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Imbarco per Citera

Giovanni Testori: saggio introduttivo al cielo "Imbarco per Citera", 1969

Voli di funebri farfalle

"... ce carnaval où bien des coeurs illustres,
comme des papillons, errent en flamboyant.
Décors frais et légers eclairés par des lustres
qui versent la folie à ce bal tournoyant."

Baudelaire, Les Phares.


Se in una Mostra ideale (e mi si dice che nella tappa successiva a questa, che sarà il Palazzo ferrarese dei Diamanti, la mia ipotesi diventerà bellissima realtà) si mettesse a confronto il primo periodo di Vespignani, quello delle periferie gremite dagli umani come da povere formiche, quello delle ferrovie e stazioni asfissiate ed asfittiche, delle case e dei "fabbriconi" nauseanti, maleodoranti, ploranti e ribelli, per cui il pittore divenne, ancor ragazzo, celebre fin dilà dai confini (e, in effetti, molti di quei disegni sono emigrati in America): se lo si mettesse a confronto, dicevo, con quest'ultimo ciclo, che da quel primo dista giusto gli anni che ci separano dal più immediato dopoguerra (un tempo ormai di quasi cinque lustri) s'avrebbe lì, davanti, nell'evolversi d'una sola persona, anzi nel disegno della sua storia e parabola, la storia e parabola di un'intera generazione in tutta la sua complessità umana, culturale e poetica; dal suo apparire aggressivo e fiammante al suo variare e moralmente svanire o precipitare; perché si sa, a un certo punto, in qualsiasi parabola, " something is rotten ". Proprio come se, per fare un esempio che abiti fuori della pittura, nella traiettoria d'un unico regista accadesse la meraviglia di passare da " Roma città aperta " o da " Ladri di biciclette " a " Blow up " o, chissà, al " Satyricon " felliniano.
Scrivo chissà, perché nessuno l'ha ancor visto e, dunque, devo limitarmi anch'io agli anticipi curiosi e stravolti (ma poi splenetici e lunari) che, di tanto in tanto, ci vengono offerti dai settimanali.
Avrei potuto dire alla " Dolce vita "; ma su quel capolavoro filmico sarebbe stato facile equivocare. In effetti, qui, nel ciclo di Vespignani, la crisi d'una civiltà (o d'una inciviltà), certo quella d'una generazione, è andata assai più innanzi; perché qui assistiamo veramente a un "embarquement"; io non credo verso l'antica Citera; o lo credo, ove si dicesse che Citera, dopo Watteau, dopo le "Fetes galantes" di Verlaine e dopo quelle intercontinentalnostrane di Fellini, ha fatto un altro passo per spostarsi dall'isola di Venere verso l'isola della labilità e dell'ombra.
Insomma, questo gran ciclo di Vespignani, a guardarlo così per intero e a visitarlo poi, quadro per quadro, non sarà piuttosto da chiamarsi la "Dolce morte"?
C'è, mi pare, una tal leggerezza, una tal levità, un tal passo di danza, un tal volo di funebri farfalle, in questo trovarsi per l'ultima volta insieme, dire addio al mondo e risponder così alla chiamata della morte e del giudice proprio lì, davanti ai bicchieri e ai piatti vuoti, alle maschere calpestate e alle povere, coloratissime carcasse d'un festino! C'è un tal effimero e felice dispendio e sperpero di profumi, di creme, di ciprie, di emulsioni, di " fluids" e di
"masks"; c'è una tal volante orgia di vestimenti e travestimenti; un tal frusciar di ciglia, di piume e di struzzi; un tal brillio e, per contro, un tal "ombrìo" (violo il vocabolario per una lusinga musicale) d'abiti di seta, di carta e di chissà mai che fibre inventate dai freddi e sublimi artifici della società dei consumi! E c'è, soprattutto, una tal voracità di guardarsi, denudarsi, toccarsi e baciarsi (la "poussière des baisers autour des bouches lasses", di cui parla Proust proprio a proposito di Watteau)! Anche se poi nel caso di Netta che, entro tutto il ciclo, gioca il ruolo d'ultima Venere, la "Venus" opulenta di via Ripetta, splendida e marmorea, delicata e proterva, giovane e, come dire, matrona, tutta vera e tutta finta, tutta di carne e tutta di "maquillage"; anche se poi, dicevo, nel caso di Netta, quel sorriso si fissa come in una maschera da tragicommedia settecentesca; e si tramuta nell'urlo afono di chi ha visto, dietro i coriandoli e le stelle filanti, nell'afrore degli "alkermes" che han inzuppato, come rose e ciclamini, tutte le torte di Ruschena e di Rosati; ha visto venir avanti lei, la silente, sdegnosa, invincibile Falciatrice; o, forse, piuttosto che la morte, l'ultima domanda, lo scricchiolio definitivo ed estremo, il definitivo, estremo perché ed enigma. E allora anche lei, la Venere, si prende in mano la sua falce (non le resta, parrebbe, altra risorsa o vendetta) e, come ultimo gesto, taglia d'un sol colpo la testa al marito-pittore: questa specie di Narciso intrappolato nella sua stessa altissima perizia, nella sua stessa incredibile dermatologia pittorica; trasformandosi per proprio conto in Giuditta e trasformando lui in Oloferne; e così vien avanti in una sequenza indimenticabile almeno quanto inattesa, trascinandosi dietro per sempre quel peso, metà finto e scherzoso, metà tragico e vero: e lo fa nel rosa di un'aria in cui ecco è svanito tutto l'"alkermes" e sulle torte si son sciolte tutte le panne; con un viso in cui il "maquillage" rivela di botto la sua povera vanità; perla nell'alba trepida e rosa - le feste, si sa, finiscono tutte e sempre all'alba, o quasi... - Ma per andare verso dove, così memorabile e insensata, così pericolosamente folle, ironica, rugiadosa ed obliqua? Perché, nel ciclo di Vespignani, l'eterna Falciatrice mostra di non aver più nessun corpo; anzi d'essersi più modernamente trasformata nella percezione stessa dei personaggi; nella loro coscienza; nel suo ultimo brillio; e, appunto, nel suo ultimo, coloratissimo " ombrìo ". Quasi dicessero: e adesso? Adesso che l'alba va levandosi e per le strade comincia in qualche modo ],a triste, monotona ripetizione della vita?
Senonché, fuori, esistono ancora vie, vicoli e strade? E poi fuori da che? Da dove? Che stanze son mai queste che Vespignani ha inventato e in cui ha fatto svolgere gli atti della sua opera mozartiana, mescolando le carte della gloria e della mitologia pagana con quelle del martirio e della colpa cristiana e gettandovi poi sopra-i lampi d'una fierissima, narcisistica autopunizione marxista, quasi volesse liquidar tutta la povera storia che ha condotto i suoi personaggi lì, a quel punto, dove è perfino lecito dubitare che si possa ancora pronunciare la parola più semplice: quella che significa, appunto, vita...
Se pensiamo alla denuncia di vita minacciata, sì, offesa e crocifissa, ma gagliarda, esplodente, e ribelle, che correva nel primo tempo (e nel primo ciclo) di Vespignani, c'è di che restar senza fiato! Ma la funzione dei poeti è proprio questa: di trovarsi sempre là dove pulsa il massimo di crisi, sia essa positiva o sia essa negativa; per cavarne, certo, qualche possibile gloria (e qui, appunto, i canti estenuato, bellissimi e pittoricissimi di questo "embarquement" da Trastevere); ma più, per parteciparla ed estrarne un senso...
Ora la storia d'una generazione, dice il pittore, è stata questa; e fingere altrimenti sarebbe oltraggioso: perciò io ve ne offro la musica, il nonsenso, l'addio...
Il fascino e la bellezza (fascino e bellezza, intendo, pienamente figurali) è che Vespignani quella liquidazione l'ha eseguita senza impietà alcuna e senza alcuna violenza; ma conducendosi e andando avanti tra un"'aria" e un "recitativo", giusto come nelle grandi opere in musica del settecento; fino a portar tutti i protagonisti al "concertato" finale, dove li vediamo cantare con un piede ancora sul proscenio e l'altro pericolosamente in bilico sull'immensa ombra del "golfo mistico": quello della domanda ultima, dell'ultimo perché e dell'ultimo, irresolvibile enigma.
Vogliamo togliere da questo ciclo gremito d'oggetti uno che ne formi il vero e proprio simbolo? Eccolo qui: sono "les escarpins" color ciclamino sfiatato che Titina esibisce alla fine; questa Duse arrivata a soffrire, a sterminarsi e a illuminarsi proprio all'ultimo atto, prima cioè di salir sulla barca; e per un giovane ignudo, l'angelo che ci volta le spalle, con la cui immagine nel cuore si coricherà e s'addormenterà per sempre; e che la barca poi s'allontani, che scivoli sull'onda sino all'infinito... "les escarpins", dicevo, nel quadro che Vespignani ha voluto intitolare L'angelo d'alabastro saluta nella direzione opposta, ma che io, in omaggio allo struggimento di quel rapporto tra la donna devastata e la schiena del ragazzo, che è cosa di bellezza letteralmente indicibile, chiamerei tout court: "L'angelo d'alabastro" (e chissà che non vi sia sotto qualche inconscio o sottilissimo riferimento alle statue di sale di Sodoma e Gomorra!). Uno struggimento che ci fa risalire, magari attraverso la Vienna inizio di secolo, magari attraverso Feuerbach, Bócklin e Marèes, a certe situazioni plasticamente anfibole, erotiche e sublimi, delle camere più segrete e stregate di Fontainebleau: che sono, di questo ciclo, uno dei più certi precedenti ".
Arrivati qui sarebbe utile, trattandosi di un testo scritto anche in posizione di lettore d'opere d'arte, stabilire nel rapporto tra i due momenti di Vespignani, un dato permanente: insomma, una costante. Ora a me sembra che questa costante possa leggersi con maggiore evidenza in alcuni episodi intermedi che, per non avere lo sdegno e la umana partecipazione del primo ciclo, né l'ardore vanificante e stupendo, la vanificante, sontuosa, incipriata e mortale bellezza di quest'ultimo, han finito per parer di passaggio.
E consiste in una tal quale "venosità"; una "venosità" diciamolo subito morbida e feroce, affannata e mordace, ma poi subito e dolcemente scatenata nell'autolesionismo; forse perché il sangue talvolta pulsa e preme troppo e cosi la rete s'ingrossa e s'ingromma; forse perché il peso dell'ombra e quello dell'ultima malinconia scendono come l'ali di enormi farfalle su tutti i visi dei convitati... Dire "venosità" può parer poco; a guardar bene, è tutto. Ogni pittore ha la sua ottica visiva, poetica e morale; ha il buco della serratura da cui guarda, scruta e spia; sia pur per spaziare poi sul mondo intero e planare sulle sue glorie e sulle sue rovine; o, quando capiti, per schiudere la percezione e i segreti di ciò che sta di là del traghetto, della darsena e del porto.
Non si tratta di un'abitudine; bensì d'una preferenza non scelta; di un "tic" fatale (e fetale). Un pittore è anzi pittore proprio e solo in quanto possiede questo punto d'osservazione prenatale; che diventa poi punto di stile cosciente (e natale). In alcuni questo punto è soprattutto di pressione ed ingorgo materico; in altri soprattutto di acutezza e definizione grafica. In Vespignani, nel giro di cinque lustri, s'è fatto da massimamente e torvamente grafico, massimamente e gloriosamente materico. Ma, badiamo, si tratta d'una materia totalmente spettrografica; anche se lo spettro non son più le ciminiere, le case desolate e infamanti della periferia, bensì il corpo e l'anima dell'intellettualità che si è totalmente rosa ed arresa. Una materia, insomma, vista dalla retina d'un occhio che s'avvicina alle cose con la rapacità, la golosità, l'insistenza e l'impertinenza di un erborista patetico e ossessivo, com'è bene che sia, ma poi stornante, immalinconito, fradicio e folle; e che di quella retina che è sanguigna, anzi venosa, fa il bandolo grafico, il grafico dominio delle sontuosità, dei profumi, dei "maquillages", dei travestimenti, dei brividi, dei mancamenti psichici, erotici e nevrotici di quella materia; una materia agglutinante come la gelatina primordiale dell'esistenza, ma altresì come le creme che dalle paste coloratissime scendon giù per la gola o come la saliva dei baci più promiscui e dissennati (ancora la "poussière" di Proust); agglutinante e cosmetica come quando, rifacendosi a Goya, si spalma sui fondi con l'ambigua tattilità, che so, della pelle d'una sirena o dei divani su cui gli invitati si son a lungo stesi e abbracciati, lasciando i segni dei propri corpi, dei propri vizi e dei propri amori.
Può parer troppo facile scriver questo dopo che s'è visto il muscoso, trogloditico e, insieme, maionesesco ingrandimento che Vespignani s'è fatto del proprio occhio e del proprio orecchio?
Per quel che mi riguarda l'avevo inteso da molto tempo; allorché, non ancor pienamente libero, in chiave cioè di preparazione per questo grande "exploit", cui la pittura da chissà quanto tempo ci aveva disabituati, Vespignani si provava nei suoi incroci maligni.
Ricordate i serpenti che sfilavano e s'arrotolavano tra i ficus, le poltrone, i filodendri e le strane abitatrici dei suoi salotti? Ricordate la loro pelle? O, vicino, la fibbrosità, il sistema nervoso, ecco, di quelle foglie, spiate, cellula per cellula, poro per poro, come fossero brandelli di carne umana? C'era una mania segreta in quegli interni, non tutti ancora sciolti nel pieno della poesia, come invece son questi; una mania che cercava di voltarsi su di sé, come un boa o, come adesso, le piume di struzzo e i confezionatissimi peli di scimmia delle toilettes di Titina e di Netta; voltarsi e dilatarsi in seduzione, in poesia perduta, in malia.
Forse bisognava che il tipico, il "tic" stilistico di Vespignani, la sua trappola, la sua meticolosa, intrigante e ossessiva "venosità" si incontrasse e si sciogliesse dentro una sorta di cosciente e disarmata maturazione; che cadesse, come nel proprio grembo, dentro la completa delusione circa i restanti sussulti della rabbia politica e umana, dell'umano e libertario sdegno che gli avevano pur mosso la mano (e la fantasia) nell'immediato dopoguerra. Forse bisognava che Vespignani prendesse atto della fine totale d'una speranza (e della possibilità di un'attesa riedificazione umana e sociale); e per lui e con lui che la sua generazione toccasse con mano la fine del proprio ruolo propulsivo. Senonché tutto questo può darlo il coraggio intellettuale e morale dell'estrema constatazione; quello e nient'altro.
Forse bisognava tutto questo perché la "venosità" di Vespignani, da descrivente e denunciante, si facesse poematica e ciclica (e sia pure per edificare un poema su di un'umanità o di una generazione perduta e perdente; insomma, sconfitta); e perché l'occhio, planando su cose e persone, sapesse poi riallontanarsi sì da vederle un po', come si dice, da lontano; ora che gli anni son passati e ogni giorno ci porta veramente più lontano. Quel lontano che permette loro di prendere il respiro cosi lieve e così vasto, così colorato e così marmoreo che hanno; la così incondita e mortale grazia di movimenti; ed altresì il non meno incondito distacco da nuovo, cemeteriale neoclassicismo in cui essi si isolano, prima di scendere e sbarcare per sempre sulle rive della nuova Citera.
Se son "cabalette" quelle che la partitura dell'opera designa loro in quel momento, bene, bisogna dire che i personaggi di Vespignani le cantano con una così dolente e sontuosa grazia, con una'così dolente e sontuosa scienza e coscienza del loro umano fallimento da storicizzarsi subito molto più che se il pittore, per esprimere quel fallimento, li avesse denunciati caricando di velleità parapolitiche il suo luogo stilistico, la sua "venosità"; la quale nel tragitto s'è così innamorata di ciò che sta perdendo (nientemeno che gli anni della vita e, con essi, le sue eventuali ragioni) da tentare il monumento. Non perché quei personaggi intendano porsi come esemplari; ma perché tale fu la loro storia; tale la loro parabola; tale la loro vita. Con lo strazio d'essere una: mal condotta e malata; corrotta e sconfitta; ma quella; la loro. Esemplari, dunque, ma di come si cede il passo; di come forse, ad ogni volta, le generazioni dell'uomo perdono la propria carta nel gioco senza speranze della vita.
Che importa, a questo punto, del tantissimo teatro che s'incontra lungo il ciclo di Vespignani? Io, per me, ho sempre detto: ben venga. E, infatti, eccolo qui: è venuto ed è venuto benissimo. Che importa, insomma, se sulla fine Titina ripiomba nello strazio d'una Eleonora Duse cui sia toccato in sorte di frequentare, anziché D'Annunzio, qualche poeta bit, pieno più di droga che di versi, qualche maldestro erede di Dylan Thomas? E che importa se, così facendo, s'appoggia al muro come un'attrice pazza ed isterica del cinema muto?
Quel muro ha l'impalpabilità e il suono del nulla; e in esso i colpi del suo cuore rimbombano disperati come in un elettrocardiogramma finale e autogiudicante. Ora è proprio per quella venosa, dermica "presa di coscienza" , una "presa di coscienza" che avviene come per una fatale e funebre
"presa di friandises"! è proprio per quello che, sotto il suo atteggiamento, noi riscopriamo la vera
povertà, la vera storia e miseria dell'umana natura. E poi, ecco, la luce dell'alba comincia a
toccarla; a beatificarla in una sorta di liturgia laica e demente. Possiamo star certi: a poco a poco
quella luce la brucerà e la consumerà tutta. Guardate: l'incredibile "cashmere" comincia a
sfogliarsi; le piume dello struzzo si fan oro, ombra, polvere lucentissima, lucentissima orma...
Che importa se Mario, il convitato mercante, si trova alla fine a soffrire dell'insulto come un vecchio pagliaccio, metà buffone neoelisabettiano, metà Canio neoleoncavalliano?
Io potrei dire: perdetevi, prima di licenziarli e licenziarvi; prima di salire anche voi,(anche noi) sulla barca. Perdetevi in quell'inseguimento di stoffe, di perle e perline, di anelli, amuleti e anellini, di collari, bracciali e collarini, come il gran Burma, con tutta la sua scienza, neppure arriverebbe ad immaginare... Il pittore non vi domanda di più; giusto come la vita; dato che bisogna pur salpare. E allora guardate quella fuga di delizie cromatiche che si eccitano e si disfano, appaiono e scompaiono... Dio mio, prima di finire, anche un siffatto miracolo di pittura e di poesia può essere un "buon viaggio " dato con tutta la coscienza e lo strazio di non vedersi più mai, sapendo per sopramercato di non aver fatto quel che pur si doveva. Ma il verbo "dovere" fino a che punto regge oltre la spinta necessaria a chi inizia un tentativo? Non è, questo ciclo di Vespignani, una prova in gran musica figurale che, metafisicamente, e fin nel giudizio che la storia dà di sé allontanandosi e facendosi ombra, quel verbo non può essere altro che una povera e delusa vanità, un povero e deluso rimorso? Quanto ai "coeurs illustres" di Baudelaire che il lettore s'è trovato ad apertura di pagina, bene, ci sono anche loro, eccome, qui, in questa nuova "mascarade": anzi, la chiudono e sigillano (per la via, appunto, della cultura). Vogliano o non vogliano, anche loro se ne stan lì, pronti all'imbarco: che non può esser più così lontano; con tutto l'affetto, sia pur polemico, con cui possiamo cercar di stornarlo, giusto come fa nel "retablo" dei "coeurs illustres" il critico: anche se, narrativamente, a me pare che quel gesto il critico lo compia per allontanare da sé gli occhi del pittore (stavo per scrivere dell'operatore ... ).
Dando un'altra prova di come, in questo suo momento poetico, partecipazione e distacco sappiano coesistere con lucida levità e malinconica opulenza, Vespignani ha fatto entrare nelle sue stanze alcuni dei "coeurs illustres": sezione arti figurative; com'era nelle sue competenze: così che l'imbarco risultasse al più possibile completo; 0, quantomeno, alcune intelligenze e alcune mani illustri... Il cuore forse, continueremo a cercarlo in Titina, in Netta, in Franz e nello sconosciuto ignudo che ci volta le spalle e se ne va, trascinandosi dietro, con la sua sconsacrata bellezza, tutte le nostre infinite tentazioni.
Insomma, rovesciando la composizione della Cbiamata di San Matteo caravaggesca e mettendola a bagno, metà nella grazia pungente d'una strumentazione neosettecentesca, metà nel collasso muschioso, gelatinoso e gastronomico della festa, Vespignani ha cavato, per chiudere il ciclo, questa "Vocazione " o, come direi meglio, questa "Chiamata degli engagés"; un quadro che per ironia, verità, sensi e sottosensi, mi pare una gran prova e una gran sorpresa nell'attuale fase dell'arte (anzi, della 49 morte dell'arte ").
Forse questi "coeurs illustres" hanno troppo mangiato (nell'"engagement", intendo), e adesso devono far la sauna per debellare il tasso uricemico e il colesterolo. Quel che mi par certo è che nessuno di loro s'aspettava che seduti lì, in attesa della nebulizzazione, fasciati in quelle vesti candide come antichi senatori o come clienti di qualche stabilimento termale, sul tipo d'Abano e Salso, lo scherzo della visita glielo facesse proprio lui, de Chirico, il gran re della fantasia e, appunto, dello scherzo.
Bene, fossi in loro, pel distacco e la bellezza pittorica con cui tutto avviene, sarei grato al pittore d'avermi messo in questa camera di preparazione al viaggio; in effetti, dato che il viaggio s'ha da fare, è bene che "l'embarquement" avvenga con l'anime e l'ombre ripulite e alleggerite al massimo. Certo questa è la ripresa in chiave moderna d'un antichissimo rito che, da pagano, s'era fatto battesimale (cristiano); e che sta ora facendosi postcristiano (se tale è il nome dell'era appena cominciata): ma è altresì qualcosa di più e di diverso: soprattutto nei riguardi della struttura del ciclo.
L'ingresso dentro la stanza da sauna del pittore della fantasia e del gioco ha infatti il senso e il peso che aveva l'ingresso del "buffone" nelle antiche opere di teatro. Se, riprendendo quanto dissi all'inizio, il ritmo del ciclo di Vespignani si mostra d'ascendenza mozartiana, è ben ora di scrivere che la parte del "Commendatore" egli l'ha riservata, e di proposito, al Maestro del disingaggio; o dell'ingaggio verso i regni della fantasia.
Chi avrebbe mai pensato che proprio Vespignani, partito come pittore di denuncia su un'umanità martoriata, ci riservasse -il massimo di poesia come pittore di commedia su un'umanità vanificata? Chi mai che proprio lui, resistente impegnatissimo nell'esplorare i deserti della guerra e della fame, finisse per umiliare e inchiodare se stesso e la generazione degli intellettuali resistenti al loro fallimento, e che lo facesse col martello guantato della bellezza, della levità, della musica e della grazia? Il chiodo entra, per certo, e denuncia; ma una volta tanto, almeno nel nostro tempo, senza facili urli e facili "grimaces"; bensì al modo di chi conosce dell'umana storia la sterminata vanità; al modo di chi sa che il significato, anche politico, della vita può benissimo essere espresso (e magari tanto meglio e tanto più persuasivamente) guardando "Arlequin reveur auprès de Colombine".

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