articolo 991

 

 
 
Berlinale
 







di Cristina Piccino




Tutto in bianco e rosso, il festival si prepara ad accendere i riflettori tutto Bianco e rosso.: manifesti, catalogo, borsa. I primi festivalieri ne hanno le mani piene (quella tipica ansia da collezionista che affligge la maggior parte dei frequentatori dei festival). In giro Potsdamer Platz e dintorni lo sfondo rosso con scritta e bianca «berlinale» compare un po’ ovunque. L’aria è da lavori in corso, o da sera-prima-della-prima, qualcuno sistema i tulipani bianchi nelle finte aiuole dentro al Berlinale Palast che sfioriranno a metà festival.. Le tv si sono già accaparrate le postazioni migliori davanti al «tappeto rosso», c’è chi si aggira con i vestiti da sera bene imbustati per la serata di gala di domani, gli stagisti che saranno maschere per quindici giorni entrano dalle porte laterali per le ultime prove. . Berlino ha il cielo grigio e la crisi economica che si fa sentire - il costo dell’accredito è aumentato a 60 euro però il catalogo è gratuito spiegano i foglietti attaccati nell’ufficio stampa. Per l’apertura Dieter Kosslick ha voluto (fuori concorso) The International megaproduzione internazionale di Tom Tykwer, il ragazzo amatissimo del cinema nazionale balzato alle cronache - cinematografiche - con Lola corre (’98). The International - fuori concorso - è un thriller, così almeno lo definisce il regista, anzi un «thriller politico», che guarda alla tradizione ormai poco frequentata dei film di John Schlesinger come Il Maratoneta (’76). Girato negli stabilimenti di Postdam Babelsberg, dove è stato ricostruito il Guggenheim di New York, e poi Berlino, Istanbul, Milano, The International, con protagonisti Naomi Watts e Clive Owen, racconta la lotta di due agenti dell’Interpol contro una potente banca sospettata di essere uno dei maggiori finanziatori del terrorismo mondiale.
La giuria, con presidente Tilda Swinton (e poi Isabel Coixet, Alice Waters, Gaston Kaborè, Henning
Wankell, Christoph Schligensief), promette qualche stravaganza in più anche se di solito non è nel concorso che si trovano i film migliori della Berlinale. I titoli in gara (con ovvie eccezioni, sarà sicuramente bellissimo, ma fuori concorso, The Private Life of Pippa Lee di Rebecca Miller) sono piuttosto convenzionali, e questo non farà che alimentare le polemiche nazionali sull’assenza del cinema italiano. Ma forse più che alla scarsa passione per il made-in-Italy dei tedeschi (l’accusa lanciata dal produttore Riccardo Tozzi) il problema sta nello smantellamento selvaggio di FilmItalia - nonostante i suoi limiti - per un’ipotetica agenzia controllata direttamente dal governo non si sa con quali criteri e tantomeno con quali sensibilità visto che i ministri - vedi Bondi - di fronte a Gomorra gridano alla vergogna.
Ermanno Olmi con Terra Madre è nelle proiezioni speciali, nella sezione «Cinema&cibo» c’è Haiti cheri di Claudio Dal Punta, non preso in considerazione l’anno scorso
(anche sull’occhio delle selezioni da queste parti potranno ridire. Era davvero da scartare il film di Davide Ferrario acclamato qui con l’ambitissimo premio Caligari al Forum?).
Per avventurarsi in territori un po’ più strani di scoperte e sorprese, si deve girare tra Forum e Panorama, impresa complicatissima visto che le due sezioni «parallele» negli ultimi anni sono diventate un festival a sé.
Quarantotto i film nella sezione della Berlinale più indipendente (nata sull’onda del ’68, infatti ha trentanove anni), che mescolano opere prime (undici) e amici storici del Forum come Harun Farocki che in By Comparison segue le diverse tecniche di fabbricazione degli accendini, viaggiando in Burkina Faso, India e Francia. O Hans Christian Schmid, il suo The Wondrous World of Laundry viaggia tra Germania e Polonia seguendo la biancheria sporca degli alberghi berlinesi che viene lavata oltre il confine polacco.
In Citizen Juling il cineasta Ing K è l’attivista per i diritti umani in
Kraisak choonhavan partono per il sud islamico della Thailandia dove il giovane insegnante Juling, buddista e del nord, è stato trovato in una piscina piena di sangue. L’inchiesta coincide con gli ultimi quattro mesi del governo di Thaksin Shinawatra segnato da migliaia di omicidi politici. Simon Bitton, la regista del Muro, torna in Israele per raccontare la storia di Rachel Corrie, la giovane pacifista americana uccisa dai tank israeliani mentre cercava di impedire l’ennesima distruzione di case sulla Striscia di Gaza. Raphael Nadjari, israeliano, presenta una complessa e critica storia del cinema del suo paese (A History of Israeli Cinema), e nelle proiezioni speciali è da non perdere Araja, copia restaurata del mitico film di Margot Benacerraf, venezuelana, amica di Lotte Eisner, che nel ’59 arrivò in una zona remota del Venezuela seguendo per una giornata la vita del luogo e dei raccoglitori di sale.
Il Forum tra le sezioni di Berlino è quella che più ama il cinema asiatico, e
anche quest’anno sono molti i titoli che arrivano da lì. Dal film collettivo The Blue Generation firmato dai cineasti delle nuove onde indonesiane, Garin Nugroho, John De Rantau, Dosy Omar, al lunghissimo giapponese (oltre quattro ore) Love Exposure di Sono Sian, una specie di diario di sesso, voyeurismo, fantasie perversamente erotiche.
Panorama, trentacinque titoli oltre la sezione speciale dei Trent’anni, «sfoggia» il nuovo film di Catherine Breillat Barbablu sospeso tra personali ricordi di infanzia e George Bataille.Nel Panorama special il nuovo film di Lucia Puenzo, El Nino Pez, un amore lesbico di erotismo e assassinio a Buenos aires ... C’è anche La storia di Pedro di Nick Oceano fiction e un po’ documentario sull’eroe cubano del reality di Mtv The Real World San Francisco morto di aids. E poi la regia di Julie Delpy che è anche protagonista di The Countness, l’amore tra una contessa e un ragazzo molto più giovane con lei che ingannata quando lo perde inizia a bere sangue
delle vergini per diventare più giovane (la storia era vera): E ancora Monika Treut con Ghosted e Rin Riza, indonesiano con I soldati del’acobaleno.de Il Manifesto



2009-02-18