceventi, sensibilissime, come “corpi conduttori” attraversati da tutto ciò che accade intorno a loro: la Storia maiuscola, le storie, gli eventi e gli umori.
Il mio pellegrinaggio laico a Portella della Ginestra era nel contesto di una cerimonia organizzata per il 1° maggio dalla CGIL – con la quale ho lavorato in varie strutture, dal Sindacato Scrittori che oggi non c’è più fino attualmente alla casa editrice Futura CGIL . Quella giornata particolare mi è tornata in mente proprio nei giorni scorsi. Ho ascoltato, per motivi di lavoro, la registrazione di un convegno che si è tenuto alla mitica Aula Bunker del Tribunale di Palermo, a fine aprile, sul tema della “mafia e corruzione”, nell’imminenza della ricorrenza della strage di Capaci del 23 maggio. Vari interventi, nel Convegno, hanno citato la strage di Portella della Ginestra, 1° maggio 1947, (di cui il prossimo anno si celebreranno tra parentesi gli ottant’anni) come il punto manifesto di affossamento delle speranze di riscatto dei contadini, dei diseredati, contro la classe dei padroni e dei latifondisti. Ne ha parlato anche Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, uno delle vittime più celebri della mafia. Dopo la guerra, sull’onda del coraggio scaturito dalla Resistenza, si era creato un movimento e una speranza di cambiamento sociale ed economico: ma la paura del comunismo, o comunque della rivoluzione sociale, ha portato le forze della reazione ad armare un bandito comune, Salvatore Giuliano, per fare strage di uomini, donne e bambini che celebravano sull’altura di Portella della Ginestra la Festa del Lavoro, mangiando, cantando e ballando.
La sproporzione tra i banditi armati fino ai denti e i contadini scalzi che giocavano con i loro figli, ancora oggi lascia a bocca aperta. Soprattutto, come è stato detto al convegno, il messaggio sociopolitico veicolato dal braccio mafioso, è stato così netto da stroncare sul nascere ogni velleità di cambiamento sociale.
Per cercare di descrivere la mia emozione avevo scritto un testo subito dopo il ritorno da Portella, ve lo propongo:
Come in un’ascesa laica, si sale e poi si sale ancora, a piedi attraverso il borgo e poi con un vecchio autobus che saltella sulla ghiaia delle strade bianche, sospese sul burrone, fino a quando si spalanca d’improvviso la radura selvatica di Portella della Ginestra, nel sole già feroce del maggio.
Vibra il vento senza soste dai cardini di roccia della Portella e vibrano ancora le voci di quel primo maggio di tanti anni fa, riportate dai filmati dell’epoca, vibrano come frustate le pallottole che tagliano l’aria della festa, vibrano le parole del poeta Buttitta che mise in armonia triste la vicenda. E vibrano ancora le domande, con echi infiniti che rimbalzano tra le rocce. Gli esecutori e i mandanti sono già svaniti, le lapidi dei caduti sono scolorite, ma le domande non si spengono, volano intorno come mosche testarde.
Ondeggiano, piene d’energia luminosa, le ginestre della piana, presenti nel nome, nel genius loci ventoso, e nella memoria poetica che con la somma voce di Leopardi ci ricorda che le «lente ginestre» «contente dei deserti» sono più eterne della Storia e dello stesso genere umano. «Caggiono i regni, intanto, passan genti e linguaggi», e le ginestre resistono come fondamenta del mondo, nella loro colorata, elastica resistenza. Anche quel giorno funesto, le ginestre lanciavano gialli segnali di resistente eternità tra le grida del massacro.
Sta, solenne, la roccia. Roccia bianca, calcarea, quasi spoglia di vegetazione. Mi ha ricordato la nettezza commovente la Montaigne Sainte Victoire, che dopo una visita ad un centro buddhista sui Pirenei ero andata a vedere per ritrovare l’emozione che aveva portato Cézanne a dipingerla con una dedizione che rasentava l’ossessione, e lo scrittore austriaco Peter Handke a percorrerla a piedi, sulle orme del pittore, tessendo parole ad ogni passo.
Nei quadri di Cezanne la Montaigne Sainte-Victoire ha un profilo mobile, cangiante, è quasi una massa che ondeggia lentamente nel cielo, confondendosi con il cielo e la terra. Qui a Portella della Ginestra le rocce sono immobili, impietrite dall’indignazione per ciò che hanno visto in quel Primo Maggio fatale, per il troppo sangue che il calcare ha assorbito, sangue di contadini, di donne prese dal ballo del maggio, di bambini, sangue di popolo spensierato e insieme temerario nel far risuonare la propria voce nell’immobilismo gattopardesco e sornione degli eterni padroni e nella crudeltà dei loro servi armati. Salvatore Giuliano non fu mai processato per quella strage, viene ucciso nel luglio del 1950. La fine dei servi, quando non servono più.
Eppure, Cézanne aveva ragione a percepire con la sua visionarietà pittorica, la montagna non come un totem ma come un organismo vivo, modellato dal tempo. Nulla è fermo in cielo e in terra, né le rocce, né le ginestre, né le vite degli uomini buoni e cattivi. Solo il vento rimane eternamente a fischiare la sua canzone tra valli e le cime. Il vento soffia ancora, e ancora e ancora….
Vi lascio con alcune delle parole che Leopardi ha dedicato all’umile pianta delle rocce:
“Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell'uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali”
(G.Leopardi, La ginestra, I Canti)
TIZIANA COLUSSO (www.tizianacolusso.it) Laureata in Letteratura Comparata a La Sapienza di Roma e specializzata a Paris-Sorbonne. È stata Responsabile Esteri del Sindacato Nazionale Scrittori e ha fatto parte del Board elettivo dello European Writers Council, Bruxelles. Ha fondato nel 2009 la rivista “Formafluens – International Literary Magazine” (www.formafluens.net). Ha pubblicato narrativa, poesia, testi teatrali, fiabe, saggistica, ha partecipato a numerose antologie e ha curato la resa scenica di alcune sue scritture. Suoi testi sono tradotti in sedici lingue, pubblicati in varie riviste e antologie estere, e raccolti nel volume La lingua langue (2025, prefazione del Prof. Jean Charles Vegliante). Ha vinto, tra gli altri, il premio di poesia “Paesaggio Interiore” 2023. È iscritta e collabora con la FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori), con il CENDIC (Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea) e con la SIL (Società Italiana delle Letterate). Da decenni pratica la meditazione in varie forme, e sta seguendo un percorso triennale di formazione per insegnare lo Zhineng Qi Gong, antica pratica cinese di meditazione e consapevolezza.
QUALE RUOLO ETICO ASSOLVE LA SAGGISTICA MUSICALE?
Come saggista del vasto segmento della musica nella sua più ampia accezione del termine, ammetto che attraverso la narrazione storica e critica, sono portato a indagare le dinamiche sociali e l'artista-musicista nel mondo, trasformando la scrittura in uno strumento di testimonianza, critica e memoria.
Nella saggistica musicale, mia sfera di competenza, le dimensioni della responsabilità letteraria afferiscono sicuramente l'impegno etico. Molti critici e autori collegano la scrittura alla difesa dei valori democratici e alla comprensione della complessità storica, rendendo l'opera un mezzo per promuovere il rispetto dei deboli. E per fare ciò in essi alloggia una consapevolezza storica, nel senso che anche la saggistica musicale oltre alla letteratura assolve il compito di preservare la memoria collettiva, affrontando anche le atrocità del passato e del presente per evitare che si ripetano, come nel caso dello schiavismo afroamericano.
• Volendo immergerci in una riflessione civica, da Frederick Douglass (1818) ai contemporanei -quali il Premio Nobel Toni Morrison-, l'intellettuale spesso avverte il dovere di interrogare la società e il potere, confrontandosi con il bene comune e la giustizia sociale. Da ciò ci si chiede quali possano essere le prospettive attuali sul ruolo dell'autore. Indubbiamente il dibattito contemporaneo esplora anche il confine tra libertà di espressione e responsabilità civile. Si discute spesso se la saggistica debba perseguire un fine moralizzatore e come questo si concili con la necessità di mantenere intatta la complessità artistica ed espressiva. E per approfondire il legame tra etica e scrittura si guarda all'orizzonte una prospettiva più ampia, sul valore della scrittura e sulla sua evoluzione nella contemporaneità.
Nel mio caso, quello di critico musicale, i giudizi, per quanto aspri, devono essere espressi in forma civile e non devono mai scadere nell'insulto gratuito o nella denigrazione personale. Esiste una linea sottile tra il giudizio severo e l'attacco personale. Storicamente, celebri critici come Beniamino Dal Fabbro sono stati citati in giudizio da "mostri sacri" (es. Maria Callas), ma ne sono usciti assolti quando i tribunali hanno riconosciuto che le stroncature tecniche rientravano nel legittimo diritto di cronaca e di opinione. Ciò vuol dire che esiste anche per il critico una certa deontologia che poggia su due essenziali pilastri. La mediazione, ossia il critico funge da tramite tra il compositore/esecutore e il fruitore, traducendo il linguaggio tecnico in parole comprensibili; e l'indipendenza, praticamente una riflessione etica importante sulla necessità di evitare conflitti di interesse con le major discografiche e gli inserzionisti pubblicitari.
Naturalmente spesso il confine tra un parere professionale e l'aggressione gratuita è labile. Per un'analisi più approfondita sulla deontologia e sul ruolo del critico, bisognerebbe rifarsi alla letteratura giurisprudenziale tuttavia è d'uopo evidenziare come nell’ultimo mezzo secolo il critico ha perso il ruolo privilegiato di primo ascoltatore di una esecuzione. Gli editori, che un tempo si schieravano a fianco del recensore sperando che questi rivelasse, scoprisse il nuovo Armstrong, il nuovo Sinatra o una reincarnazione di Elvis, oggi adottano la strategia di minimizzazione dei rischi che si estrinseca nella regola: “Parla di chi è noto che interpreta ciò che è noto”.
È peculiare che agli inizi del Novecento diversi sommi compositori, con lungimiranza divinatoria, rilevavano come l’influsso della critica sul pubblico fosse completamente scomparso. La domanda che allora e ancor più oggi occorre porsi è quale sia l’influsso del pubblico sulla critica, in un sistema di mercato che mette al centro l’audience. Eppure si sono sempre trovati critici che hanno compreso e appoggiato i geni innovatori. Se così non fosse stato, questi stessi geni non avrebbero lasciato tracce.
L’avvento dei social, inoltre, ha solleticato l’ego del recensore, il quale, pur di vedere il proprio scritto condiviso e seguito da molti apprezzamenti, si preoccupa di impoverire il linguaggio, abbassandolo al livello della chiacchiera da bar virtuale, o di alimentare discussioni nelle quali il suo nome campeggi. Ecco che fa d'uopo un punto di vista alternativo alla televisione o a Facebook che, per quanto utili, non devono sostituirsi ai rapporti umani. Questo si può, si deve fare, è una responsabilità di tutti coloro che fanno cultura.
In questo, va detto, un ruolo determinante in negativo è svolto da editori e direttori on line, per i quali il solo parametro di qualità da perseguire è il numero di visitatori ospitato. Un nuovo formato in cui la recensione musicale si presenta a partire dagli inizi del nuovo secolo, è quello web-televisivo. Sempre più spesso grandi testate 'confinano' le recensioni musicali in uno spazio web nel quale il critico in prima persona, ovvero un assistente di sua stretta fiducia, assembla un articolo on-line che incapsula un breve video riferito all’evento musicale trattato e, talvolta, vi inserisce interviste flash ad un interprete.
Gildo De Stefano



