articolo 2315

 

 
 
Orchestre sul lungomare di Castellammare di Stabia?
 







Rosario Ruggieo




Affacciata sul golfo di Napoli, prospiciente il Vesuvio, Castellammare di Stabia ha un invidiabilissimo lungomare dove trova sede un delizioso chiosco della musica (o “cassa armonica”, come pure comunemente viene detto) ivi collocato agli inizi del secolo scorso, già restaurato, ma via via, purtroppo, abbandonato impietosamente agli oltraggi del tempo. Monumento simbolico della città, grazie anche al contorno verdeggiante e marittimo non può non ricordare la costruzione analoga nella Villa Comunale del vicino capoluogo, dove si esibiva lo storico direttore d’orchestra Raffaele Caravaglios con i suoi musicisti, e suggerire anche l’atmosfera di festa, aggregazione, compiacimento e cultura che, ospitando doverosamente concerti pubblici, genererebbe, in stridente contrasto con il silenzioso abbandono in cui, invece, per tanto lungo tempo lo si è visto. Fortunatamente proprio in questi giorni i lavori di ripristino dell’elegante struttura, così daridarla alla città nuovamente nel suo fulgore.
Ascolteremo concerti sul bel lungomare di Castellammare di Stabia?
È necessario ricordare l’azione di coesione umana, appartenenza civile, rasserenamento dello spirito, orgoglio cittadino, nazionale ed universale che può l’arte dei suoni? Ed il suo effetto di valorizzazione dei luoghi? E di miglioramento della vivibilità?
E se poi tale esempio sapesse essere di stimolo per vivificare similmente anche la Villa Comunale napoletana?
«La bellezza salverà il mondo» è stato notoriamente scritto. Sarebbe già magnifico potesse impreziosire quei luoghi meravigliosi esaltandone il richiamo turistico, ma, soprattutto, deliziando raffinatamente l’animo di tante persone.
La canzone napoletana irriducibile documento sociale
Impegnata da svariati anni, nel capoluogo campano, per il miglior impiego dell’individuale tempo libero, la Libera Università Europea Terza Età Campania organizza corsi ed, in particolar modo, eventi di ragguardevole
significatività. Tra gli ultimi, la recente, applauditissima serata, condotta da Paola Callà tra le eleganti pareti del Circolo Ufficiali della Marina Militare di Napoli, dedicata a Renato Carosone, con le testimonianze dei nipoti dell’artista, Antonio e Maurizio Carosone, e l’esibizione del pianista Pasquale Cirillo e del cantante Pasquale Pirolli.
È stata l’occasione di ascoltare indimenticati successi del compianto musicista, “Tu vuo’ fa’ l’americano”, “Pigliate ’na pastiglia” o “Pianofortissimo”, ma soprattutto di indirizzare l’attenzione sullo straordinario fenomeno della canzone napoletana e sui suoi sviluppi nel tempo.
Patrimonio artistico incontestabilmente storico, per la sua durata oramai secolare, e decisamentemondiale, per l’eterogeneità geografica dei suoi interpreti, da Claudio Villa ad Elvis Presley, Ella Fitzgerald, Enrico Caruso, Luciano Pavarotti o Giuseppe Di Stefano, dei suoi autori di versi, da Salvatore Di Giacomo a Gabriele D’Annunzio o Fabrizio De Andrè,
e degli artefici delle sue musiche, da Salvatore Gambardella a Francesco Paolo Tosti o Gaetano Donizetti, la canzone napoletana è stata ed è, anche e soprattutto, documento storico, civile ed antropologico, testimoniandoci cambiamenti epocali e comportamenti sociali e psicologici, raccontandoci emotivamente della guerra, dell’emigrazione, dell’avvento dell’automobile, della lampadina elettrica, del cinematografo e della funicolare.
Non da meno, la produzione di Renato Carosone, pur mostrando apparente semplicità, spensieratezza e superficialità, rivela attenzione sociologica, ironia sostanziata e giudizio sui costumi.
Abbraccia stilemi  americani, ma per vestire con congruità la graffiante satira di “Tu vuo’ fa’l’americano”.
È musica spensierata, ma per sostenere il fiducioso entusiasmo acritico di “Pigliate ’na pastiglia”.
È semplice, ma per cullare i candidi vagheggiamenti di “Maruzzella”.
La scelta del particolare tipo di musicalità si dimostra, insomma,
calibrata e funzionale.
Sono gli ultimi esempi di una canzone napoletana che ha ancora una sua propria personalità.
E proprio in virtù della sua attenzione rivolta ai modi dì oltreoceano, non può non saltare subito alla mente il confronto con la più recente produzione del prematuramente scomparso Pino Daniele.
Ma se le canzoni di Renato Carosone, specialmente quelle sostanziate dai sapidi versi di Nicola Salerno, trovano chiara ragione di essere della loro particolarità, la produzione del più recente cantautore tradisce luoghi comuni e sottomissione culturale.
Il blues che tinge queste pagine è solo esterofilia immotivata, proprio quella stigmatizzata da “Tu vuo’ fa’ l’americano”, i testi (“Napule è ’na cartasporca/ e nisciuno se ne ’mporta”) ripetono luoghi comuni da discussione al bar, triti e ritriti, sfiduciati e profondamente disfattisti, e l’uso gratuito della lingua inglese testimonia solo l’inclinazione generale alla scimmiottamento pedissequo, limitatezza
nell’ambito dell’espressività verbale che ci dovrebbe essere più consona, e mancanza di personalità.
Ma la canzone napoletana resta, proprio per questo, vividamente documentaria.
Comunicherà, purtroppo, impietosamente, alle più attente generazioni future, un’epoca di miseria e sudditanza intellettuale che, a tutt’oggi, sciaguratamente sembra proprio non promettere niente di buono.



2019-11-13