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-Rage-, thriller prêt à porter |
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di Roberto Silvestri
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Non è vero che l’Italia è ignorata dalla Berlinale. Anzi. È proprio la costa nei dintorni di Cagliari - quel pezzo di paese che in questi giorni conta e rischia di più - il set, per niente esotico - ha la personalità tosta della co-protagonista, di un dramma d’amore, in gara, Alle anderen (Tutti gli altri). È il quarto «arabesque» di Maren Ade, trentenne «impegnata», anche se adepta della scuola di Monaco. Non che si parli d’altro che di sentimenti, niente Raf in queste baruffe erotiche raccontate in prima persona «duale», ma l’analisi psicologica, per chi gradisce le avventure interiori - non è affatto superficiale, nonostante le liriche, spesso ironicamente spalmate, di Julio Iglesias e Herbert Grönemeyer. Gitti è una bionda ufficio stampa musical-multinazionale che sta lanciando la band The Shames. Tipo anticonformista e rock, con improvvise pulsioni di morte, veloce, capelli biondi corti, sadica analizzatrice di sguardi, affilatrice di sensibilità, rimprovera al partner lentezza e indecisione pratica, terrorizzata dalle sue zone dark, ellittiche, coperte da motti di spirito e da paradossali, irritanti fughe nell’astrazione. Lui, superficialmente più triste e meditabondo, è il sensuale padrone della villa, l’architetto d’interni Chris, con non poche proposte di lavoro sperimentali, nella regione di Soru. Solo che ci mette sempre 20 giorni prima di decidere se fare qualunque cosa, fosse anche invitare gli amici a cena. Figuriamoci altro. Gitti si esaspera. E quando la strana coppia ne incrocia un’altra, amici turisti più «square», e la inviterà a cena, succederà qualcosa, nel clash, che rischia di compromettere per sempre un amore appena cominciato (e già finito, nello jodio mediterraneo). L’impegno di Maren Ade è proprio nel riuscire a catturare i magic moment nei quali una passione teme il salto del buio, definitivo, della consunzione nell’eternità. Si dilatano e raddoppiano le vie di fuga, a quel punto, ma certe forze, da dentro, emergono. E, a costo di tirare fuori il coltello, devono esprimersi. Sembra facile, ma è come riprendere l’invisibile (ci andrà vicino Andy Warhol in alcuni duetti ravvicinati e molto più carnali tra Viva e Joe D’Alessandro in Lonesome cowboys). Anche la veterana inglese Sally Potter, bentornata in Champion League, adora l’Italia (in questo caso e suoi stilisti) e si dedica al fuori campo e a riprendere l’invisibile di una storia (dopo un po’ troppi melodrammi esplicitamente e imbarazzantemente autobiografici). Lo fa in un più esplicito omaggio a Andy Warhol e alla Pop Art newyorkwese, nel thriller obliquo anglo-americano Rage (Rabbia), in competizione, un face-movie (solo faccine nel quadro, come su Facebook) fanatico del mondo della moda, delle indossatrici e delle factory del glamour. Ma non ci saranno sfilate né retroscena, né rimbrotti moralistici né suspense vero e proprio, nel senso di Robert Altman (Prêt à porter) o Carlo Vanzina. Solo 14 attori in primo piano, spesso seduti, blue-screen a cromatismi cangianti sul fondo, che monologano verso una telecamera digitale tenuta da un certo Michelangelo che sta realizzando una tesina scolastica, come se fossero nel confessionale di Il grande fratello. Tra i performer e i trasformer, un magnifico e irriconoscibile Jude Law, nel ruolo del travestito Minx, il paparazzo Steve Buscemi, la penna al vetriolo Judy Dench, il super manager Bob Balabam e ancora Dianne Wiest e John Leguizamo. Raccontano, in occasione di una sfilata a Manhattan, per sette giorni, le delizie, i problemi, i pettegolezzi, le genialità del loro lavoro... Ci sono tutti, dal supermanager allo stilista «latino», dalla critica di grido al porta pizze alla (vera) mannequin, Lily Cole (è proprio lei, una top model di inquietante erotismo infantile) che, in quella settimana, sarà prima testimone dell’assassinio di una collega anoressica (in stile «incidente di Isadora Duncan»), poi di un secondo omicidio (ed ecco in campo anche il detective african-american, gran citatore di Shakespeare) e infine sarà lei stessa l’ultima vittima... per capire cos’è successo il tenente Colombo sarà il pubblico....Il film, certo monotono quanto il suo ripetitivo soundtrack di urla militaresche da manifestazioni anti global, ha molto irritato la stampa più ingenua (che il thriller se lo vuole vedere «al sangue»), a giudicare da pallini e stellette di gradimento, ma sarebbe piaciuto molto a Derek Jarman sia per quella sua aria da «Screen Test» di Andy sia perché non vuole rispondere a tutti i perché, sia per aver scandalizzato Lee Marshall di «Screen» che chiede a gran voce la revoca dei finanziamenti pubblici a oscenità simili, già pregustando un bel governo conservatore. Non è vero che l’Italia è ignorata alla Berlinale. Anzi negli scantinati più underground del festival....Tra i saggi di Lynch, i focus su Bollywood e i dvd di Rosa von Praunheim e Helke Sander, nella sofisticata libreria di cinema dell’Arsenal, sede della zona effervescente e sovversiva del festival, il Forum, miracolo. Troviamo quasi tutti i saggi di Toni Negri tradotti in tedesco (anche quelli che Feltrinelli edita e le librerie Feltrinelli non hanno mai). Non si capisce niente, in sala buia, se il cervello non fa fitness teorico, disintossicandosi del lavaggio quotidiano, via media, che subisce. Niente di meglio del più cubista teorico marxista per sciacquare lo sguardo. E schiantare sotto il peso della critica di parte non catatonica, le immagini autoritarie, imposte, leccate, consolatorie, exploitation, semi-pubblicitarie, glamour, scioviniste (dei 23 morti brasiliani nel rio delle Amazzoni il tg1 Rai della notte l’altro ieri taceva: toglie la spina alla verità? è un favore diplomatico a Frattini?) che s’insinuano anche in una rassegna d’arte visiva, che dunque mette al centro dell’immagine, nel suo «punctum» fertile, la politica, la storia, la memoria, il conflitto tra libertà e diritto. E, a proposito di Antigone, Sophie Filliers affida a sua figlia teenager Agathe Bonitzer in Un chat un chat (tutto cucito su Chiara Mastroianni, smorfiosa ma dimagrita), un bell’intervento su Rousseau e il rapporto tra libertà individuale e diritto «comunitario», tra etica e Legge. Siamo nudi di fronte alla morale, e vestiti di fronte alla Legge, dal Diritto. Se Lukas Moodysson, regista svedese di Mammouth, in gara, avesse ascoltato quella sua invettiva avrebbe rinunciato al suo esotico progetto (Thailandia e Filippine oltre a Manhattan), troppo ambizioso, piatto, pedante e, come dice il titolo, pesante. Già, nel suo spirito ecumenico, Babel - a cui è stata scippata la star Gael García Bernal, qui mago mondiale dei videogiochi - conteneva materiali poco convincenti per un critica materialistica alla globalizzazione. Figuriamoci in questa predica sentimentaloide e reticente che, tra disastro ecologico e ambientale, consumismo occidentale e terzomondismo populista, inanella di tutto di più, senza dimenticare di spezzare una lancia in favore della lotta alla pedofilia criminale e al mercato della carne filippine. A proposito, anche qui siamo protagonisti. Una prostituta donna e un prostituto uomo discutono di chi sono i peggiori clienti. Gli americani, naturalmente. Ma gli italiani sono peggio. Siccome si vantano di fare sfracelli a letto pretendono di non pagare mai. Sono peggio i tedeschi, perché sono sporchi. No gli arabi, perché puzzano, no i giapponesi, perché i giapponesi sono sempre i peggiori, soprattutto a Berlino. Perfino John Rabe (proiezione speciale) del tedesco Florian Gallenberger, che è il santino, nell’incubo nazista, di un tedesco giusto, l’uomo d’affari che salvò dal massacro di Nanchino del 1937 ben 250 mila cinesi, si dimentica di dare il giusto risalto al diniego al Führer, espresso quasi contemporaneamente dall’imperatore Irohito, di consegnare gli ebrei che si erano rifugiati a Shangai. Infine in gara Gigante dell’argentino Adrian Biniez, ma la produzione è anche tedesca, olandese e uruguagia: un corpulento addetto alla sorveglianza video di un supermercato, in clima di licenziamenti, si innamora di una ragazza delle pulizie che adora come lui il metal rock, ma essendo goffo in amore come Bud Spencer, picchia, nell’ombra tutti quelli che fanno male alla ragazza, buonissima anche al cospetto di dio, visto che il gigante non la perde mai d’occhio, ma non ha il coraggio né la tecnica per trasformarsi da Golem in un Romeo. Se Kaurismaki avesse uno spirito latino e un po’ più qualunquista semplificherebbe proprio in questo modo. de Il manifesto |
2009-02-18
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