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Solitudini e ribellioni in piccolo taglio |
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di Thomas Martinelli
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Nel capoluogo dell’Auvergne, che ha atteso giusto ieri per imbiancarsi, il 21° festival internazionale (ma 31° nazionale) del cortometraggio tiene alta e gagliarda la bandiera della cultura. Dopo avere visto sfilare per le sue strade 50mila cittadini in sciopero generale pochi giorni fa contro la crisi economica e le ingiuste ricadute su lavoratori, disoccupati e studenti, Clermont-Ferrand riempie le 14 sale in cui si svolge la manifestazione per 10 giorni fino a sabato prossimo con la consueta massiccia partecipazione popolare. Senza divi né blockbuster, le diverse sezioni competizione, retrospettive, programmi speciali e presentazioni di mercato semplicemente pullulano di spettatori attratti dai corti. È ovvio che c’è un grande lavoro consolidato alle spalle, non solo degli organizzatori e dei volontari (che il governo vorrebbe «retribuiti» per legge, di fatto segando le gambe a gran parte dei festival francesi che fanno largo uso del volontariato), ma dell’intero sistema culturale, educativo e della comunicazione che investe e favorisce una naturale predisposizione del pubblico per proposte di qualità meno battute. Padri e figli, madri e figlie: nell’attuale società complessa in cerca di inutili scorciatoie semplificatorie, le corde tese sono sempre pronte a schiantare e più di un film mette il dito nella piaga. Allora ripartiamo dai nonni saggi, come ne L’uomo che non ho mai conosciuto del russo Prokopiy Burtsev che mette di fronte un bel vecchio orientale, capelli lunghi e pizzo, e suo nipote giovane adulto, rispettoso ma pieno di domande. Tutto attorno la steppa innevata a evidenziare la silente solitudine dei due seduti ad un tavolo-scacchiera, mentre alternano ponderati quesiti risposti e mosse di pedine. Ma che cosa è la solitudine? «Se ami per una vita una donna che muore prima di te, allora conosci la vera solitudine» replica calmo l’anziano. Ma come dice il libro, le domande sono ciliegie e una tira l’altra, così fra una mossa e uno scacco si affronta ogni sorta di interrogativo esistenziale. Come è la vecchiaia? Che cosa è l’esperienza? E sul cinema: «Quello buono è senza assassinii e sesso... Se la gente lo guarda lo stesso, allora è un buon film» dice il saggio con un pizzico d’ironia. Il confronto interiorizzato continua anche quando l’immagine del giocatore più esperto si dissolve, lasciando solo il nipote con la scacchiera e la steppa. Un rapporto terapeutico è quello che riesce a stabilire la instabile Anya facendo la badante per una non più equilibrata signora in età avanzata in When fish fly, film greco di Vilka Tzouras. Il disturbo della 30enne immigrante russa -lontana da madre, marito e figlia- risale alla sua infanzia, ai tempi in cui le orate pescate dal nonno saltellavano senza respiro sul fondo della barca. L’acqua battuta dai remi cede ai rivoli di pioggia sul finestrino del bus su cui viaggia Anya (Eleftheria Gerofoka), ora donna piacente ma ossessionata e obliqua con evidenti scissioni da ricomporre, come non mancano di sottolineare le ricorrenti visioni di pesci morti. E non aiuta più di tanto la superficiale ospitalità dell’amica, scatenata scopatrice part-time per denaro che faontinuamente oscillare la superficie dell’acqua nel bicchiere di Anya. Ritrova invece scopo e umanità prendendosi cura della squinternata vedova Kyria Fotini, rifugiata politica da Costantinopoli, ritrovando la via per una nuova vita mentre accompagna la vecchia alla serena morte. Si conclude nel ripiegamento irrisolto del figlio invece il conflitto generazionale in Chathate al Mouaallaqqine (Il ballo dei sospesi) di El Mehdi Azzam. Siamo sulle alture aride del Marocco, dove il padre ara sterilmente la terra a cui è da sempre attaccato e il figlio, come sempre in bicicletta sulla strada polverosa in cerca di posta, lo assale senza parole fino a togliergli la zappa di mano. È la ribellione disperata di un giovane che non vuole invecchiare nel deserto, fra gli invalicabili orizzonti perennemente azzurri e le mura spoglie di una casa misera dove l’orologio non ha le lancette. Fra radicamento alla tradizione e il sogno di emancipazione, incerti fra auspicabili nuvole e invece il solito fumo di città in lontananza, l’ultima lettera recuperata in bici pone fine alla speranza. Seppur con taglio più moderno, continuerà a vestire stracci come il padre. Anche la modernità comporta le sue fratture insanabili e fra le opere brevi presentate in questi giorni sono diverse le storie di disagio per i figli dello smarrimento adulto, della conflittualità dei genitori, della latitanza dei padri, dell’egoismo delle madri, della disoccupazione e del carrierismo, della repressione violenta e della distrazione indifferente. Ma soprattutto dell’incapacità dei grandi di comunicare -ascoltando e raccontando con sincerità- con i propri figli. Esemplare in questo senso -ma c’è l’imbarazzo della scelta a conferma che il problema è sentito e diffuso- è The Ground Beneath, film australiano di René Hernandez. Il padre qui parla poco se non per dare ordini secchi, mentre invece tira di cinghiate «disciplinari» che non lasciano spazio a repliche. Violenza genera violenza e il ragazzo triste e taciturno, quando messo alle strette, risolve con altrettanto stile brutale i contrasti con i suoi pari. Come il cane feroce incatenato, reagisce senza pensare in modo bestiale quando un compagno di scuola lo sgambetta. Ma un ragazzo in crescita è più complesso e, per fortuna, l’umanità è varia. La relazione con un «ritardato» e con una coetanea sensibile, in presenza di strutture sociali come la scuola che ancora tengono, e una buona dose di coscienza propria gli fanno trovare il modo di crescere anche porgendo l’altra guancia. de Il Manifesto |
2009-02-18
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