الأحد، 06 أيلول/سبتمبر 2026

Il mondo perfetto di chi non ascolta

Camminava barcollante, come se avesse un peso sulle spalle. La strada era deserta, in una città di provincia dove il tempo a volte scorre inesorabilmente lento. Non sapeva nemmeno come ci fosse capitata lì. Si era svegliata prestissimo, dopo un sogno inquietante, si era vestita di corsa senza nemmeno farsi la doccia, come se avesse un appuntamento già fissato e temesse di arrivare in ritardo.
Una domenica mattina d’inverno, nuvolosa e piuttosto fredda, era piombata guidando come un automa verso quel posto. Scesa dalla sua piccola auto rossa, Delia procedeva diritta come se avesse una meta, dettata nel suo sogno da un uomo con la barba, piuttosto giovane, capelli castani chiari che gli ricadevano fluenti sulle spalle. Non era riuscita a captarne lo sguardo perché aveva la testa china, guardava sul pavimento la tela bianca su cui avrebbe voluto dipingere. Ma dalle sue labbra aveva percepito il nome di quella località dove si trovava ora.
Era certa che le avesse indicato in quel sogno anche il luogo preciso, dando alcune coordinate. Ecco, c’era quasi: una piccola chiesa, una quercia, un ciottolato che portava a una villetta dalla facciata gialla con tegole rosse. La porta semiaperta le consentì di entrare.
Eccolo, l’uomo con la barba. Quella era la stanza che aveva visto nella visione surreale: disadorna ma con un’enorme tela srotolata sul pavimento. Adesso, però, un disegno raccapricciante l’aveva inondata. Un capo mozzato, dalle sembianze mostruose, su un tappeto di foglie macchiate di sangue. Un bambino e una bambina le sedevano accanto con la bocca spalancata per l’orrore.
Delia guardava l’uomo che aveva rialzato la testa e la sfidava con osservandola. Aveva occhi marroni profondi, un lampo di cattiveria lo attraversava.
La sua voce era profonda. Le parole sgorgavano da una coscienza impetuosa come un torrente.
«Da giorni urlo il mio dolore e nessuno mi ascolta. Ho immaginato che a distanza qualcuno potesse essere raggiunto dalle mie emozioni sconfinate. Mi sono allontanato da tutte le persone che conosco per non uccidere. La mia rabbia è infinita, mi scuote il petto, il cervello, i muscoli. Grido per chiedere aiuto da tempo ma nessuno mi ascolta. La mia famiglia, l’ho cancellata. Non mi ha insegnato la gentilezza. Papà e mamma, una coppia perfetta. Si tenevano mano per mano, ma nelle loro vite non c’era posto per me. Le migliori scuole, i migliori consigli, le migliori conversazioni a tavola, cena e pranzo insieme, per dialogare, ma i loro discorsi erano afoni. Un giorno mi sono svegliato da questo torpore e mi sono chiesto veramente chi fossi. Ho lasciato casa, università, amiche e amici e gettato nella spazzatura e tablet. Ho viaggiato a piedi, in treno, in bus. Ho lavorato ovunque me ne dessero opportunità. Ho pulito gabinetti, lavato piatti, spacciato droghe, ma non le ho mai prese, volevo essere lucido fino alla fine, in un dolore solerte. Poi, un giorno, per caso, ho incontrato l’arte. Per strada. Un artista che dipingeva con i gessetti sul marciapiede mi incantava con la sua abilità nel tracciare volti e cose. Ha notato che lo fissavo e mi ha invitato a seguirlo. Abitava in rifugi occasionali, sotto i ponti, in case abbandonate, in depositi industriali. Mangiavamo con quel che guadagnava affascinando il pubblico con i suoi affreschi disegnati all’aperto: offerte generose depositate in quel cestino che ponevamo davanti a noi. Nel frattempo, mi aveva insegnato a tracciare sull’asfalto le sue stesse meraviglie. Mi sentivo leggero e soddisfatto, ma una settimana fa mi ha abbandonato. Una brutta polmonite lo ha portato via, tossiva da giorni ma diceva che non era nulla e abbiamo girato ancora incuriosendo i passanti sino all’ultimo suo respiro. Adesso sono qui, nella sua casa: mi ha svelato poco prima di morire che lui una, e anche bella, ce l’aveva e me l’ha affidata. Mi ha dato una chiave invitandomi a prenderne possesso, tanto nessuno avrebbe potuto reclamarla perché lui non aveva legami. Sono caduto in trance e su questa tela che mi sono portato dietro nel tempo con spray e tempere ho costruito un omicidio: la testa tagliata è quella della menzogna, il bambino che le siede accanto è il rispetto, la bambina, la gentilezza. Tutti e due li ho ritrovati nel mio peregrinare di marciapiede in marciapiede».
Delia stava per domandargli perché quel flusso emotivo fosse arrivato fino a lei in sogno ma in un attimo tutto quello che c’era intorno si dileguò e si vide sola nella sua auto rossa. Sul sedile accanto a lei, scorse un foglio bianco su cui era disegnato un cuore nei colori dell’arcobaleno. Pianse con sollievo: alla fine aveva raccolto la propria anima che le sembrava perduta per sempre.
Donatella Gallone

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