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Sin dalla notte dei tempi l’uomo ha esercitato violenze sui suoi simili, ampliando nel tempo le modalità e gli strumenti di tale esercizio, dal fratricidio di Caino ai sacrifici umani praticati da antiche civiltà, dalla schiavitù ai ferali combattimenti tra gladiatori, dall’assurdità delle “guerre sante” alle torture medioevali, sino ai più recenti olocausti, costellando incessantemente l’intero globo di sanguinose battaglie. Nel XX secolo, arricchendosi della psicologia e dei grandi mezzi di comunicazione di massa, in un periodo storico massimamente imperniato sul danaro e sul commercio, l’arte di sopraffare il prossimo, che sia un singolo o una più o meno estesa comunità, ha subito una sensibile espansione in ambito psichico, trovando un efficacissimo strumento di manipolazione nella pubblicità, non banalmente intesa come atto di diffondere al pubblico la conoscenza di qualcosa, ma come manifesti e comunicazioni radiofoniche, televisive o informatiche che, utilizzando elementi dalla forte carica simbolica ed emozionale, si insinueranno nella mente indirizzando subdolamente comportamenti e scelte. Ecco allora il personaggio famoso di turno che pubblicizza un prodotto commerciale di cui non sa più di tanto e del quale, con ogni probabilità, non ha mai fatto, né farà mai, uso, forte della assurda quanto infondata autorevolezza della sua popolarità. E sono attori, cantanti o intellettuali che si prestano. Persino l’immagine ed il carisma di Gandhi, post mortem, furono sfruttati qualche anno fa per indurre ad un certo acquisto. Questo per quanto riguarda il contenuto del messaggio pubblicitario. Ma la violenza viene esercitata anche, e soprattutto, con la modalità scelta di imposizione della comunicazione, prepotente, irrispettosa, ossessiva. Così nel bel mezzo della visione di un programma televisivo, scatta violenta ed inaspettata l’intromissione pubblicitaria, e, mentre il protagonista di una coinvolgente vicenda cinematografica sta per fare un’attesa rivelazione, viene fuori, ex abrubto, un anziano signore, di bell’aspetto, che ti rivela il suo segreto contro l’incontinenza urinaria, caldeggiando l’acquisto di un miracoloso prodotto, oppure, mentre l’eroina di una storia avvincente è nel pieno ascolto di una notizia che ne potrà decidere vita o morte, ecco comparire nudità infantili per pubblicizzare un pannolino per neonati, oppure un’attempata signora a renderti noto l’adesivo che usa per la dentiera. Sono particolari momenti di spettacolo, quelli maliziosamente scelti, dove la parte emotiva dello spettatore è più predisposta al trauma psichico che veicola più fortemente il messaggio e lo fissa impietosamente nel ricordo. Il cervello ne risente, la capacità di concentrazione è sconquassata, il rimbecillimento futuro chiaramente annunciato. L’arte è misura del suo tempo. Anche la musica è un’arte, ed in quanto tale non può esimersi dal documentare i valori e le miserie epocali. E allora ecco la mancanza assoluta di rispetto, generosamente nutrita dal dio danaro, incarnarsi appieno nel corso dell’esecuzione di una sinfonia, nel bel mezzo dell’assolo di una voce celestiale, nel pieno di uno spettacolare virtuosismo strumentale, attraverso una sensibile impennata del volume sonoro e una musica dissacrante che ruba la scena a sostegno di una sequenza cinematografica, non di rado volgare, che promuove il purgante di turno, il rimedio contro la flatulenza o cosa altro ancora, mentre ilo dio della vergogna, dovunque risieda, gongola, divertito spettatore del degrado civile, morale ed estetico nel quale, sempre più, stiamo miseramente affondando.
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2026-01-02
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