articolo 944

 

 
 
La sporca guerra del buon soldato Ari
 







di Silvana Silvestri




Esce nelle sale venerdì 9 Valzer con Bashir di Ari Folman, documentario di animazione sui fatti di Sabra e Chatila. E la cosa non sembri frivola, si tratta di un lavoro duro e impressionante, basato sulla personale esperienza del regista come soldato diciannovenne dell’esercito israeliano mandato in Libano, colpito poi da amnesia su quei fatti e venticinque anni dopo alle prese con un vuoto di memoria da colmare, reso pressante da incubi incomprensibili, fatti di poche immagini sempre uguali. Folman è un regista famoso non solo nel suo paese, ma anche all’estero, vincitore di premi prestigiosi (Karlovy Vary, Guijon, Los Angeles, Tallin e Tokio, tra gli altri), coscienza critica insieme ad altri intellettuali del suo paese. Il film procede come una autoanalisi che prende il via quando il regista incontra e intervista alcuni suoi amici e commilitoni, ognuno dei quali ricorda pochi frammenti da mettere insieme così che da immagini oniriche si passa a quelle sconvolgenti della realtà. Realizzato con una tecnica ideata nel «Bridgit Folman Film Gang» (direttore artistico Yoni Goodman) girato in teatro di posa, ridotto a storyboard, quindi è stato disegnato con 2300 illustrazioni poi animate.
Il film si riferisce a fatti avvenuti nel 1982, ma è come se fosse capitato ieri: il massacro di donne e bambini di allora come i massacri (e non, come dicono nei quartier generali, «attività ad alto tasso di violenza») nella striscia di Gaza.
Incontriamo Ari Folman a Roma per la presentazione del suo film e, anche se le parole non servono a chiarire gli eventi che hanno bisogno piuttosto di fatti, possono servire dal nostro osservatorio confuso e darci qualche elemento in più. «Il film in Israele è stato accolto molto bene», dice Folman e mentre parla la sua immagine quasi si confonde con quella così simile disegnata sullo schermo. «Sono passato dall’essere un ribelle alla persona più amata
dall’establishment. L’establishment infatti divide le persone in due parti e il fatto di aver combattuto nell’esercito mi fa essere dalla loro parte, oltre al fatto che il nostro è un paese assai tollerante per quanto riguarda gli artisti che trovano molto sostegno. E poi si capisce chiaramente nel film che gli israeliani non sono responsabili di quei fatti, bensì lo furono i falangisti cristiani. Io come israeliano potevo raccontare la storia solo da una parte e desidererei che la si raccontasse anche dall’altra parte. Vista la situazione così delicata il film che ho fatto era tutto quello che potevo fare». Riservisti fino a cinquant’anni, Folman è poi riuscito a essere esonerato a quaranta perché qualcuno gli ha detto che poteva farlo chiedendo di andare dallo psichiatra e lì per la prima volta ha raccontato la sua esperienza: «Mi accorsi che c’erano dei buchi neri tra le cose che riuscivo a tirare fuori. Ho deciso di fare un film perché non ho mai creduto nella psicoterapia, mentre fare un film è più dinamico ed efficace, si viaggia, si devono risolvere problemi, essere creativi. Se cinque anni fa mi avessero fatto vedere una mia foto di soldato diciannovenne non mi sarei riconosciuto, ero troppo arrabbiato. Oggi, dopo aver realizzato il film sono tornato in pace con me stesso e mi riconosco».
Non trova che vi siano evidenti similitudini con i massacri di questi giorni? «Quando è scoppiata la seconda guerra del Libano stavamo lavorando per terminare il film e mi dicevano: peccato che non sia già finito, sarebbe di grande attualità. Io ho risposto che purtroppo questo film continuerà ad essere sempre attuale, visto i governanti che abbiamo. Il mondo si divide tra quelli che sostengono la violenza e quelli che sono contro la violenza e purtroppo i primi sono la maggioranza ed usano tutti i mezzi per sostenerla, compresa la religione. Noi che siamo non violenti dobbiamo fare di tutto per impedirla, ma nessuno si è impegnato seriamente per impedire il conflitto.
Tra i nostri governanti non c’è nessun rispetto e senso di pietà per la morte di altre persone. Per loro è come giocare a scacchi».
Chi vedrà il film sarà colpito dal doloroso percorso personale del regista che ricostruisce il massacro e dai vuoti che tuttavia permangono sui disegni più generali della strategia militare (Sharon evidentemente dormiva). Tutto il discorso sulla responsabilità che gli psichiatri sono impegnati a eliminare dalla coscienza individuale non è detto che spariscano dalla storia. Così alla fine del film compaiono le immagini delle riprese non più animate, ma documentarie della disperazione dei profughi superstiti dei campi quando infine il capo di stato maggiore ordina il cessate il fuoco. Perché questa virata stilistica? «Fin dall’inizio avevo preso questa decisione artistica. Volevo evitare che dicessero: che bel film di animazione, che bella musica. Le riprese mettono il film nella giusta prospettiva, ricordando che a Sabra e Chatila più di tremila persone
sono state massacrate. Se qualcuno vorrà sapere di più e andrà a informarsi su Google, avrò fatto il mio mestiere».de Il Manifesto 



2009-01-16