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Tra due guerre

Renzo Vespignani: introduzione al ciclo "Tra due guerre",
catalogo della Galleria d'Arte Moderna di Bologna, 1975

Perchè dipingere

Una storia per immagini da Serajevo a Norimberga non può non essere, in larghissima parte, una riflessione sul fascismo e sulla cultura delle masse piccolo-borghesi, che cementano nel buio, come il popolo delle termiti, la loro città-prigione. Questa cultura è un glutine di stati d'animo puerili, di umiliazioni e di solitudini antiche. Hitler pensava a se stesso quando scriveva che "la natura della maggioranza è femminea, e giuoca sempre tra due poli, uno negativo e uno positivo, amore e odio, diritto o ingiustizia, verità o bugia". E meglio di tutti profitterà di quel bisogno di giustizia e di verità, leggendovi un'utile (per lui) disposizione al rifiuto della ragione, all'arroganza vendicativa, alla violenza sul "diverso". Certo i compiti più ingrati, da macellaio, questa massa glieli affiderà restando nel privato auto-compassionevole e mite. (Scomponendo l'orrore ci si accorge che è fatto di atomi di arrendevolezza, di lealtà cameratesca, di onorabilità, di filiale rispetto.) Una struttura caratteriale, peraltro, che stinge ben al di là dei ceti medi, e filtra nel sottosuolo delle masse popolari con la ovvietà del senso comune. Per quanto spiacevole, non mi pare che si possa smentire l'affermazione di Reich, secondo la quale "il fascismo come movimento politico si differenzia da altri partiti reazionari per il fatto che viene sostenuto e diffuso dalle masse umane"; e che "non è, come si crede generalmente, un movimento puramente reazionario, ma costituisce un amalgama tra emozioni ribelli e idee sociali reazionarie ".
Naturalmente "qualcosa" o "qualcuno" dovrà agire sull'inerme e sul frustrato, perché possa conquistare un adattamento psicologico al ruolo di assassino o di complice. Assai prima dei fatidici anni venti, in Italia, piove su questo terreno di cultura "battericamente inerte" il reagente di una cultura superiore e solenne, organicamente elaborata da letterati, filosofi, poeti, artisti, smaniosi di temprare la coscienza nazionale. E' una cultura cripticamente fascista: almeno nella misura in cui bergsonismo, neoromanticismo, misticismo, decadentismo creano il culto dell'eros e della santa violenza patriottica. Affermando il diritto della poesia a farsi politica, ovvero il diritto della politica a realizzare una romanità da biblioteca, gli "araldi della patria" premono in realtà l'acceleratore dell'imperialismo; che sarà cinico, dilettantesco e spiritualista. Assai prima di Marinetti, fu Corradini a intravvedere nella moderna guerra meccanizzata una estetica e una morale purificatrici. Senonché, nella prosa e nelle immagini di questi profeti, il dramma della guerra ha il candore zuccherino della statuaria cimiteriale. Alla maniera di Sacconi, tra capitelli corinzi e colonne rostrate, avanza un popolo di guerrieri nudi, efebici e insieme corrucciati, trascinandosi dietro le spose, i figli, le madri, le giovenche, come in una migrazione biblica. P- un popolo di costruttori, di santi, di navigatori, non di emigranti e di cafoni prosciugati dalla pellagra. L'Italia alfabetizzata, quella che fortunosamente ha realizzato l'unità, si appresta a realizzare gli italiani: vagheggia per loro un destino da fregio ellenistico (rivisitato da Dossena). L'espansionismo a danno dei barbari avrebbe unito il Nord al Sud, il ricco al povero, col suggello del sangue sparso in comune. Ai braccianti sarebbe toccata la terra come ai legionari di Roma, a compensare il trionfo sui Teutoni, sui Cimbri, sui Cartaginesi. Già nel '90 l'esercito era il cuore della nazione: non si deve aspettare Mussolini per cantare di guerra civilizzatrice, con vanghe, libri e moschetti.
La bramosia di un grande destino, implica il disprezzo della idea parlamentare. L'Italia dei Rastignac, dei Morasso, dei Turiello, dei Federzoni sogna di superare all'indietro questa rappresentanza di avvocatucoli di provincia, modellando l'idea di un autoritarismo da secolo augusteo; odia il paziente pragmatismo del "ragionier" Giolitti, e pavimenta la strada alla mistica del condottiero; misura "la vita in termini di letteratura, la letteratura in termini di azione", e non passerà molto perché si dica che "è necessario vincere ma ancora più necessario combattere".
Dunque si cerca di rompere il silenzio degli spiriti, dando fiato alle trombe della nevrastenia nazionale. A rileggere questa letteratura, che non è solo dilettantesca o giornalistica, si rimane stupefatti dalla terminologia lampeggiante, dallo scialo di evocazioni macabre e di turgori millenaristici. Che diventasse il gergo della piccola borghesia era inevitabile. Se il significato sfuggiva, la musica degli esametri restava: essa faceva letteralmente esplodere di entusiasmo i ceti acculturati da un paio di generazioni, la minuta burocrazia degli scrivani e degli uscieri comunali, dai ruoli ancora informi. Era una fonte di luce viva nella penombra delle mortificazioni quotidiane, quasi un poetare collettivo. Le orazioni di D'Annunzio che preludevano alle sanguinose spallate sul fronte dell'Isonzo, sono tipiche di una retorica che sodomizza l'ignoranza o l'antica cultura etnocentrica del popolo italiano: incomprensibili perché zeppe di Leonidi, di Cornelie, di Cesari, di grifi e fiere rampanti, di allusioni omeriche e virgiliane, o forse solamente perché dette nell'italiano dei Lincei, fungevano da viatico per il supremo olocausto. Battaglioni di analfabeti, mangiati dai pidocchi, si vedevano trasformati nella legione tebana.
Se il mio ciclo s'apre con alcuni ritratti di D'Annunzio, non è dunque in omaggio al gusto, oggi diffusissimo, dei revivals nostalgici. Il personaggio, "avido di recitare la propria biografia", dà inizio ad una avventura culturale che dalla casa di Andrea Sperelli, "teatro di perfettissime emozioni", conduce alle Fosse Ardeatine; a una scena assai diversa, certamente, ma congegnata dallo stesso "delicato istrione", dallo stesso "abilissimo apparecchiatore"; solo orribilmente sfigurato e incrudelito dalla vecchiaia.
Una latinità liberty, poi novecentesca, si sfascia sotto le bombe: bandiere e trofei, tronchi marmorei e vecchie foto, sorrisi, vestiti di seta, uniformi sudicie e ventagli di piume, il ricordo del cielo nella prima sera di guerra, sono i rottami di un progetto, nella sua essenza, paranoico. Al pittore non resta che raccoglierli e tentare di classificarli.
Un materiale,ostile, ai fini della restituzione plastica. Per tre anni ho vissuto insieme a spettri che avevano la fragilità, l'odore vagamente ripugnante e uggioso dei vecchi documenti; tutte le mie cognizioni di pittore, trapassandoli, si sono scomposte come un fascio di luce all'uscita di un cristallo sfaccettato. Pertanto, queste tele, registrano la resa dell'autore-demiurgo-arbitro di forme ad un tema "impossibile": la storia assunta dalla ragione, impersonalmente. Era un prezzo da pagare: sapevo fin dall'inizio che non avrei potuto tirare, tra me e i grandi cimiteri della patria, il confine invalicabile di una linea purissima.
E' una storia tra le due guerre, ma non tutta quella storia: mancano dalla scena il popolo, la sua avanguardia, le sue rivoluzioni. Qui è soltanto plebe trasferita da un teatro di guerra a un altro, da un'illusione a un'altra; una sfocata proiezione di membra piagate, di foto formato tessera.. E' martirio e morte: la morte, dopotutto, resta evento completo e inequivoco, il solo che il potere dei monarchi, dei poliziotti, dei poeti guerrieri, non è riuscito a defraudare della sua qualità interamente umana. Ammetto il pessimismo decadente del racconto. Ma ho dovuto rileggere troppo D'Annunzio per arrischiarmi a cantare il volo di una Nike, anche se di una Nike operaia.
Si può dire che tutto il mio lavoro non aggiunge niente a Reich, a Thayer, a Diks, a Nolte; niente che già non si sappia sui processi di trasformazione del cittadino in terrorista, sui modelli familiari che sublimano la logica degli Einsatzgruppen. E veramente, nella direzione del saggio, la pittura non può scoprire o spiegare quanto la parola. A meno che non rappresenti (renda presente) ciò che la parola allontana. 1 suoi "segnali" possono colpire quella zona della nostra coscienza che è appena sfiorata dalla informazione scritta. 1 dati scientifici, i documenti e le schede, possono diventare sulla tela "caldi" come organismi viventi. La immagine plastica sconvolge quel tanto di pacifico (o pacificato) che è nella comunicazione critica: una cosa è dire sangue, un'altra vederlo. Il sangue che intride la terra sotto i fucilati di Goya è appena sgorgato, e spiega e complica la storia con veemenza ineffabile; strappa l'accaduto da un contesto di fatti appiattiti e omologati, gli restituisce il senso dell'azzardo disperato, del guasto irreparabile. Torna a sorprenderci. Definire la natura di questa sorpresa, la sua qualità di notizia totalmente nuova ed essenziale, significa spiegare il perché e la necessità del dipingere.

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