L’arrivo del commissario prefettizio era dato per imminente; si diceva che fosse già arrivato, ma nessuno era riuscito ad incontrarlo; correva voce che fosse arrivato da un pezzo, ma le finestre al secondo piano restavano ostinatamente chiuse.
Quel pomeriggio la piazza era particolarmente animata; si formavano capannelli di persone che discutevano animatamente dei problemi lasciati in sospeso dalla giunta dimissionata; l’attesa riscaldava gli animi. Un passante si avvicinò discretamente per carpire qualche parola:
- Vi dico che è venuto ieri, l’ho visto entrare dalla porta laterale.
- E poi?
- Sparito!
- Ma no, è stato dentro tutto il giorno, poi a sera è venuta un’auto scura a prenderlo.
- L’hai visto?
- No, me l’ha detto il custode.
- Ah, quello lavora di fantasia.
- Però è arrivato, qualcuno dice di averlo visto entrare all’hotel Miramonti.
- E’ andato via, vi assicuro che è andato via.
- Ma siamo sicuri che sia davvero arrivato?
- Forse ...
- Chissà ...
- Ah, c’è il professore!
Osvaldo, per tutti il professore, venne subito accolto nel capannello.
- Ma io ... non ne so nulla disse il professore a mezza voce.
- Professore, lei sa e non dice insinuò Nannina, la tabaccaia.
- Allora .. l’ha incontrato?
Gli occhi di tutti i presenti erano puntati sul professore; l’atmosfera era surriscaldata, che sarebbe stato inutile negare, tutti erano certi che il professore non poteva non sapere. L’annosa questione della grande villa esigeva una soluzione; dopo una lunghissima attesa la notizia del commissariamento aveva riacceso gli animi, sembrava che stesse finalmente arrivando il momento della resa dei conti; dopo gli ultimi scandali e dopo le nuove denunce, la questione era riemersa come un grande cetaceo dalle profondità degli abissi. Il professore si era sempre impegnato per spegnere le decennali liti, conosceva tutti, era l’unico di cui fidarsi per davvero. Tutti gli occhi erano puntati su di lui.
- Allora .. l’ha incontrato?
- L’ha incontrato ?
- No … non l’ho ancora visto, non so se …
- Dicono che è già arrivato !
- Bene, allora non appena si insedierà gli farò pervenire una mia lettera.
La risposta del professore venne accolta con sorpresa. Pensava di aver sbrogliato la tensione, ma in realtà l’aveva peggiorata, un’onda di ansia si insinuò nella piccola folla come un colpo di vento.
- Avete sentito tutti? Ha detto … una lettera !
- Sì, una lettera, ha detto proprio così: una lettera.
- E cosa pensa di scrivere?
Gli sguardi della gente si rincorrevano in cerca di risposte, rimbalzavano di volto in volto come palle da biliardo, poi si rivolsero tutti verso il professore.
- Forse il professore sa qualcosa che noi non sappiamo …
- E perché mai una lettera?
- Eh, si vede che ci sono fatti che non si possono mettere in piazza.
- Ma il commissario chi lo ha chiamato? Non lo vogliamo, ce la sbrighiamo tra di noi.
Nelle intenzioni del professore, l’idea di scrivere una lettera era un modo per tagliar corto ogni discussione; tuttavia le sue parole ebbero l’effetto di attizzare il fuoco, come si fa quando si aziona il soffietto sulla brace d’un camino. Si addensò una piccola folla, tutti pretendevano di sapere cosa avrebbe scritto il professore; una sua presa di posizione sarebbe stata determinante per la futura assegnazione degli immobili contesi e dei fondi sotto sequestro. La concessione ! Cosa sarebbe stato della concessione? Il professore di certo era a conoscenza di tutti i dettagli. Nel suo saggio sulla villa e sulla dogana degli Aragonesi aveva svelato antichi e fermi accordi riportati in una fede di credito scovata nei meandri degli archivi del Banco di Napoli; una sua successiva pubblicazione riportava fatti e circostanze rintracciate negli atti conservati negli archivi di Stato; egli stesso era un archivio vivente per le vicende più recenti. Tutti erano certi che il professore nascondesse chissà quali oscuri segreti: una sua lettera avrebbe gettato tutti i protagonisti un grande scompiglio.
Naturalmente il professore non aveva nessuna intenzione di restare imbrigliato in un interrogatorio in piazza; approfittò di un attimo di distrazione e con un guizzo fulmineo sgusciò via dall’assedio; salutò agitando la mano senza nemmeno girarsi e si diresse a passi lunghi e rapidi verso casa, imboccando la salita che intercettava il bivio per la villa. Un sudore freddo gli percorse la schiena quando iniziò nervosamente a pensare che oramai la lettera avrebbe dovuto scriverla per davvero, si era messo in un bel pasticcio. Si rendeva perfettamente conto di non avere nessuna idea di cosa scrivere in una lettera da indirizzare ad un commissario prefettizio che veniva a ficcare il naso negli atti amministrativi più ingarbugliati e scottanti. I giornali avevano pubblicato articoli su misteriosi ammanchi e movimenti di denaro, un inviato del telegiornale aveva messo sotto accusa presunti colpevoli e innocenti con un servizio pieno di teoremi e di illazioni. Una polemica senza fine, culminata con lo scioglimento della Amministrazione Comunale e la nomina del commissario prefettizio.
Gli argomenti dunque non mancavano, ma erano cosı̀ logori e scottanti, da scoraggiare chiunque ad affrontarli con una lettera che sarebbe inevitabilmente finita sotto i riflettori della stampa e della magistratura. Ma il professore non era un quaquaraqua, teneva molto alla sua reputazione; la sua parola l’aveva pronunciata pubblicamente e quindi doveva assolutamente mantenerla. Quella maledetta lettera andava scritta senza indugi.
Giunto a casa, ravvivò le braci che presero subito a scoppiettare, si lasciò cadere sulla poltrona di fronte al camino e rimase a lungo a riflettere. Ebbene, era inutile arrovellarsi: visto che la lettera andava scritta, meglio organizzarsi subito, al contenuto avrebbe pensato dopo, meglio prendere tempo. Era venuto a sapere che il commissario prefettizio era un uomo all’antica, per cui gli venne l’idea di scrivere in una forma elegante e sobria, doveva subito procurarsi una
penna e dei fogli adeguati. Discese di nuovo in piazza e tirò dritto fino alla cartoleria di Gerardo. Il locale aveva un arredo austero; le pareti erano rivestite con mensole in legno scuro, con un alveare di nicchie e di cassetti riempiti d’ogni sorta di oggetti; si respirava un’aria densa e intrisa degli odori che emergevano dalle fessure del legno; anche gli album e le decorazioni di carta per i bambini sembravano avessero attenuato i colori più sgargianti per mimetizzarsi tra i toni scuri degli arredi. Gerardo presidiava quel luogo con la sua figura alta ed esile; da sempre, indossava dignitosamente un grembiule blu che gli stava addosso come una seconda pelle. Fece un passo indietro per non essere travolto dal professore che aveva fatto irruzione nel locale respirando con grande affanno.
-
- Buongiorno !
Il professore non rispose al saluto, fece un gesto di stizza col braccio, come per chiedere di far presto, riprese fiato e tuonò:
-
- Per caso hai uno di quei vecchi pennini e un boccettino d’inchiostro?
Gerardo alzò il sopracciglio e iniziò a percorrere la mappa mentale dei suoi scaffali; mosse lo sguardo in alto, poi a destra, in basso, verso il bancone, ma dopo aver esplorato nella mente l’intero locale se ne stava immobile, senza nemmeno avere il coraggio di pronunciare un no.
Una cartoleria che si rispetti dispone di centinaia di articoli di ogni genere, scatole piene di oggetti, cassetti ricolmi delle più introvabili minuterie, ma di pennini e di bottigliette d’inchiostro Gerardo ne aveva perso la memoria.
-
- E allora, questi pennini ?
Ma sı̀, certo che li aveva: Gerardo ebbe come una improvvisa illuminazione: saltò su una sedia con l’agilità di un ragazzino, estrasse da un oscuro scaffale una scatoletta di legno e ne tirò fuori qualcosa. Si voltò trionfante verso il professore e annunciò il grande ritrovamento:
- Ecco, guarda cosa ho trovato!
Gerardo allungò il braccio verso il professore per mostrare davanti ai suoi occhi gli oggettini di acciaio grigio che aveva devotamente riposto sul palmo della mano:
- Pennini Cavallotti!
Il professore si ritrasse infastidito mostrando tutta la sua impazienza:
- Pennini Cavallotti?
- Questi non li vendo, sono un ricordo di mio nonno, guarda che bella collezione. Ecco, prendine un paio, te li regalo. Si usano così: intingi la punta del pennino nell’inchiostro e muovi lo stilo in alto facendo una leggerissima pressione sul foglio: vedi formarsi un tratto singolo e spesso; lo muovi in basso aumentando la pressione e le punte si divaricano formando un tratto doppio e sottile. Ma adesso tutti scrivono al computer, a cosa serve la calligrafia?
Osvaldo osservò i movimenti del pennino, fece un cenno col capo e si affrettò a raccogliere le buste, i fogli di carta pregiata, la boccettina di inchiostro, la carta assorbente, uno stilo e due pennini Cavallotti. Il contenuto della lettera poteva attendere, se ne sarebbe occupato dopo,
adesso era talmente preso dall’idea di dare una forma alla scrittura, che non riusciva a pensare ad altro.
Giunto di nuovo a casa, sgomberò la scrivania e schierò tutto l’armamentario. Il foglio di carta d’Amalfi era uno splendore, lo stilo era leggero e l’inchiostro dal profumo acre mostrava una meravigliosa tonalità blu notte. Intinse il pennino nella boccetta, lo poggiò disinvoltamente sul foglio e trac! si formò una gran macchia. Riprovò più volte, ma per quanto si impegnasse, prima o poi sfuggiva una goccia d’inchiostro e si formavano nuove macchie. La faccenda si stava complicando, ma il professore non si perse d’animo e dopo molti tentativi riuscı̀ a completare qualche parola senza macchie. Quando decise di prendersi una pausa, osservò sgomento la scrivania divenuta un campo di battaglia: fogli imbrattati sparsi ovunque, frammenti di carta assorbente ricoperti con chiazze di blu cobalto, i polsini della camicia decorati con imprevedibili schizzi sfuggiti ad ogni controllo e le impronte dei polpastrelli sugli oggetti che aveva sfiorato con le dita. Si sentı̀ come uno scolaretto alle prime armi e cosı̀ decise di fare a meno di pennini e calamaio e si affrettò a recuperare con gran sollievo una modernissima penna a sfera dal fondo di un cassetto.
Adesso, però, era arrivato il momento di pensare a cosa scrivere. Un orribile vuoto d’idee gli paralizzava la mano; rimase immobile per qualche minuto, come immerso in un dormiveglia; fu risvegliato da un accanito squillare del campanello; andò ad aprire ed irruppe come una furia Vanna, la sua vicina di casa:
- Osvaldo! - Disse con tono fermo e marziale - Cos’è questa storia della lettera?
Il professore non tentò nemmeno di chiedere spiegazioni su come avesse saputo della lettera, Vanna era una specie di agente segreto, se avesse fatto un colloquio di lavoro alla CIA l’avrebbero assunta senza fiatare.
- Penso di dover scrivere qualcosa al nuovo commissario prefettizio, sono state messe in giro troppe falsità … è necessario fare chiarezza.
- Ma ... sei impazzito? Vuoi esporti senza nemmeno essere convocato? Aspetta che ti chiamino!
La discussione andò avanti serratissima, ma non appena Osvaldo mostrò segni di cedimento, Vanna si ritirò in buon ordine, credendo di averlo convinto ad abbandonare l’idea della lettera. Finse di uscire, richiudendo la porta con gran fracasso, ma non vista sgaiattolò nella stanza accanto al salone centrale, restando in ascolto come una spia. Convinto d’esser solo, Osvaldo provò a scrivere l’intestazione. Eh già, ma come ci si rivolge ad un commissario prefettizio? Prese a borbottare a voce alta:
Dottor no, troppo aziendale
a sua eccellenza no, forse va bene per un prefetto, ma non nella funzione di commissario
signor commissario no, troppo diretto
caro prefetto non se ne parla nemmeno
un vero rompicapo, passiamo alla chiusura:
con osservanza no, non mi piace
con referenza ... no, troppo remissivo
e poi i saluti ... cordiali, gentili oppure ...?
Insomma, Osvaldo questa lettera non riusciva nemmeno ad iniziarla.
Bussarono di nuovo alla porta. Era il commendator Fattimiei, quello del progetto per il grande villaggio turistico. Qualunque vicenda sfiorasse la sua esistenza, il commendatore finiva sempre col pensare esclusivamente al proprio tornaconto. Nel piccolo mondo che gravitava attorno al comune di Pescoturrito, la villa, la grande tenuta e la dogana aragonese erano di gran lunga la risorsa più importante. Questa volta il commendatore aveva fatto le cose in grande: la costituzione di una società, la partecipazione di un fondo di investimento, gli accordi, le compravendite e i regali dispensati a destra e a manca per superare ogni ostacolo. Da quelle antiche pietre avrebbe cavato una fortuna e avrebbe dato lavoro persino agli abitanti dei paesi vicini. C’erano stati degli impedimenti e qualche bega giudiziaria, ma tutto filava liscio, fin quando non scoppiò il grande scandalo. Con l’arrivo del commissario prefettizio c’era il rischio di rimettere tutto in discussione, era indispensabile portare il professore dalla sua parte. Quando il commendator Fattimiei veniva a chiedere un favore, riusciva a nascondere l’ansia mostrandosi affabile e gentile. Si fermò sulla soglia dell’ingresso con un sorriso ammiccante e un caloroso saluto:
- Carissimo professore ! Permette?
Nei suoi saluti, quando parlava in seconda persona usava premettere il termine Caro in ogni circostanza. Quando aveva bisogno di un favore, il Caro diventava Carissimo e accompagnava il saluto con ampi gesti, come se il superlativo da solo non fosse sufficiente a celebrare il legame di conoscenza. Aveva una sua originale interpretazione del concetto di amicizia: in terza persona usava il termine amico per indicare una persona con cui aveva avuto anche soltanto un vago contatto, oppure la locuzione grande amico per chi avrebbe potuto fargli un favore infine carissimo amico per chi almeno una volta un favore glielo aveva fatto per davvero. Se l’amico era un potente, ecco di nuovo il gesto del braccio che si sollevava tanto più in alto, quanto più elevata era la posizione sociale.
Terminati i convenevoli, nell’arco di un’ora il commendatore illustrò le meraviglie del suo progetto, sottolineando il fatto che anche grazie agli amici e ai carissimi amici lo avrebbe certamente già portato a termine se non vi fossero state tante intromissioni e cavilli, ma soprattutto il grande scandalo. Il professore lo ascoltò con attenzione, prese qualche appunto e alla fine salutò cortesemente l’improvvisato ospite come facevano una volta i democristiani doc, ovvero rassicurando l’interlocutore senza far capire nulla della propria posizione sull’argomento cosı̀ a lungo dibattuto.
Pochi minuti dopo, suonò di nuovo il campanello. Era Sioperini, il sindacalista che arrancava alla porta in compagnia di Nannina. Con i lavoratori usava esclusivamente il tu, ma con le controparti usava il voi per marcare le distanze:
- Professore, voi dovete starci a sentire, così non si può più andare avanti!
- Voi che sapete e voi che potete – aggiunse Nannina con l’aria allusiva.
Nella tenuta della villa si era insediata un’azienda che un tempo occupava decine di lavoratori. L’ultimo discendente della antica famiglia che l’aveva posseduta per generazioni costituı̀
l’azienda entrò in società con un disinvolto fattore al quale affidò completamente la gestione per potersi dare alla bella vita. Presto le cose andarono male, rimasero i debiti, i disoccupati e le vertenze. Le richieste di Sioperini andavano ben oltre ogni reale diritto e consistenza, ma si sa, nelle trattative sindacali si chiede cento per avere dieci. Il professore prese i suoi appunti, mostrando un ampio interesse alle precise istanze che aveva ascoltato, ma salutò la controparte evitando accuratamente di esprimere una sua opinione o un giudizio.
Nemmeno un quarto d’ora più tardi, suonò al campanello don Beniamino, il parroco.
- Professore, la questione si fa terribilmente seria!
con grande enfasi il parroco si soffermò sulla vicenda della occupazione degli immobili da parte dei lavoratori della società in fallimento, che furono tutti sgomberati; poi raccontò della successiva invasione e fuga della famiglia Mazzadiferro, una tribù di parenti di ogni ordine e grado, dei quali non si è mai saputo quanti fossero e da dove venissero. Un giorno sparirono, portando con sé gli arredi e persino le porte interne. Con grandi sacrifici, il parroco aveva aiutato una associazione di volontariato, che si era insediata in un’ala della villa e aveva iniziato a far del bene alle persone bisognose. Ecco, era questa la sua richiesta, che almeno una parte degli immobili fosse messo nelle disponibilità della associazione di persone pie. Dopo l’ultimo sequestro dell‘autorità giudiziaria tutto era finito nell’abbandono.
Il professore conosceva le vicende storiche della villa, della grande tenuta e della dogana, ma non era al corrente di tutte le beghe e dei dettagli che i suoi concittadini si stavano precipitando a raccontargli, nella imminenza dell’arrivo del commissario prefettizio. Continuò a prendere appunti e alla fine calò il capo per ricevere la benedizione.
Qualche minuto più tardi si presentò un tale vestito di scuro, con gli occhiali da sole e una postura da boss. Entrò senza dire una parola, si diresse verso la scrivania, prese dei fogli dal taccuino degli appunti, li strappò, ne agitò i frammenti dinanzi agli occhi dell’esterrefatto professore e li gettò in aria. Poi mimò il segno di una coltellata sul collo, girò i tacchi e se ne andò.
Questa volta sul taccuino degli appunti bastò mettere soltanto una X.
La casa del professore si trovava lungo una strada che usciva dalla piazza del paese e si inerpicava sulla collina. Le persone presenti in piazza potevano osservare chiunque si fosse incamminato verso la salita, per cui si creò un via vai incessante: quando spuntava qualcuno di ritorno, c’era un altro che si faceva avanti.
Fu la volta di Nuvoletti, il fondatore della lista uniti per Pescoturrito e autore di un fantasioso progetto che avrebbe portato benessere e lavoro per tutti. Parlava come uno di quei politici che enunciano e ripetono come litanie tutto quel che occorre per il benessere dei cittadini: più case, più lavoro, più sanità, più scuola, più strade, più di tutto, come se il bilancio di uno ente o dello stato fosse un inesauribile pozzo di San Patrizio; il suo entusiasmo era cosı̀ contagioso, che in molti finivano col prenderlo sul serio. Naturalmente non sapeva far di conto e non aveva la benché minima idea di come si fa un progetto, qual è l’iter amministrativo, da dove si prendono le risorse economiche, né con con chi e in quanto tempo si può realizzare, ma era riuscito ad acquisire un gran seguito, perché in fondo la gente, quando sente un bel racconto condito di grandi promesse, ama farsi prendere in giro. In fondo Nuvoletti era in buona fede, perché con le sue fantasie era cosı̀ convincente da riuscire ad ingannare anche sé stesso.
Si presentarono altri concittadini, ciascuno con le proprie istanze. Per ultimo, al calar del sole arrivò l’avvocato Rompiglioni, in nome e per conto di un occupante abusivo del tutto sconosciuto, forse uno dei Mazzadiferro, della cui vicenda disponeva di incontrovertibili prove. L’avvocato era seguace della teoria in base alla quale per sbaragliare la controparte fosse indispensabile tuonare a voce alta codici e sentenze in un crescendo rossiniano, enfatizzando le terribili e inevitabili conseguenze per chiunque osasse non assecondare le sue incontrovertibili tesi. Era chiaro, secondo Rompiglioni, che il diritto del Mazzadiferro, o di chi altro diavolo fosse l’occupante abusivo, avrebbe presto avuto pieno riconoscimento e che in ragione di quel diritto ogni altra pretesa sulla grande tenuta sarebbe miseramente crollata.
Arrivata la sera, Osvaldo raccolse e mise assieme i frammenti di tutti i suoi appunti, aveva del materiale sufficiente per scrivere un intero dossier, altro che una semplice lettera. Ma le proposte e i proponenti apparivano del tutto inconciliabili. Era evidente che ciascun concittadino era fermamente convinto che per avere successo con i propri piani fosse indispensabile convincere il professore, custode di chissà quali reconditi segreti, a schierarsi dalla propria parte. La lettera del professore avrebbe certamente rappresentato un sicuro viatico per l’affermazione del proprio progetto presso il nuovo commissario prefettizio. Potete dunque immaginare lo stato d’animo del povero Osvaldo, finito al centro di un terribile assedio.
Alla fine cessarono le visite; Vanna, che aveva ascoltato ogni cosa, scivolò silenziosamente fuori, richiudendo la porta senza far rumore. Il professore, immerso nei suoi pensieri, non si accorse di nulla. Si lasciò cadere sul letto, ma trascorse insonne la lunga notte. Il mattino seguente, alle otto in punto si presentò Vanna con un vassoio pieno di dolci fatti in casa, con la precisa intenzione di sapere della lettera.
Si accomodarono al tavolo da pranzo, sorseggiando un frullato di frutta fresca. Vanna interruppe il silenzio:
- So tutto.
- Cosa? Cosa vuol dire … so tutto ?
- Tutto. Ieri ho ascoltato ogni parola; non ti sei accorto di nulla, ero dietro la tenda nell’altra stanza.
- Ma …
Il professore intonò un pistolotto che minacciava di non finire mai. Si era molto alterato, ma non appena si fermò un attimo per prender fiato Vanna intervenne con decisione:
- Sì, hai ragione, hai ragione
- Certo che ho ragione, quello che hai fatto è …
- Inqualificabile, lo so. Ma adesso non c’è tempo da perdere. Quella lettera va consegnata.
- Non se ne parla nemmeno. Ma come, ieri non avevi detto che è una follia consegnare la lettera?
- Ieri era ieri e poi, dopo tutto quello che ho ascoltato, non si può restare a guardare.
La questione era diventare molto seria, la fantomatica lettera sarebbe diventata un arma dall’effetto dirompente. La soluzione più facile sarebbe stata quella di non presentare nessuna
lettera, ma in tal caso avrebbe suscitato ulteriori sospetti. Ormai, tutti sapevano di una lettera che il professore avrebbe consegnato nelle mani del commissario prefettizio. Il professore rimase a lungo pensieroso, non sapeva più cosa fare. E poi, cosa avrebbe dovuto scrivere, dopo le tante dichiarazioni che aveva raccolto? Adesso non parliamo più di storia antica o dei documenti tratti dai vecchi archivi, qui si parliamo di testimonianze, di dichiarazioni, di illazioni, persino di minacce … E non si tratta di scrivere un saggio, ma di rendere testimonianze i cui effetti potrebbero avere conseguenze imprevedibili.
Vanna era molto divertita di quella situazione. Sapeva benissimo che il professore quella lettera doveva necessariamente scriverla, la sua parola e la sua reputazione non gli consentivano di derogare. Gli aveva consigliato di non scrivere nulla, ma dopo aver curiosato tra gli appunti del professore si era talmente interessata a tutte quelle storie, che decise di cambiare idea: quella lettera si doveva fare. Già, ma a chi dar ragione?
-
- Io proverei a dar ragione a tutti, concluse Vanna.
- A tutti? E come si fa? E’ impossibile!
- Basta fare una rassegna di tutte le proposte ricevute e il gioco è fatto.
Vanna aveva uno sguardo birichino:
-
- Accidenti, si è fatto tardi, c’è la messa, mi accompagni?
- Non mi va ...
- Dai, andiamo ... non vorrai mica che la gente mi fermi per strada per consegnarmi strani suggerimenti per la tua lettera? Lo sanno tutti che ci conosciamo. Se vado da sola mi tirano da parte, se andiamo in due dovranno trattenersi, certe pressioni non si fanno in presenza di testimoni.
In pochi minuti erano in piazza. Vanna e il professore non passarono inosservati, dai capannelli presenti in piazza partivano sguardi obliqui, preoccupati, inquisitori.
Ci guardano tutti – sussurrò Vanna molto divertita – chissà cosa stanno pensando ...
Sulla scalinata della chiesa Vanna si girò verso la piazza, mimando con la mano destra l’atto di scrivere e indicando con la mano sinistra il professore. La piazza entrò in agitazione, era stato evocato lo spettro della lettera.
-
- Ma cosa mi combini? - Disse il professore tra i denti.
- Lasciami fare, mi piace che pensino di dover fare i conti anche con me. Sanno che ci conosciamo e che se convincono me prima o poi la cosa arriva a te.
- Come se non bastasse!
Nella omelia il parroco si guardò bene di toccare l’argomento, la messa si concluse senza nessuna allusione allo scandalo. La folla iniziava a disperdersi, quando nella piazza si vide transitare lentamente un’auto blu dai vetri scuri.
-
- Il commissario prefettizio!
Si formò subito una piccola folla. Vanna corse incontro all’auto, che fu costretta a fermarsi. Si avvicinò allo sportello e riuscı̀ ad infilare una busta bianca nel finestrino semiaperto dell’auto blu. Dalla folla dei presenti si sollevò un brusio:
-
- Avete visto?
- Cosa?
- E’ la lettera?
- Ma sì, è la lettera!
- La lettera del professore!
- Vanna l’ha messa nelle mani del commissario prefettizio !
Il professore restò come inebetito, tutti lo guardavano, tutti si domandavano cosa avesse scritto. Intanto un agente della scorta aveva fermato Vanna per controllare i documenti; trascorsero pochi minuti che al professore sembrarono ore. Vanna lo raggiunse con lo sguardo di una ragazzina che aveva appena messo le mani nella marmellata.
-
- Cosa ti hanno chiesto?
- Le classiche domande, i documenti, chi sono ... di restare a disposizione
- E’ già tanto che non ti hanno fermato
- Ma dai ...
- E della lettera cosa ti hanno chiesto ?
- Nulla, era già nelle mani del commissario
- Ma insomma, ti rendi conto di cosa hai combinato? Cosa hai messo nella busta?
- Un foglio, naturalmente.
- Una lettera? Adesso tutti penseranno che io ...sei completamente matta! E cosa hai scritto?
- Vuoi proprio saperlo?
- Dimmelo! Adesso! subito!
- Non è una lettera
Il professore fissò Vanna negli occhi
-
- Insomma, cosa hai scritto?
- Un saluto
- Un saluto … e poi?
- Nulla
- Davvero?
- Un ... saluto?
- Sì, era soltanto un saluto
-
Domenico Liotto


