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Il
paesaggio
Renzo
Vespignani: articolo in "Città aperta", Roma 1957
Le
ragioni dell'istinto
Questa
è la geografia del mio lavoro quotidiano: le strade dell'ultima
periferia, tra le pendici di Monteverde e l'ansa del Tevere; strade
larghe, dritte, che tagliano la selva dei casamenti popolari, fino
a morire nei prati intorno alla bianca solitudine dell'EUR, in un
dedalo di sentieri scassati, tra montagne di rifiuti e catapecchie;
e il nero sottopassaggio della ferrovia, i canneti imputriditi lungo
i recinti della Purfina, e case, case stupidamente imponenti, sparse
sugli sterrati e i calanchi, come una rovina di massi erratici.
Il sole che tramonta verso Ostia nobilita questa fragorosa babele
di balconcini e finestre; a vederla dai campi la città avanza
inesorabile in un sinuoso fronte multicolore di intonaci freschi,
azzurri, gialli limone, bianchi accecanti; sulla bruna fenditura
della ferrovia tremano i vapori delle locomotive in manovra, le
ghirlande rosse dei semafori.
Qui vengo a dipingere quasi ogni giorno. All'angolo di una via,
sull'erba magra dei marciapiedi non ancora asfaltati, sistemo il
mio cavalletto portatile. E' uno strumento curioso, una specie di
scatola piena di viti e di incastri, scatola magica dalla quale
i passanti, sempre con meraviglia, mi vedono cavar fuori, come un
prestigiatore, aste e zampe, tavolozze, barattoli, pennelli. Il
trespolo, una volta montato e ancorato a qualche sasso perché
il vento non lo travolga, ha un aspetto anacronistico, straniero
al paesaggio. "Cavalletto da campagna" si chiamava infatti
nell'ottocento, e si fabbrica ancora esattamente come cento anni
fa: le zampe che finiscono a punta perché affondino nella
terra grassa dei giardini, e un occhiello d'ottone per infilarvi
il manico del parasole. Lo si può riconoscere in una antica
fotografia di Renoir: drizzato ai margini di un bosco, sormontato
dalla bianca cupola dell'ombrellone, è nel suo ambiente naturale.
Adatto ai soffici prati inglesi si ribella alla tramontana romana,
vacilla e slitta sull'asfalto, resiste come può all'assedio
dei curiosi. Ne sfascio uno ogni tre o quattro, mesi.
Ecco dunque: questo cavalletto è il "costume" del
mio lavoro. E ogni volta che lo monto e lo smonto sotto gli occhi
di tutti - occhi crudelissimi e sfacciati - sorprendo nei miei gesti
qualcosa di superato. Oriento la tela al sole, preparo la tavolozza,
dispongo le vernici, il vasetto della trementina, e nell'attimo
che precede la prima pennellata mi vedo con lo sguardo degli "altri":
buffo, oleografico, come avessi la barba e la zimarra di un professore
d'accademia, un personaggio pittoresco e patetico tra le rosse insegne
della coca-cola e le cieche, precipiti pareti dei grattacieli.
E' l'attimo di ogni possibile smarrimento " ... Perché
sei venuto fin qua, ad esporti sui marciapiedi, rettorico come un
eroe da monumento?.,, Copiatore pedante, questo paesaggio è
il tuo gesso anatomico. Attento, paziente - oh quanto paziente!
- lo ricalcherai con somma diligenza... ed anche con una certa bravura...
Magari ti metterai la lingua tra i denti, come quel noioso professore
che succhiava e sbavava lavorando di sfumino... " E una volta
mi folgorò il ricordo dei magazzini del Museo d'Arte Moderna:
un rovinio di tele giallognole, polverose, un odore d'archivio dimenticato,
la velenosa esalazione del morto fiore della pittura.
Altre volte mi ricordo di B., un giovane astratto-concreto, sottile,
taciturno, e del suo studio ordinato come una sala operatoria. Un
giovane dalla intelligenza pulita, liscia come un osso di seppia;
così naturalmente incorniciato dai tempi, con quelle sue
tele che stanno bene dappertutto, nella sala di un consiglio di
amministrazione, nella biglietteria di un aereoporto, e soprattutto
nella luce calda e discreta delle gallerie. -t poi così falso
il suo modo di dipingere? Eccolo nello studio: la tela nasce, sì,
da una progressione geometrica, da un calcolo senza scappatoie,
ma quei colori così preziosi e netti, così scanditi
dai bruni alle luci, come una armoniosa, improvvisa fioritura, non
hanno un fascino pungente, non scoprono in modo assolutamente originale
il miracolo della poesia? Nella calma dello studio... Costruire
il quadro come un concetto rigoroso e scioglierlo dal peso degli
oggetti. La pittura non è che una ragionata gioia del colore,
e i sentimenti si specchiano nelle forme, senza mediazioni oggettive:
placida, naturale, civilissima alchimia. E non è questa la
strada diretta per attingere alla realtà? Se chiudo gli occhi,
questo fragore del traffico, questa voce della città staccata
dalle cose e dalle persone, non si ripercuote nella sonora pienezza
dei rossi, dei gialli di B.?
Così in quell'attimo che precede il provvidenziale stordimento
del lavoro. E subito, per fortuna, c'è il poi: la luce come
una lama spiovente sulle pareti, il senso e la profondità
delle ombre, e una striscia d'oro inafferrabile, incomprensibile,
appena intravista tra le torri di cemento. Il poi: lentamente ti
arrendi alle cose per quello che sono: autocarri, muri, tralicci
corrosi dai bagliori del pomeriggio, affondi nell'intrico dei binari
e delle antenne, rinunci alla ragione e lasci ragionare il paesaggio.
E' una gara che non lascia margine ai dubbi. Io so che è
quasi impossibile rendere quella figura che procede nel fuligginoso
canocchiale del sottopassaggio ferroviario, e quel brivido di sole
sulle case, in fondo. Pure spingo il pennello dietro quell'ombra,
cancello e riprovo. Non amo i colori ma quella sagoma incerta che
ora attende l'autobus alla fermata. Se solo una volta mi riuscisse
di cogliere in pieno il senso di quell'Ignoto che cammina tra ferri
e cementi, di quel frantumarsi del tramonto sulle finestre, del
cielo teso a picco sulle terrazze! E provo ancora: l'illusione di
farcela muore e rinasce ogni momento; provo pazientemente controllando
ogni centimetro della mia tela sull'altra immensa e vivente tela
che mi è di fronte. Tento ancora di furia, cancellando e
flagellando la materia, intridendola di trementina, di olii, di
spessori. L'immagine si snebbia, a volte sembra che basti un ultimo,
brevissimo tocco a fermarla in tutta la sua possibile evidenza,
e subito si sfoca, ancora torbida nullità.
Per me, dunque, dipingere all'aperto, in periferia, è soprattutto
una passione, o, se proprio vogliamo, un vizio di tutti i miei sensi.
E come ogni passione è difficile spiegarla e sostenerla con
la ragione, o tanto meno costruirvi sopra una ben congegnata teoria
estetica: sempre troverò il critico acutissimo che saprà
smontare, pezzo per pezzo, questa mia quotidiana avventura fino
a scoprirne la assoluta futilità. Così, a chi mi chiede
perché io dipinga ancora "alla scuola del vero"
- in tempi come questi che sembrano far volentieri a meno di ogni
verità - io risponderò con le ragioni oscure dell'istinto:
la pittura in se stessa non mi affascina quanto la natura e gli
uomini, la pittura è una rete che tendo ogni giorno per catturare
una immagine... E resti inteso che non vado a caccia di "vedute"
come un entomologo dilettante di esemplari dalle ali policrome e
cangianti. Il vero non mi è necessario come un prontuario
di prospettive, di colori, di episodi "verosimili" o peggio
pittoreschi, né come una sorgente di impressioni puramente
visive. Non deifico le apparenze, e neppure quell'elementare racconto,
quella fortuita umanità che è in ogni strada dei miei
quartieri. Pure ho bisogno di tutti questi elementi: per sé
soli inerti e insufficienti, so che finiranno per fondersi in una
viva, singolare immagine, come gli accordi disordinati di una grande
orchestra si risolvono nell'unità di un limpido, esaltante
motivo, in una complessa e insieme semplicissima realtà.
E' questa "realtà" il modello che cerco nelle strade
e nei campi, un significato impensato e impensabile che improvvisamente
traspare negli oggetti e collega le membra sparse di un paesaggio
agli uomini che lo percorrono, a me stesso, alla loro e alla mia
storia. Superiore verità alla quale, spesso ti introduce
un particolare a prima vista assolutamente secondario: una antenna,
magari, che sul tetto di una fabbrica, contro il sole nera e scheletrica,
pone il suggello della fatica o della morte a tutto il resto, muri,
finestre, uomini; o il bianco pennacchio di una locomotiva, alto
nella sera, quasi il respiro della intera città.
Che cosa sia in concreto questa "realtà", che è
fatta di natura e sembra cancellare ogni naturalezza, che è
fatta di anonime, usuali apparenze e che tuttavia le avvelena e
le lievita fino a trasfigurarle, io non so e non saprò mai
dire, se non forse indicandola nelle opere dove essa si è
fissata per i secoli: nel fulvo, trasparente incarnato di un nudo
di Tiziano, dove materia, luce, equilibrio compositivo, sono al
servizio di una terrestre sensualità, sì che tendi
la mano a sfiorare la superficie della tela, a provare un piacere
estetico ed umano insieme. A questa realtà io non saprò
nemmeno approssimarmi nella tranquillità dello studio, "immaginando".
Se provo a dipingere a memoria i colori mi impongono la loro legge
fino a soffocarmi, ed io procedo sullo spazio della tela obbedendo
alla loro meccanica. Nelle strade, invece, quasi sempre arriva il
momento in cui ti senti all'unisono col mondo, e non pensi né
alla materia né alla grammatica della tavolozza; attimo fuggente,
come un lampo che per un momento incenerisce ogni aspetto provvisorio
del paesaggio, e subito lo ricostruisce in una severa monumentalità.
Poi si rimane soli col povero risultato di quattro, cinque ore di
lavoro. Ma quello spiraglio che per un momento s'è aperto
lasciando intravvedere la vita profonda delle cose, è il
solo varco che valga la pena di forzare. A costo di rompermi il
viso contro una porta che si dice, ormai, per sempre serrata.
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