articolo 2069

 

 
 
LA SIRENIDE, RISCOPERTA DEL DANTE NAPOLETANO
 











L’anno in corso segna un appuntamento fondamentale per la letteratura italiana poiché coincide con i 750 anni della nascita di Dante. E naturalmente  l’evento viene celebrato, non solo in Italia, in maniera articolata: convegni, pubblicazioni ad hoc, recitals ed altri momenti tutti votati ad omaggiare il grande poeta.  Una felice coincidenza  è costituita anche  dalla riedizione di un testo certamente poco noto ma che può rappresentare un tributo ancora più interessante per l’anno dantesco.
 Il libro si intitola “Sirenide” e l’autore è Paolo Regio. Sulle prime verrebbe da chiedersi chi era costui, una domanda che certamente non si è posta Anna Cerbo. studiosa e docente nell’ università Orientale  che si è assunto il compito di riportare alla luce il manoscritto custodito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli , vale a dire il poema spirituale del vescovo di Vico Equense Paolo Regio  e che rappresenta una
testimonianza  non proprio secondaria della cultura napoletana di fine Cinquecento. Paolo Regio, vissuto proprio in quell’epoca,    fu infatti umanista, teologo, poeta, autore di numerose opere.
 La “Sirenide” è un  monumentale manoscritto  ben conservato, di mano di un copista, ma è soprattutto  un poema spirituale che imita la “Commedia” di Dante; narra infatti del viaggio di Sireno nell’aldilà, dall’Inferno al Paradiso, sotto la guida di Minerva, la dea della Sapienza, e  si può intendere come una imitazione, sia pure in ottave e in terza persona anziché in terzine, dell’opera dantesca.  Molte sono infatti  le similitudini e le riprese. A cominciare dalle pene e dai peccatori. E anche per questo è un documento  di rilievo dell’epoca della Controriforma. Ora, grazie al prezioso lavoro di Anna Cerbo, scopriamo  questo autore dimenticato ma soprattutto  possiamo disporre di  un’opera per tanti versi utile e
preziosa. Proprio la studiosa ci ricorda che l’elemento forte del poema regiano è dato dall’impegno di propaganda cattolica dell’Autore, che si snoda attraverso il susseguirsi di riflessioni, di contemplazioni, e soprattutto attraverso l’innesto dei “Cantici” nella struttura narrativa dell’opera, e ancora grazie alla fluidità della narrazione, favorita in generale dall’uso dell’ottava e in particolare dall’«inarcatura» che il Poeta  crea tra un gran numero di ottave.
Nella “Sirenide”  vi sono poi  anche  suggestive  descrizioni di Vico Equense e di Sorrento, la terra appunto  delle Sirene, impregnate di memorie letterarie e di delicata sensibilità nei confronti della natura.
Cupo e inquietante  si presenta viceversa  il quadro storico, politico e sociale di Napoli fra Cinque e Seicento. Se la “Sirenide” interessa e appassiona per i molteplici richiami  alla cultura napoletana.  incuriosisce  ancor più per i riferimenti ai
fatti di cronaca locale e a quelli non espliciti nei confronti  di personaggi storici che Sireno/Regio incontra nell’Inferno e di cui tace il nome, in questo contrapponendosi   dichiaratamente a Dante. 
Nella “Sirenide” rivive soprattutto il rigore di un Pastore controriformista, profondamente amareggiato negli ultimi anni di vita. L’aver “ripescato” l’opera significa anche avviare una profonda riflessione sulla cultura napoletana tra Cinque e Seicento in grado di diffondere  nuova luce, per riflesso, sulla fortuna della “Commedia” dantesca nell’anno in cui tante solo le celebrazioni  allestite per il grande poeta fiorentino.
Antonio Filippetti

Paolo Regio “Sirenide”
A cura di Anna Cerbo
Ed. Photocity, pp.860,  Euro, 60.00

 



2015-08-05