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Letteratura & Cinema
ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE e ATTRAVERSO LO SPECCHIO |
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due libri di Lewis Carroll
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commento di Luigi Alviggi
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Il Reverendo Charles Lutwige Dodgson (Daresbury, 1832 – 1898) – in arte Lewis Carroll, semiadozione dei suoi nomi latini Carolus Ludovicus - diacono della Chiesa Anglicana, scienziato, fotografo (ci ha lasciato, tra l’altro, molte foto della vera Alice) e stravagante scrittore, ha fatto di due suoi sogni, trasferiti artisticamente nel mondo del personaggio principale, altrettanti classici per l’infanzia tra i più rinomati della letteratura mondiale: “Alice nel paese delle meraviglie” (1865) e “Attraverso lo Specchio e quello che Alice vi trovò” (1871). Ci ha lasciato anche opere minori, sempre incentrate su situazioni paradossali e di forte immaginativa. In Alice conosciamo figure immortali quali il Cappellaio Matto, il BianConiglio, lo StreGatto, la Lepre Marzolina. Molte altre sono ricavate da un mazzo di carte da gioco. Nel secondo, vengono adombrate le mosse di un concreto problema di scacchi, descritto dall’Autore, che conducono il pedone Alice a diventare Regina. I libri nascono da una torbida attrazione del Carroll per l’infanzia, sebbene i tempi dell’età vittoriana (1837 – 1901) non spingessero tanto verso pericolose deviazioni sessuali ma piuttosto all’indagine del qualcosa che si nasconde dietro il velo di un’apparente realtà, invero molto spesso in quella temperie. Un desiderio, in sostanza, di comprendere meglio quanto ci circonda, attraverso proiezioni della fantasia e prismi deformanti che ne palesino l’intima struttura. Tutto ha inizio con una gita in barca sul Tamigi, avvenuta il 4 luglio 1862. I reverendi Dodgson e Duckworth, docenti in Oxford, vi hanno invitato le tre figlie di Henry George Liddell, decano del Christ Church College: Prima - Lorina Charlotte - ha tredici anni, Secunda - Alice Pleasance - dieci, e Tertia – Edith - otto. Dodgson ne ha trenta. Scrive questi in un suo articolo del 188 “Molti giorni avevamo vogato insieme su quelle acque tranquille, le tre fanciulline ed io, e molte fiabe erano state improvvisate per loro (...) eppure nessuna di tutte queste storie fu mai scritta... finché giorno venne, quasi per caso, che una delle piccole ascoltatrici domandò che la storia venisse scritta per lei. È stato molti anni fa, ma ricordo distintamente, ora mentre scrivo, come, in un disperato tentativo dí scavare una qualche nuova vena fiabesca, avessi mandato la mia eroina gíú a capofitto in una tana di coniglio, tanto per cominciare, senza la minima idea di cosa sarebbe successo dopo. E cosi, per il piacere di una bambina che amavo (non ricordo alcun altro motivo), stesi manoscritto, e illustrai con rozzi disegni di mia mano il libro” La storica gita sul Tamigi riecheggia sia nella lirica iniziale, introduttiva e dedicatoria, di “Alice nel paese delle meraviglie” che in quella finale di “Attraverso lo specchio”, delle quali riportiamo le strofe iniziali. L’Autore, col suo mondo popolato di stranezze infinite, si delizia nel ricordo dei dorati pomeriggi sul fiume, nella barca mossa da mani infantili, realtà come sonno sognato al di fuori di ogni regola imposta dalle convenienze sociali.
Per tutto l’aureo pomeriggio galleggiamo beati avendo incauti entrambi i remi alle bimbe affidati, le cui manine ora pretendono guidare i nostri fati. ******** Una barca sotto un cielo assolato che indugia avanzando sognante in una sera di luglio... Tre bambine annidate assieme, occhio intento e avido orecchio, liete di ascoltare una semplice storia...
Forse, dunque, la vera realtà può essere trovata nel mondo sotterraneo dove si giunge precipitando attraverso la tana di un coniglio, oppure nell’altrove che ci attende attraversando uno specchio, là ove ogni cosa è rovesciata, dai rapporti geometrici ai modi di approccio verso l’ambiente: per raggiungere un luogo bisogna voltargli le spalle. Il tempo stesso è stravolto: prima il futuro, poi il presente, ultimo il passato. L’animo infantile, pur portato ad accettare i teoremi più assurdi, resta disorientato, ma è proprio l’inusuale ad attrarlo e la protagonista vi si muove entusiasta non turbandosi per le novità continue ma assimilandole, su piccole e grandi cose, lieta di imparare il più possibile. Dice l’Unicorno ad Alice che non ci riesce, “Tu non sai come si tagliano le torte dello Specchio. Prima devi passarle in giro, e tagliarle dopo.” e lei, obbediente, esegue e riesce in ciò che desiderava. La narrazione mette in crisi i principi di causa ed effetto, di sequenzialità, di logica, e, in quell’iniziale crescere e decrescere smodato della statura di Alice, anche quelli dello sviluppo umano, fissati su leggi inderogabili. Già Jonathan Swift (1667 – 1745) nel suo “I viaggi di Gulliver” (1726), stravolgendo le proporzioni tra i protagonisti delle sue fantasie, aveva posto le basi del surreale nella letteratura di successo per ragazzi. Nell’impero del non-senso che balza fuori dalle pagine carrolliane, Alice impone la supremazia del principio di realtà. È lei ad essere la più sensata e diplomatica, più volte attenta con modi accorti a sanare equivoci che minaccerebbero la sua e l’altrui incolumità. Non senso diffuso: nelle cose, negli animali fantastici incontrati, negli strambi personaggi tipo Tweedledum e Tweedledee (nel film Pinco e Panco) o Humpty Dumpty – oltre i proverbiali già citati -, nei dialoghi, in tutto. I due libri sono farciti di “nursery rhymes”, poesiole per bambini o ninnenanne che dir si voglia, nonsensi in rima nei quali spesso l’Autore stravolge metro, stile e parole di poesie celebri, volendole adattare allo specifico dell’episodio narrato, e queste filastrocche hanno stimolato oltre che l’estro dei traduttori, una serie infinita di interpretazioni. È da osservare che John Tenniel, il primo e maggior illustratore di questi libri, con il quale il Carroll ebbe stretti rapporti in merito al prodotto da eseguire, raffigura Alice più grande dei suoi sette anni dichiarati (sette e mezzo nella seconda opera). La protagonista ha le fattezze di un’adolescente, un bel viso, lunghi capelli biondi e una qualche forma femminile in sboccio. Del resto anche dialoghi e pensieri nel testo non sembrano affatto quelli propri di una bimba di quell’età nel XIX secolo. Al termine dell’epopea, l’eroina, prima di diventare Regina, incontra il Cavaliere Bianco che la salverà dall’ennesimo pericolo, le canterà la canzone “Il vecchio vecchio uomo”, e le chiederà di attendere un momento prima di proseguire verso la sua meta, per vederlo partire, e di sventolare un fazzoletto quando lui starà per scomparire dietro la curva del sentiero, per dargli coraggio. Cose che Alice puntualmente fa. Queste richieste racchiudono l’intera poetica del Carroll che, appunto in questo episodio, scrive: “Di tutte le strane cose che Alice vide durante il suo viaggio Al di là dello Specchio, questa fu quella che ricordò sempre con più chiarezza. Anni dopo poteva ancora far rivivere tutta la scena come se fosse accaduta soltanto il giorno prima” Il Reverendo vuole in tal modo dare un lirico e sempiterno epilogo - fermando per un istante in un gesto affettuoso, una coccola quasi, il fiume impetuoso della sua inesauribile fantasia - al desiderio cocente che aveva inseguito per tutta la vita senza riuscire a raggiungerlo: Fermati, Giovinezza, ed accompagna tutti i miei giorni futuri! È sugli schermi il film relativo (Alice in Wonderland - USA, 2010), uscito da pochi giorni e costato ben 110 milioni di euro. Tim Burton è probabilmente l’unico regista che poteva validamente affrontare il visionario mondo del Carroll. Nel suo curriculum ci sono film quali “La fabbrica del cioccolato” (2004), trasposizione di un libro per ragazzi scritto da Roald Dahl nel 1964, e “La sposa cadavere”, cartone del 2005. Alice, l’attrice australiana Mia Wasikowska, nel film ha 19 anni e scopriamo che è al suo secondo viaggio nel Wonderland. Nel mondo da cui proviene è una ragazza anticonformista che ha lasciato a metà la richiesta di matrimonio da parte di un giovane lord che non le garba molto, con tutti gli invitati che attendono, e per inseguire il Bianconiglio precipita nella sua tana. Johnny Depp è il Cappellaio Matto, Helena Bonham Carter – compagna di Burton - è la terribile Regina Rossa, Anne Hathaway la buona Regina Bianca. La scelta di Alice è decisamente imbroccata, e ne seguiamo piacevolmente le continue variazioni di dimensioni sulla scena. Bionda, capelli lunghi, bei lineamenti, incarna perfettamente – a parte l’età – il personaggio letterario. La ragazza, con il suo stile british e molto classicheggiante, sta inaugurando una “tendenza Alice” nella moda per questo secondo decennio del secolo, con risvolti neogotici che già abbiamo visto in evidenza nel film, in particolare nei castelli regali presentati dal Burton. Subito dopo il risalto maggiore è per Depp e la Carter. Quest’ultima, la regina mozzateste, resa fisicamente un personaggio da cartone animato, ben rende la volontà tirannica che vorrebbe sopraffare il suo popolo. Depp ha tenuto un personaggio dall’apporto eccessivo all’economia dello spettacolo e, come tale, la sceneggiatura non sempre pare sfruttare al meglio le sue ottime doti. La Hathaway fa quel che può, assumendo in misura esagerata atteggiamenti trasognati che forse vogliono intenzionalmente rendere la crisi generale che il Bene sta oggi attraversando... Come ispirazione Burton fonde i due romanzi, ma sostanzialmente mutua da Carroll soltanto i personaggi mentre la vicenda, pienamente sensata, assume sviluppi del tutto originali, costituendo un ennesimo capitolo della lotta ben nota tra Regno del Bene e Regno del Male, capitanati in questo caso dalle due regine. D’altra parte il nonsenso spinto del reverendo non lo avrebbe portato lontano sullo schermo, e dunque il suo lavoro creativo dà una veste coerente, indispensabile alla godibilità del prodotto finale. La favola è molto appetibile per il mondo dei più giovani, meno per quello degli adulti, ma era scontato trattandosi di una produzione Walt Disney. È il terzo film su questo soggetto, oltre il cartone animato, anch’esso della Disney, risalente al 1951. Questo, nella sua maggiore caoticità, è sicuramente più fedele ai testi originali. Ciò che però affascina tutti è la potenza delle immagini – accentuata dall’effetto 3D, anche se il soggetto non appare ottimale per questa tecnologia – ed anche l’inventiva riguardo i nuovi personaggi che ben si affiancano a quelli carrolliani. Non mancano effetti speciali ed animali fantastici, buoni e cattivi, oggi un must per tutti i film del genere, e tutta l’ambientazione vive di perfetti toni fiabeschi. Tocca al Brucaliffo assumere le vesti dell’indispensabile maestro di saggezza, l’onnipresente grillo parlante che interviene nei momenti difficili. Ben reso il personaggio dello Stregatto, il gatto del Chesire, cui presta la voce nell’edizione originale Stephen Fry. Al termine delle peripezie Alice non si risveglia bambina. Già in origine era partita cresciuta, ma dalle Avventure nel Paese delle Meraviglie esce donna piena e determinata. Il viaggio è servito a compiere la prodigiosa trasformazione che è indispensabile effettuare per ogni essere umano. Un percorso di formazione, in ultima analisi, che in questo caso non si è molto curato dei modi attraverso cui ottenerla.
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2010-03-14
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