articolo 1991

 

 
 
1564 - 2014
MICHELANGELO
Incontrare un artista universale
 






Roma, Musei Capitolini
dal 27-05 al 14-09-2014




A circa cinquant’anni anni, nel periodo in cui il colto monsignore comasco Paolo Giovio scriveva la sua Michaelis Angeli Vita  (intorno al 1527), Michelangelo Buonarroti era già celeberrimo nelle arti della pittura  e della  scultura,  con  esperienze nell’architettura,  e di  lì a poco  si  sarebbe  cimentato nell’ingegneria  militare,  per  poi  continuare  fino  al  1564  -  l’anno  della  morte,  che  lo  colse
ottantanovenne - una prodigiosa attività di artista e di poeta.

D’altra parte a un genio così alto ha fatto riscontro un carattere tanto rude  e  selvatico da  informare  la  sua vita domestica  a un’incredibile grettezza  e privare  i posteri di discepoli  che  continuino  la  sua  arte.
Pregato infatti persino dai principi, mai si è lasciato indurre a fare da
maestro  a  qualcuno  o  almeno  ammetterlo  nella  sua  bottega  come osservatore.

Termini  pesanti,  quelli  scelti  dal  Giovio:  rude,  selvatico,  gretto,  ostile  alle  relazioni  umane, specialmente nei confronti di possibili allievi e seguaci. Il mito di Michelangelo era già tutto in nuce in quell’antinomia biografica (e letteraria) tra l’eminenza dell’ingegno e l’asprezza del carattere, in una cornice di solitudine gelosamente difesa.
E tuttavia, grazie all’abbondanza dei documenti coevi riguardanti Michelangelo, anzitutto i Ricordi, il  Carteggio  diretto,  il  Carteggio  indiretto  (fonti  preziose,  per  secoli  pubblicate  in  ordine  sparso  e infine sistemate filologicamente e criticamente con la guida di Paola Barocchi), e poi le biografie e le  menzioni  riguardanti  l’artista  e  la  sua  opera  che  si  stratificarono,  già  lui  vivente,  in  testi manoscritti  e  stampati,  quella  mitica  solitudine  risulta  affollata  di  relazioni:  affetti,  amicizie, vicinato, rivalità, rapporti con i poteri più alti di papi e governanti, così come con umili lavoratori e con personaggi di modesta  estrazione  sociale  e di poca  rilevanza  culturale. La biografia artistica lunghissima e densissima di Michelangelo, che  tra gli elementi eccezionali annovera  la  longevità del  protagonista morto  a  ottantanove  anni,  si  presta  ad  esser  brevemente  rivisitata  nella  chiave degli  incontri  d’ogni  rango  che  la  costellarono.  La  versione  romanzesca  di 
questa  straordinaria biografia fu offerta da Irving Stone nel popolarissimo Il tormento e l’estasi, del 1961.
Un avvio simbolico di queste disparate frequentazioni è degnamente rappresentato dalla "nutrice di Settignano". Nato a Caprese nell’Aretino  il 6 marzo 1475, Michelangelo era  figlio di Ludovico Buonarroti  Simoni,  di  antica  famiglia  imparentata  con  i  conti  di  Canossa  (allora  podestà  della Repubblica fiorentina), e di Francesca di Neri di Miniato del Sera, che morì nel 1481. I Buonarroti
possedevano  un  podere  a  Settignano,  il  borgo  con  le  cave  da  cui  si  estraeva  la  pietra  serena largamente  impiegata  nell’architettura  fiorentina  del  XV  secolo,  e  al  ritorno  a  Firenze, Michelangelo fu là affidato a una balia figlia e moglie di scalpellini, così da sostenere in vecchiaia d’aver  succhiato  l’inclinazione  alla  scultura  insieme  con  il  latte.  In  effetti,  gli  scalpellini accompagnarono le imprese di Michelangelo dalla giovinezza alla vecchiaia, certo influendo sulla sua formazione e sulla sua tecnica. 
Per Michelangelo circa dodicenne, la strada verso le arti - contrastata dal padre che lo voleva uomo di  legge  -  fu  aperta  dal  vicino  e  amico,  maggiore  di  un  lustro,  Francesco  Granacci:  con  la mediazione del giovane pittore, nel 1487 entrò nella grande bottega dei Ghirlandaio, dove apprese il  disegno  e  la  pittura,  fino  al  1489.  E  fu  ancora  Francesco  a  indirizzare  l’amico  di  talento  al Giardino mediceo  di  San Marco,  cui  il massimo  protettore  degli  artisti  di  Firenze,  Lorenzo  de’ Medici detto il Magnifico, ammetteva artisti promettenti a esercitarsi nella copia dall’antico e nelle arti sotto  la guida dell’anziano Bertoldo di Giovanni,  l’ultimo allievo di Donatello.  In quegli anni ebbero luogo i suoi "incontri" formativi con la scultura romana antica nelle raccolte medicee, e con i  grandi  artisti  del  Tre-Quattrocento,  pubblicamente  visibili  nelle  chiese:  Giotto,  Brunelleschi, Masaccio, Donatello. La  sua  cultura  composita  e  insieme  la  sua  originalità  si  rivelano nelle due sculture rimaste del periodo del Giardino mediceo (1490-1492), la Madonna della Scala e la Battaglia
dei Centauri e Lapiti.
I contatti con i Medici, a partire da quegli anni, furono determinanti per Michelangelo a più riprese nel  corso 
della  vita.  Da  Lorenzo  il  Magnifico  egli  ebbe  incoraggiamento  e  stimoli,  nonché  il privilegio di vivere nel palazzo familiare di via Larga, dove avrebbe studiato le accolte d’antichità e d’arte e conosciuto personalità di spicco:  l’umanista Agnolo Poliziano, ma anche  i suoi coetanei Giovanni e Giulio, destinati entrambi al papato coi nomi di Leone X e Clemente VII. Con la morte di  Lorenzo  nel  1492  si  allentarono  i  legami  con  quel  ramo  della  famiglia,  cui  era  a  capo  il primogenito Piero, ricordato anni dopo da Michelangelo come  insolente e "superchievole": questi nel gennaio 1494 gli fece  fare una statua di neve nel cortile del palazzo.  In una estesa protezione medicea va  ricompresa  l’accoglienza che nel 1492 Michelangelo  ricevette  in Santo Spirito  (dove  i Medici erano stati "operai" nella fabbriceria) da parte del priore Niccolò Bichielli, che gli concesse di “studiare le cose di notomia” dissezionando cadaveri in stanze riservate, e ne ebbe in dono un Crocifisso ligneo policromo; e l’ospitalità a Bologna di Gian Francesco Aldrovandi, che gli procurò il prestigioso  incarico delle tre statue mancanti per  l’Arca di San Domenico. Anche dopo la cacciata dei  Medici  nell’ottobre  del  1494,  i  rapporti  dell’artista  erano  rimasti  buoni  con  Lorenzo  di
Pierfrancesco Medici  detto  "Popolano",  per  il  quale  scolpì  un  San Giovannino  (identificato  con quello di Úbeda): fu Lorenzo a consigliargli la contraffazione di un suo Cupido dormiente in guisa di statua antica, inganno presto smascherato che spalancò tuttavia all’artista ventenne la strada verso Roma, per un soggiorno carico di conseguenze.
Nomi  di  potenti  banchieri  fiorentini  e  romani  come  Baldassarre  Balducci  e  Jacopo  Galli,  di cardinali  come  Raffaele  Riario  e  Jean  Bilhères  de  Lagraulas  compaiono  nei  documenti  e  nelle biografie per  l’arco temporale 1496-1501, a rendere possibile l’ascesa dell’artista, dalla controversa posizione  di  autore  di  un  "falso"  all’affermazione  quale  nuovo  astro  nel  firmamento  delle  arti grazie a due  sculture  stupefacenti,  il Bacco e  la Pietà vaticana.  In esse,  l’artista offriva una  sintesi dell’eccellenza della  statuaria  fiorentina quattrocentesca  e  insieme  registrava  la potenza dell’arte classica  antica,  direttamente  studiata  nello  scenario 
della  magnificenza  imperiale  romana.  La
dimensione  del  colossale,  acquisita  definitivamente,  si  sarebbe  espressa  nel  David,  il  gigante marmoreo cui lavorò, tornato a Firenze, dal 1501. 
Durante  il  suo  soggiorno  romano,  nel  1498  era  stato  scomunicato  ed  arso  il  domenicano  fra’ Girolamo  Savonarola,  predicatore  apocalittico  che  anche Michelangelo  aveva  ascoltato  a  partire dal 1490  riportandone profonde  impressioni,  tanto che ancora  in vecchiaia  si  ricordava della  sua voce.
Battaglia di Cascina nella Sala del maggior Consiglio, affidandole rispettivamente a Leonardo da Vinci e a Michelangelo. 
 Ma in quegli anni ben altre prospettive si presentavano all’artista, reclamando la sua attenzione a concorrenza e a preferenza di una serie di committenti,  fossero pure  famiglie  importanti, come  i Doni,  i Pitti,  i Taddei e  i  fiamminghi Mouscron, alti prelati come Piccolomini di Siena,  istituzioni autorevoli come l’Opera di Santa Maria del Fiore. Iniziava infatti il rapporto con il pontefice Giulio II della Rovere,  il primo dei papi  che Michelangelo  avrebbe  servito,  convocando  l’artista per  tre impegnativi  incarichi  in  rapida  successione:  la  propria  tomba  di  marmo,  la  propria  statua  di bronzo a Bologna e  la volta della Cappella di suo zio Sisto  IV  in Vaticano  -  la Sistina -  in pittura murale a fresco. Le relazioni fra il papa, volitivo e guerriero, e l’artista, suscettibile e nel pieno della sua maturità professionale,  furono  tra  le più  tempestose,  turbate dalle  interferenze della  curia  e nella  cornice  di  un  ambiente  artistico  intessuto  di  alleanze  e  di  rivalità  in  cui  primeggiavano
Raffaello; Bramante, i Sangallo, Sebastiano del Piombo. La prima impresa, durata quarant’anni dal 1505 al 1545,  tra  revisioni del grandioso progetto originario, accuse e nuovi  contratti  con  i Della
Rovere fu così tribolata, da esser definita da Michelangelo stesso la "tragedia della sepoltura": quel che fu creato d’essa, il Genio della Vittoria e i quattro Prigioni a Firenze, i due "Schiavi" a Parigi e il monumento finale col Mosè in San Pietro in Vincoli a Roma, denota la magnificenza della visione posta dall’artista al  servizio del pontefice, concepita per  la basilica di San Pietro, di cui era  stato appena  affidato  a  Bramante  il  rinnovamento.  La 
statua  colossale  di Giulio  II,  compiuta  dopo  la rottura  e  la  rappacificazione  tra  i  due,  ebbe  la  breve  durata  del  dominio  pontificio  a  Bologna, venendo  fusa  al  ritorno  dei  precedenti  governanti  Bentivoglio.  Un’accoglienza  entusiasta  fu riservata alla Volta della Cappella Sistina, che nel 1508 Giulio II gli impose di affrescare, e che egli ultimò,  lavorando  pressoché  in  solitudine,  nel  1512. Nelle  Storie  bibliche  della Volta  si  svolge  la vicenda  dell’umanità,  dalla  creazione  del  mondo  alla  genealogia  di  Cristo  secondo  l’Antico Testamento,  come  adombrata  negli  oracoli  di  dodici  veggenti  (corrispondenti  di  numero  agli articoli del Credo),  sette Profeti d’Israele  e  cinque  Sibille pagane.  Fonte d’ispirazione  ineludibile per  i  pittori  più  giovani,  la  Volta  porta  a  dimensione  colossale  la  complessità  compositiva,  la sicurezza disegnativa e lo sfolgorio cromatico ch’erano stati del Tondo Doni (1504-08?). Il suo fiero isolamento sui ponteggi della Volta Sistina,  in un  lavoro duro e  ingrato, è  il tratto più accentuato dai  biografi.  Lapidario  all’eccesso  il Condivi:  "Finì  tutta  quest’opera  in mesi  venti,  senza  haver aiuto nessuno, ne d’un pure che gli macinasse i colori" (a parte i consigli del Sangallo, sul dosaggio dell’acqua  da  unire  alla  calce  per  evitare  le  muffe).  Nella  Vita  del  Vasari  s’incontra  invece l’affermazione  che  all’inizio  vari  amici  pittori  vennero  da  Firenze  ad  assisterlo, ma  che  dopo  le prime prove Michelangelo,  insoddisfatto,  li  congedò bruscamente:  "si  risolse gettare a  terra ogni cosa  che  avevano  fatto;  e  rinchiusosi  nella  cappella,  non  volse mai  aprir  loro",  per  dipingere  la Volta - interamente autografa -  in solitudine.
Costruito  rapidamente sulle basi di un’antica confidenza  fu certo  il  rapporto di Michelangelo col pontefice seguente, Leone X, che aveva conosciuto quand’erano entrambi adolescenti sotto il tetto di  suo padre Lorenzo  il Magnifico. Ma non per  questo  fu un  rapporto  sereno,  come  testimoniò Sebastiano del Piombo scrivendo da Roma a Michelangelo a Firenze,  il 27 ottobre
1520: “io so  in che  conto vi  tiene  el Papa,  et quando parla dei vui pare  rasoni de un  suo  fratello, quassi  con  le lacrime  agli  occhi;  perché m’ha  detto  a me  vui  sette  nutriti  insiemi,  et  dimostra  conoscervi  et amarvi,  -  e  proseguiva:  -   ma  facte  paura  a  ognuno,  insino  a’  papi…”. Quando  il  primo  papa Medici portò le sue attenzioni sul palazzo di famiglia e sul complesso di San Lorenzo a Firenze, fu a Michelangelo  che  si  rivolse,  prima  individuandolo  attraverso  un  concorso  come  autore  della facciata da farsi alla chiesa e poi, revocato quel progetto, affidandogli la costruzione della Sagrestia Nuova a pendant di quella Vecchia quattrocentesca, per le tombe dei Medici Lorenzo e Giuliano i Magnifici,  Lorenzo  e  Giuliano  i  capitani  e  duchi.  Nei  frangenti  più  difficili  della  cavatura  dei marmi  sulle Apuane, non gli  era mancato  il  sostegno del  committente d’un  tempo Pier Soderini (pur  esiliato  della  restaurazione medicea  del  1512),  come  fa  fede  la  lettera  che  la moglie  dell’ex Gonfaloniere, Argentina nata Malaspina, scrisse al fratello Lorenzo il 15 luglio 1516 presentandogli Michelangelo  come  “molto  amato  dal  magnifico  mio  consorte  et  è  persona  tanto  da  bene, costumato e gentile et tale che non crediamo che sia hogi in Europa homo simile a lui”. 
Anche  da  Clemente  VII,  al  secolo  Giulio  de’  Medici,  Michelangelo  ricevette  speciali  riguardi.
Sebbene  avesse  contribuito  alla  difesa  della  Repubblica  antimedicea  come  ingegnere  capo  delle fortificazioni,  fu perdonato, confermato a capo del cantiere della Sagrestia Nuova e  incaricato di nuove grandiose imprese in San Lorenzo: la Tribuna delle Reliquie nella controfacciata della chiesa e la Libreria con il possente Ricetto (o Vestibolo) e la scala. Il favore di Clemente VII si era espresso anche  nell’accogliere  serenamente  la  lettera  piena  di  sarcasmo,  con  la  quale  Michelangelo commentava  il  desiderio  papale  di  avere  una  propria  statua  colossale,  alta  oltre  16 metri,  tra  il palazzo di  famiglia e San Lorenzo;5  fantasie possibili solo prima del Sacco di Roma, che avrebbe allungato la sua ombra di tragedia negli anni successivi al
1527. 
Al  tempo  della  Sagrestia  Michelangelo  accolse  la  collaborazione  di  scultori,  tra  i  quali Giovannangelo Montorsoli, Raffaello da Montelupo, Niccolò Tribolo, Silvio Cosini. I suoi rapporti con gli altri artisti tuttavia furono in genere complessi e spesso turbati, a partire dall’adolescenza, quando, a bottega dal Ghirlandaio  (che  ricordò come  "invidiosetto"),  ebbe  il naso  sfigurato nella lite  con  il Torrigiano. Non mancò di ammirare  i grandi del passato  e del presente, ma nel corso della  vita  alimentò  rivalità  (con  Leonardo  da Vinci,  Bramante,  Raffaello,  la  "setta  sangallesca"),
coltivò e poi ruppe amicizie (Pontormo, Sebastiano del Piombo), altri colleghi distrusse con l’ironia folgorante  che  rappresenta un  tratto, non necessariamente  il migliore, dello  spirito  fiorentino  (il
Francia,  il  Perugino,  Ugo  da  Carpi;  Baccio  d’Agnolo  per  la  "gabbia  da  grilli",  nel  nome  della conservazione  delle  ammorsature  brunelleschiane  nel  tamburo  della  cupola  di  Santa Maria  del Fiore). E potremmo  continuare non  solo  con gli aneddoti di  cui abbondano  le  sue biografie, ma anche  con  le  tracce  documentarie  che,  come  i  segni d’una  piena  fluviale,  restano  a  testimoniare quanto  poteva  esondare  in  ogni  ambito  la  sua  impetuosa  e  reattiva  originalità.  Se  ne  accorse  il notaio  carrarese  Galvano  Parlanciotto,  costretto  il  1°  novembre  1516  a  rogare  un  contratto  in italiano: "Hoe scripto in vulghare questo contracto perché lo excelente homo m.o Michelangelo non po  soferire  che  qui  da  noi  d’Italia  s’habia  a  scrivere  non  chome  se  parla  per  tractare  le  cose pubbliche.”6 Ne  fece  le spese nel 1518  il marchese Alberico Malaspina che,  invitato da Leone X a non ritardare l’imbarco dei marmi da Avenza, negò di aver mai posto ostacoli, attribuendo invece i malintesi al carattere ombroso dell’artista. Ne  fu esasperato Giovan Battista Figiovanni, priore di San Lorenzo, che durante la costruzione della Sagrestia Nuova arrivò ad annotare: “Iob pazienzia havuto  non  harebbe  con  quello  un  giorno”.  Anche  il  segretario  di  Clemente  VII,  Giovanni Francesco Fattucci, condivise le difficoltà di quel periodo.
Ma
l’uomo che sfidava i potenti e irritava i colleghi, era lo stesso che si divertiva con amici semplici o bizzarri, tra i quali i pittori Giuliano Bugiardini e l’ Indaco, l’artigiano Menighella, lo scalpellino Topolino  col  quale  "moriva  dalle  risa".  7  Ed  era  lo  stesso  che  si  sarebbe  concesso  a  sentimenti d’amicizia  protettiva  e  generosa  per  i  collaboratori  (non  tutti  valenti)  e  i  servi  fedeli  che  si susseguirono  presso  di  lui  fino  alla  morte,  quali  Antonio  Mini,  Francesco  l’Urbino,  Ascanio Condivi, Tiberio Calcagni, Daniele da Volterra.
Proprio  in  ragione  di  amicizie  sempre  più  care  -  in  aggiunta  all’incarico  estremo  ricevuto  da Clemente VII, del Giudizio Universale nella Cappella Sistina - Michelangelo si risolse a trasferirsi a Roma nel 1534,  lasciando  la Sagrestia Nuova  in  stato d’incompiutezza  e abbandonando Firenze, dove  il  duca  Alessandro  esercitava  sulla  città  (restituita  ai  Medici  dopo  l’assedio)  un  potere opprimente  e  brutale.  Il  gentiluomo  Tommaso  de’  Cavalieri  e  la  marchesa  di  Pescara  Vittoria Colonna,  rispettivamente allora di ventitre  e di quarantaquattro anni  circa,  furono due  capisaldi nella  vita  spirituale  ed  affettiva  dell’artista  nonché  i  destinatari  -  quel  che  interessa  sul  piano storico-artistico  -  di  finitissimi  disegni  di  suprema  qualità,  i  presentation  drawing.  Ma  anche nell’ambiente dei fuorusciti antimedicei Michelangelo trovò accoglienza, entrando in amicizia con Luigi del Riccio, amichevole  e premuroso,  e  con Donato Giannotti, politologo girovago  ed  esule dalla  tribolata  esistenza  ch’era  allora al  servizio del  cardinal Ridolfi,  al quale ultimo  fu dedicato (ma  forse mai  consegnato)  il  busto  del  tirannicida  Bruto.  Il Giannotti  incluse  il  Buonarroti  fra  i protagonisti dei suoi Dialogi de’ giorni che Dante consumò nel cercare l’Inferno e ’l Purgatorio (1546). A Roberto Strozzi, un altro esule al quale doveva gratitudine per l’assistenza ricevuta, l’artista donò due  dei  Prigioni  ormai  inutilizzabili  nella  tomba  di  Giulio  II  che,  attraverso  vari  passaggi  di proprietà in Francia,
approdarono al Museo del Louvre. 
Con molti Fiorentini, del  resto, Michelangelo non perse mai  i contatti, o che ne venisse cercato a distanza,  come  quando  nel  1545-1546  circa  fu  sollecitato  da  Benedetto  Varchi  a  esprimersi  sul primato  fra  le arti, o che ne accogliesse  la presenza proteggendoli con  la sua autorità, come  fece con Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati in più occasioni, tra cui la cappella Del Monte in San Pietro in Montorio per Giulio III (1550). Altri li ebbe rivali e detrattori in Roma, come l’architetto e scultore Nanni di Baccio Bigio. 
Di quegli anni romani, quando guidato da Vittoria Colonna Michelangelo si inoltrava in territori di approfondimento  spirituale  forieri  d’incontri  con  personalità  di  spicco  -  il  teologo  Caterino,  il cardinale  Reginald  Pole  e  la  cerchia  viterbese  -  fu  cronista  entusiasta ma  ardito  il  portoghese Francisco de Hollanda nei  suoi Diálogos de Roma, memoriale di  circostanze  risalenti al 1541-1548 circa. L’autorità di Michelangelo nei temi delle arti vi appare indiscutibile, anche se le affermazioni a  lui attribuite  suonano piuttosto  "accomodate" agl’interessi  e alle  finalità di Francisco, orbitante alla periferia della potente  cerchia  farnesiana  cui  appartennero  altri  conoscenti di Michelangelo, come il miniatore croato Giulio Clovio e il giovane Calcagni.
Ai  Farnese Michelangelo  fu  assai  prossimo,  in  quanto  incaricato  dal  papa  Paolo  III  di  imprese imponenti,  che  affrontò  con  fatica,  progressivamente  impedito  dalle malattie  e  affranto  per  la morte della marchesa di Pescara (1547): la dipintura del Giudizio Universale nella Cappella Sistina e delle Storie di San Pietro e di San Paolo nella Cappella Paolina, il completamento del palazzo Farnese (1546-1549). E  sempre Paolo  III  fin dal 1538 gli aveva affidato  la  trasformazione della piazza del Campidoglio,  compresa  la  sistemazione  al  centro  dell’antica  statua  bronzea  di  Marc’Aurelio.
Intervento  complesso  che  Michelangelo  non  vide  concluso,  il  rinnovamento  dei  palazzi  e  la creazione  della  straordinaria  pavimentazione,  col  basamento  al  centro,  configurarono  un’opera molteplice  di  urbanistica,  architettura,  museografia  a  cielo  aperto.  Altri  cantieri  architettonici importanti,
dagli anni Quaranta alla morte nel 1564, sfidarono la sua creatività e richiesero tutte le sue energie, primo fra tutti il tamburo della cupola di San Pietro a vertiginosa altezza sulla crociera della  basilica, mentre  procedeva  la  costruzione  del modello  della  cupola  a  doppia  calotta  con lanterna. di evidente  ispirazione brunelleschiana, che avrebbe guidato  la costruzione anche dopo la sua morte. 
In  queste  circostanze, Michelangelo  si misurò  con  committenti  di  rango  supremo  come  i  papi  - dopo Paolo III Giulio III, Paolo IV, Pio IV - con i quali non poteva più ripetersi la speciale vicinanza
che vi era stata con  i papi Medici, antiche conoscenze. Né mancò di doversi rapportare anche ad alti  prelati,  provveditori,  funzionari,  assistenti,  operai  (compresi  gli  onnipresenti  scalpellini  di Settignano), e ci fu chi dovette subire la sua nota ironia, secondo il racconto del Vasari: "Fu assunto al  governo  della  fabrica  di  San  Piero  un  signore  che  faceva  professione  d’intendere  Vitruvio  e d’essere censore delle cose fatte. Fu detto a Michelagnolo: «Voi avete avuto uno alla fabbrica, che ha un grande ingegno»; rispose Michelagnolo: «Gli è vero, ma gli ha cattivo giudizio»". Non poté sottrarsi alle critiche per  i molti ed espliciti nudi nel Giudizio. Quel che era capitato al maestro di cerimonie Biagio da Cesena a causa delle sue osservazioni su questo punto, è ben noto. Più aspre e pericolose ancora le censure del  letterato Pietro Aretino, che da amico ed ammiratore gli divenne così ostile da attaccarlo con veemenza. Quando Paolo  IV  fece dire all’artista che “era d’animo di fargli acconciare la facciata della Cappella dove è il Giudizio universale, perché diceva che quelle figure  mostravano  le  parte  vergognose  troppo  disonestamente”,  si  ebbe  in  cambio  la  celebre risposta: “Dite al Papa che questa è piccola faccenda e che facilmente si può acconciare; che acconci egli il mondo, ché le pitture si acconciano presto.” 
Ma  intanto  cresceva  intorno  a  lui  in  pari  misura,  se  non  di  più,  l’ammirazione,  alimentata dall’uscita  di  ben  due  biografie,  la  Torrentiniana  del  Vasari  (1550)  e  quella  del  fido  assistente Ascanio  Condivi  (1553).  Vertice  insuperabile  di  riferimento  per  i  giovani  artisti,  lo  sappiamo incoraggiante  con  Alessandro  Allori,  Federico  Barocci,  Taddeo  Zuccari. 
Il  fratello  di  Taddeo, Federico, avrebbe addirittura celebrato  in un disegno del 1595 circa un episodio risalente al 1547-48:  mentre  Taddeo  dipinge  le  facciate  di  palazzo Mattei Michelangelo,  in  compagnia  del  fido Urbino,  arresta  la mula per  osservarlo, non  lontano dagli  artisti  fiorentini più  giovani  Salviati  e Vasari, che sostano in ammirazione.
Pur immerso in relazioni romane, con fitti scambi epistolari Michelangelo restava vicino a Firenze, ricevendo ora  le  reiterate  insistenze del duca Cosimo de’ Medici a  tornare, per  finire  i  lavori nel complesso  di  San  Lorenzo  (sempre  respinte,  nonostante  un’ossequiosa  visita  del  principe Francesco  a  Roma);  ora  riguardose  ed  amichevoli  richieste  di  pareri  artistici;  ora  notizie  della famiglia,  specie  del  nipote  Lionardo  sul  quale  contava,  in  tarda  età,  per  il  governo  dei  beni familiari; ora  formaggio  e  fiaschi di  trebbiano, per mantenere  la  consuetudine  con  i  sapori della terra d’origine. Alla fondazione dell’Accademia delle Arti del Disegno a Firenze da parte di Vasari e di don Vincenzio Borghini, con l’assenso del duca (1563), fu posto a capo ideale in quanto “padre e maestro” di tutti gli artisti. Negli anni estremi, furono i due fedelissimi toscani Tiberio Calcagni e Daniele  da  Volterra  a  seguirlo,  assistendolo  e  preoccupandosi  della  sua  salute,  anche  quando scolpiva con furia senile i due gruppi in marmo delle Pietà Bandini e Rondanini, con la mente rivolta alla  morte  incombente  e  alla  salvezza  dell’anima.  Gli  furono  vicini  nella  breve  malattia  e  nel trapasso, mentre il nipote arrivava a Roma troppo tardi.
Toccò a Benedetto Varchi tirar le fila di quella biografia non solo lunga e operosa, ma anche fitta di incontri eccezionali, nell’orazione  recitata per  le esequie solenni  in San Lorenzo  il 14  luglio 1564, dopo  che  la  salma  era  stata  recuperata  da  Roma  grazie  a  sotterfugi  e  complicità.  L’inevitabile intonazione  filomedicea dell’orazione,  che mitigava  fin  quasi  a negarli  i  sentimenti  repubblicani ch’erano  stati  di Michelangelo,  risarcì  il  duca Cosimo  di  quell’incontro mancato,  che  il  suo  più geniale  suddito,  pur  generoso  della 
propria  presenza  con  i  potenti  della  Terra  e  con  la  gente comune, mai aveva voluto concedergli.
Cristina Acidini -Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico -ideatrice e curatrice della mostra
 

 

 

 



2014-06-30