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Vespignani pittore di parole
Il miele di Aasverus

a cura di Angelo Calabrese
Arte & Carte N. 4 N. 2 Inverno 2000


Fumiga la caligine biancastra: circonfonde l'abitudine
alle situazioni recidive, l'assuefazione
allo sperpero di una vitalità ottusa che si dissolve
sdrucita. La trama 'senza tempo tinta', fatale
sostanza che irretisce ogni esistenza, dalla naturale
brutalità istintiva all'immissione violenta
nel vertice consumistico, vapora d'intromissioni
azzurrine: la tensione allettante che persiste
anche dove galleggiano i brandelli delle esistenze
dilacerate. L'illusione affiora quindi tra i relitti e gli
sperperi dell'istinto connotativo umano, quello atroce
ostinato alla libertà, sempre più inclementemente trucidato
dalla logica del progresso e della tecnologia, ma intanto
risospinto, quasi per fatale maledizione, dalle obliose nebbie
della storia ai lidi della luce dolorosa. E' fatale la voglia
di vivere: il miele alletta, promette dolcezze appaganti,
invischia l'avidità e la favola cede alla disperazione della
sentenza alla pena estrema, senza redenzione.
L'inesorabile segno di Renzo Vespignani che agglomera e
sgomitola la sostanza della biancastra fumosità, alla quale si
assimilano le disfatte esistenziali nel trascorrere delle quotidiane
vicende, rende testimonianza del dolore nell'imponderabile
che vapora tra la corporea sensibilità e le brume
subliminali. E' proprio dove l'evidenzia realistica si coniuga
all'acuta introspezione psicologica che si leva alto il canto
del poeta testimone impotente delle umane miserie e della
monotonia della storia.
"Dipingere parole" è previlegio del grande artista libero
dalle inclementi "datazioni": istanze, dubbi, interrogativi,
indugi stanchi dell'assillo esasperante della ragione, ritrovarsi
fragili e umani allo specchio del sentimento, sono finestre
da sempre aperte sul corpo e l'ombra dell'esistenza.
Vespignani non si smemora della professione paterna: le
mani del chirurgo investigano nei dedali anatomici ed è
vitale la ferita che sa recidere il male.
D'altri strumenti si avvale la sua impegnata vocazione: le
ferite mortali e l'evidenza della crudeltà con cui si è scatenata
la violenza tafiggendo e divaricando, sono denunce cupe,
aspre, possenti, sottratte però all'individuazione espressionista
da quei vortici lenti, vaporosi, del segno che vela e svela,
imbozzola talvolta, senza mai togliere senso all'intravisione.
La caligine biancastra è la poesia che resiste anche all'evidenza
che le ore non possono sperare una quota d'eternità,
ma già poesia quel vapore lattiginoso dal quale emergevano
le periferie degli anni Cinquanta, gli intrighi d'erbe e cespugli
dei prati di Monte Caprino e Grottarossa, le ventose
energie che rapiscono ai volti le fattezze e alle strade affollate
le immagini dei manifesti e delle luci della pubblicità. Nella
nebbiosa rinfusa, che uomini e cose traveste in un impasto di
rapida tattilità, giostra la memoria di lune calanti e nudità in
bella mostra tra le fumiganti 'carbonelle' di Tor Di Quinto.
La poesia c'era quando la speranza nell'impegno aggrediva
la concretezza della vita che appariva nuova e il male era
lasciato alle spalle. La poesia c'era dove i tempi accelerati, i frenetici
ritmi di Manhattan davano nuovo senso al vapore,
reale presenza cittadinanza, e ai piani interferenti, alle geometria
sovrapposte come velature in transito, attraversate ed
attraversanti una vaga umanità abrasa dagli allettamenti consumistici
e bruciata dalla sua stessa fretta d'andare per andare.
Si spiega così la volontà di leggere Vespignani dei
"Quaderni Di Aasverus": un libro prezioso che ho amato
fin da quando, fresco di stampa, mi è stato donato in segno
d'amicizia. Presentavo a Napoli "Come Mosche Nel Miele"
nella Promotrice Salvator Rosa, nel 1987, e non tutti si rendevano
conto che il maestro, interprete dell'anima del reale,
denunciava le contraddizioni dei fautori del progresso che
prometteva 'felicità per tutti e subito'.
Mi sorprese quel Vespignani nuovo, chiaroveggente che
non lo gridava ai quattro venti, ma si riconosceva sapiente
nella eterna, fatale malinconia dell'Ebreo Errante, non certo
perché l'artista è destinato a sopravvivere a se stesso, ma per
la tragica condizione del testimone viandante la cui pena
cresce di giorno in giorno con la consapevolezza di non
poter cambiare il mondo.
L'Ebreo Errante nella metafora di Vespignani ha nome e
cognome: Aasverus Lakedemm. La leggenda della
Germania luterana lo identificava come Ahasverus; quella
dei Paesi Bassi lo conosceva come Lakedemm: entrambe
riprendevano la tradizione che dal VII secolo ha avuto fortuna
negli scritti di Roger di Wendower, Matthaus Parisius,
Goethe, Schubart, Hamerling, Chamisso, Wordsworth,
Beranger, Andersen, per citarne alcuni senza dimenticare il
romanzo fiume di sue e Arturo Graf.
Non è certo l'Ebreo dell'interpretazione romantica quello
che Vespignani riconosce punito con l'immortalità: la morte
non può nulla contro il male che vive nella vita e, in dolorosi
cicli, sfida il pensiero che non trova rimedi a contrastarlo.
Aasverus, Lakedemm, Malco che colpi Gesù, il ciabattino
che scacciò dalla sua proprietà il Messia stanco, Cartafilo
che gli fece violenza costringendolo ad affrettare il passo,
nelle varie versioni della leggenda si ritrovano nella medesima
punizione con nomi diversi, erranti, con la speranza di
morire alla svolta di ogni secolo e puntualmente delusi: si
ritrovano nella marea del tempo che è nuovo solo perché
cresce il dolore.
Il ciabattino risuola le sue scarpe e, nella sua rugosa perennità
d'estremo autunno, si rapporta con le stagioni che
avanzano soffocate da un sempre più profondo malessere.
Attraversa città sudice di passioni, alleva desideri e nostalgie
dove ritrova prime fioriture, si riconosce nella memoria
alla deriva, nel dolore indecente: ha sogni tanto più vecchi
degli anni che gli appartengono.
Qual è il vero di Aasverus che già nel nome nega la verità
ininterrottamente negando d'averla negata? E' l'Aleph vero
altrove e falso dov'è presente? Perché alla distanza arpeggiano
solo le corde intime e quasi perde senso l'ostentata evidenza
di quello che comunicammo feroci e corrosivi? Del
1943 La poesia di Vespignani ritrova il querulo martellamento
di un pianoforte che non vince il ritmo ansante del
respiro di un mitragliere: un disfatto roseto, l'ora senza
scampo, biondi capelli cosparsi di terra: "La mosca verde dei
macelli andava / suggendo la morte dalle sue labbra".
Ecco un altro frammento evocativo: una pioggia di schegge,
il tamburo ardente del marciapiede, il provvido portoncino
socchiuso: "… la baciai festeggiando / nel suo fresco rifugio
i miei cent'anni". La consapevolezza d'essere cresciuti
troppo in fretta o l'abbaglio "di un istante di fede nella vita?".
E che dire di quella luna di ghiaccio che affratella nella trappola
della città deserta, nell'ora sperduta del coprifuoco, 'il
fascista invecchiato / che fila lungo il muro' e il giovane che
lo osserva dai vetri appannati, fin troppo fragile divisorio?
Renzo - Aasverus - Lakedemm - Tiresia (come escludere
il profeta degli "inferi" dei vivi e dei defunti che alla funesta
chiaroveggenza aggiunge il dono dell'esperienza dimorfica:
nel suo enigma da maschio si trasforma in femmina, perde
poi le mammelle e torna maschio esperto dell'universo
umano a tutto tondo) confessa che nelle contorte strade
della sua fuga ha '… il privilegio della pittura, la strana,
puerile / voluttà di assopirmi nei suoi segni / come in un
bosco, cupa / luce che si converte / in sillaba perfetta".
Dove la natura è ancora intatto dall'occhiuta rapina del
progresso l'artista è poeta immerso nella poesia: legge "nei
segni della vita / la vita per sempre smarrita nei segni", ma
nelle terre del disamore, nelle strade della sua città che si
diradano in vene periferiche anonime, fameliche, mendicanti
e assassine, è solo veggente testimone d'assenza di speranza.
Il rischio è quello di ritrovarsi bandiera senza segni,
tra due specchi in un vuoto corridoio, come da nulla a
nulla, fantasma di se stesso, mai però libero dalla presenza -
condanna di testimone, errante per ricognizioni da trasferire
in immagini alonate d'intrighi vaporosi prima che l'incidente
ineludibile affidi alla memoria l'orrore di reperti inanimati,
offesi dalla luce indesiderata.
Aasverus nei rituali itinerari sa che l'oscena prostituta è
vestale che vigila il braciere, sa dove s'accumulano i giornali
che oscurano i finestrini delle automobili alcove, sa dove
incalza la rissa, dove marcisce la ferita, dove garze e relitti di
giocattoli s'impigliano nei rovi e, nonostante i secoli di
pena mai riscattata, ancora si meraviglia del volo nunziale
dell'effimera: una contraddizione che perpetua un non terreno
volere? L'antica, intatta brama oscuramente biologica
inventa la scienza imperfetta delle passioni, le feste crudeli
dei commiati; rimedio sarebbe la fuga nell'inganno degli
anni giovanili, nelle prodigiose tentazioni della poesia che
dipinge parole e non allarmano i tracciati dei cardiogrammi.
Aasverus, 'smarrito nei fatti di tutti i giorni' sarebbe crudo
pittore se non alonasse di poesia le immagini della strada filtrate
dall'intima memoria - diario.
Aasverus - Lakedemm - Tiresia viaggia ed attende:
incontrerà l'incarnazione della sua condanna? Verrà visitatore
inatteso dalla fronte piagata? Gli sembra di riconoscerlo
in ogni vita perduta, in ogni travestimento: forse è l'allibratore
incontinente, impregnato d'urina e nicotina, forse è il
cieco che avanza cadenzando battute esplorative del bastone,
forse cela le sue ferite sotto una lobbia d'altri tempi,
forse s'attarda a meditare sulle macerie del progresso, forse è
solo la voce che incalza e persuade a chinare le ginocchia
"davanti al vecchio nemico, lo sconosciuto pilota" signore
assoluto delle predestinazioni che, aggiungono subito, la
ragione rifiuta e la scienza nega.
"Parla, non è creatura / della tua indifferenza / il secolo
che muore?": L'errante, che vaga e non si riscatta dall'errore,
sa di essere stato scelto per testimoniare, per essere in un
povero corpo che non può guarire della vita, che ha colmi
d'orrore occhi e sogni, che non distingue il corpo e l'ombra
dell'esistenza. Renzo che dipinge parole, motiva e chiarisce
il suo viaggio di testimone nella pittura. Il rodio d'un dolore
troppo grande per essere dell'uomo contro l'uomo, di un
viaggio senza meta che si risolve uscendo di scena nel viaggio,
di un gioco dove nessun vivente vince, pone un dubbio:
chi ha condannato l'Errante è cacciatore o preda?
Aasverus, esperto di millenni di delusioni, confessa: 'un
altro secolo m'innamorai', 'raccolsi la poca innocenza che
m'era rimasta', ma poi s'interroga:" "fu il desiderio, l'anima
stessa / a stringermi la gola o intermittente / la speranza del
tempo ritrovato / intatto, muto, interamente umano?".
Se appuntiamo l'attenzione sull'intermittenza della speranza
tutta umana, meglio cogliamo il senso dell'opera di
Vespignani pietoso dei 'vasi di pelle e di carne', delle ombre
veloci e incontri ch'erano passioni sanguigne, realtà inafferrabili,
trasalimenti agli inganni del tempo.
Questa pietra tutta umana che trova conforto solo quando
s'attiva l'intermittente speranza a dar segnale di luce risolutiva,
permea segni e parole, nega l'assuefazione e l'indifferenza
al quotidiano dolore; grida dovunque la pena è fatalmente
ingiustificata. Per questo è eterno Aasverus; sogna al
culmine d'ogni secolo 'il freddo collasso del tedio, la forma
perfetta dell'eterno', ma inesorabilmente una mano di
piombo lo risospinge nella luce.
Oltre al graffio realista, l'impegno sociale, le asprezze dei
disegni prodigiosi, le indagini specialistiche dettagliate con
sapienza critico - anatomica, oltre alla controverse sottigliezze
interpretative dell'opera di Vespignani, domina il
diretto contributo del poeta.
Il miele della vita ovunque alletti è nutrimento fatale.
Aasverus che attraversa il golfo dei millenni, e sa che gli
incendi ai grattacieli non sono sempre virtuali, è consapevole
solo che il dolore cresce quando più è vischioso il miele
del progresso innaturale.
Sa che dall'uomo all'origine ai mutanti a venire resta 'pura
immodificata la distanza' da chi lo ha condannato a resistere,
a sperare, a vivere l'effimero amore tutto umano.

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