articolo 2356

 

 
 
Arte, musica e pandemia
 







Rosario Ruggiero




La forte incidenza civile dell’arte, comunque sia, positiva o negativa, si è sempre palesata, sin dalle origini, in ogni sua specifica disciplina. Senza scomodare l’antico teatro greco, si pensi già solo al prepotente valore di propaganda esercitato, sin dai tempi degli “dei falsi e bugiardi”, dalle arti figurative, con le sculture rappresentanti le più eminenti figure politiche in pose sapientemente studiate, con i dipinti più encomiastici, o con suggestive fotografie storiche, e, nell’arte dei suoni, si rifletta sul valore della marce, degli inni, della musica sacra, delle canzoni di protesta, e di certe pagine vocali napoletane che hanno stigmatizzato, o già solo evidenziato, tanto felicemente, usi, costumi, stili di vita e psicologia umana, ma specialmente documentato realtà, materiali ed emotive, legate all’emigrazione, alla guerra o all’avvento di sorprendenti novità tecnologiche.
Insomma, l’arte, quindi certamente anche la
musica, è misura di civiltà, in termini di specificità ed intensità, da sempre.
Oggi, che complessivamente viviamo giorni particolarissimi, di lassismo etico, pochezza di aspirazioni, sterile individualismo, omologazione psicologica e consumistica, idealità dimenticate o stinte, sì da sembrare l’umanità, tanto sovente, solo una mandria passiva ed acquiescente da mungere a beneficio di pochi, l’arte non può che riflettere tanta decadenza, attraverso una letteratura, in tanta parte, stilisticamente sciatta e dai contenuti inconsistenti, o certe espressioni figurative che traboccano in un’eccentricità che dietro la provocazione lascia intravedere narcisistico desiderio di presenzialismo e vanità di sorprendere.
In virtù di tanta istanza esibizionistica, non c’è da stupirsi se i divi, autentici o, sempre più, vacui, sapientemente costruiti, proliferino, in un deprimente andazzo che non lascia presagire significative direzioni.
Nel frattempo languono gloriose forme espressive,
come il melodramma, che sostanzialmente si limita a perpetuare se stesso in un’autocelebrazione oramai dal forte sapore mondano e commerciale.
In questo clima una forte provocazione è venuta fuori dalla recentissima pandemia, la quale ha sicuramente significato una svolta epocale, relegandoci forzatamente nelle nostre case, per giorni e giorni, incidendo sensibilmente sulle economie nazionali, suggerendo pericolosamente preoccupanti, future, ma forse anche attuali, modalità di manipolazione del mercato e dell’opinione pubblica.
 E l’arte?
E la musica?
Termometri della consapevolezza e della reattività sociale, non pare diano particolari segni.
Non opere drammaturgiche, letterarie, figurative o musicali in proposito.
Ma forse, purtroppo, proprio questo loro non dare segni è il segno più forte.
 



2020-07-01