articolo 2066

 

 
 
MILANO 1944
di Almerico Realfonzo
 











È questo il terzo libro di “memorie” del tempo di guerra, nel quale il nostro infaticabile Autore (Napoli, 1927) narra, con coinvolgente partecipazione, i fatti dei quali fu testimone giovanetto - quando non parte attiva -, ma non nell’ambito elitario del ricordo personale bensì allargando la visuale ai tanti eventi, per lo più funesti, di quegli ultimi anni bellici responsabili di tanti strascichi a seguire la folle guerra nazista che travolse tantissimi italiani, attori e vittime. Sono, difatti: del 2008 “I giardini rosminiani”, incentrati sull’infausta ed effimera Repubblica dell’Ossola dell’agosto ’44; del 2013 “Il giardino degli aranci”, primo timido anelito della volontà di voltar pagina dopo i cinque terribili anni di guerra.
In questa ampia rassegna l’Autore in realtà espone, in successione concertata ed agguerrita, una sequenza di accordi fondati su reminiscenze ma ancor più su un certosino e ciclopico lavoro di ricerca e ricostruzione frugando tra i testi
della materia. Essi valgono a configurare, come sintesi del tutto, una compiuta sinfonia affrescante in maniera nitida, e purtroppo sconcertante, quella che fu la Storia di quei tragici anni, scenario dei fatti più inconcepibilmente bestiali. L’immane catastrofe si chiuderà con un bilancio finale di ben oltre cinquanta milioni di morti!
L’assonanza immediata che balza alla mente è con “Napoli ‘44”, pubblicato nel 1978, il fortunato libro del militare inglese Norman Lewis per diversi mesi comandato in quell’anno nella nostra città. Questo Autore prende spunto dal suo diario, in cui annotava quanto vedeva in giro o lo trovava partecipe e, partendo da queste scarne note, le arricchisce di parafrasi ardite, dando corpo ad un brillante best-seller dell’epoca che descrive enfaticamente quei tragici mesi di “segnorine e sciuscià” vissuti dai nostri concittadini in presenza delle Forze Alleate. Nulla di più, quindi, tra i due testi di una pura assonanza. Se Lewis travisa ad arte l’accaduto,
esaltandone gli aspetti più impressivi, Realfonzo si pone l’obiettivo precipuo della realtà dei fatti, e quindi il riferimento più aderente possibile al concatenarsi degli eventi come essi si svolsero.
È chiaro che questa vasta messe esposta dal Realfonzo rappresenta un legame personale inscindibile con avvenimenti vissuti in diretta, e dunque toccati dalle inevitabili aporie dell’età giovanile e messi poi agevolmente a fuoco nei decenni di ripetuto riesame fino a giungere alla perfezione acribica della senilità:
“Io non capii, allora e fino alle riflessioni di questi ultimi anni, che il discorso e gli estremi conati di socialismo non avessero il senso di un tentativo di ritorno dell’ex Duce alle ribalte d’Italia e di Europa, ma piuttosto segnassero il con¬gedo di uno tra i protagonisti della storia del novecento e l’inizio del suo precipitare nel baratro della fine, e che la sua prima reticenza a parlare a Milano per non aver nul¬la da dire fosse più che giusta e, purtroppo per
lui, vinta dall’ingannevole lusinga del destino; così come, poi, non colsi il senso dell’inarrestabile sua decadenza morale, nel¬le sue paniche decisioni finali che vanificarono il disegno dell’ultima ridotta inessenziale al compimento di una bella morte ma forte abbastanza per resistere all’assalto partigiano e consentirgli la resa agli Alleati, che gli avrebbe, credo, salvata la vita.”
Quando poi un viaggio recente nei luoghi dei percorsi giovanili accade, e sovrappone le sue immagini a quelle rimaste nella memoria e caricate dai tanti significati inconsci cumulati nelle varie rivisitazioni, ecco che la nuda realtà ha l’effetto di una scolorina irriguardosa ed anche indesiderata, che lascia tramortiti per l’enorme divario creatosi tra l’oggi ed il remoto, riducendo in certo qual modo in pezzi il flusso ininterrotto dell’esperienza.
C’è, in questi volumi, materiale enorme per ulteriori analisi di dettagli e sviluppi di integrazioni, che i cultori a venire sapranno estrarre dalle
tante pagine scritte e dalle centinaia di minute note a corredo.
L’ ”aria esilarante della libertà”, spirata avventatamente dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43, avrà vita breve. Milano nel ’44 reca immani e devastanti ferite, nella popolazione nelle case e nei monumenti, causate dagli innumerevoli bombardamenti dei quattro anni precedenti e dalla estesa distruzione del tessuto sociale che ha residuato solo terrore diffuso e fame acuta. Quest’ultima è ancor più accentuata dall’esistenza di una borsa nera, inaccessibile ai più, che drena ulteriormente le poche risorse reperibili, sottraendole alla gran massa dei cittadini. Problema, peraltro, gravissimo in tutte le grandi città di quei giorni. Per un giovane che si prepara alla maturità un ambiente tetro ed oppressivo, al quale gli obblighi del coprifuoco conferiscono ulteriore severità, e le uniche “pazzie” permesse sono il sostare nel cortile interno del palazzo d’abitazione con i pochi coetanei ivi dimoranti, o l’ascolto di un
brano jazz, ultimo grido per quei tempi in fatto di musica, che apre la fantasia alle sterminate praterie, naturali e mentali, del continente americano. Tra gli italiani esplodono Alberto Rabagliati e Natalino Otto ma - la gioventù è gioventù - i flirt nascono anche dove meno appare possibile, complice, questa volta, il buio dell’oscuramento.
Della fine del ’44 è il proclama del Generale Alexander – Comandante delle Forze Alleate in Italia - ai patrioti italiani, ai quali, in vista dell’incipiente inverno, egli raccomanda prudenza nelle operazioni su vasta scala, mantenendosi vigili per cogliere l’occasione propizia e colpire solo in tal caso con minor rischio il nemico. Un errore madornale: per la troppa pubblicità collegata, per il funesto effetto psicologico sui partigiani già a mal partito, e per il ringalluzzimento indiretto delle truppe tedesche! L’agonia si palesava ancora lunga anche nella mente degli Alleati.
Rafforzato dalle enormi distruzioni provocate dalle V2
lanciate sull’Inghilterra, il fondato terrore delle ultime fasi di guerra fu che la Germania riuscisse a sviluppare, e quindi utilizzare, le famose armi segrete, cui anche Mussolini aveva fatto cenno, e alle quali stavano lavorando centinaia di scienziati tedeschi. La misericordia divina non permise quest’ultimo dramma, ed il compimento della fase finale da parte dei tecnici tedeschi trapiantati - ricordiamo tra tutti Werner Von Braun - avvenne negli USA, e a farne le spese saranno le terrificanti stragi di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto ‘45. L’arma più potente nella storia dell’uomo aveva tristemente visto la luce. 
Il prefatore Fulvio Papi – filosofo e scrittore triestino, già Direttore del giornale “Avanti” – ricorda la sua esperienza, recatosi a Meina dopo la strage di ebrei ivi compiuta da parte delle SS della Divisione “Adolf Hitler”:
“Arrivai in bicicletta da Stresa a Meina per vedere luogo e figure della tragedia. Cercai di parlare (allora con un de¬cente
tedesco) con un giovane SS che troncò il brevissimo dialogo dicendo che i suoi parenti a D?sseldorf erano "alles gestorben". Sebbene ragazzo, compresi subito che il solo scambio possibile con loro era la morte. Non è un bel sen¬timento dal quale poi si guarisce senza residui, ma allora, ragazzo, mi trovai a viverlo e a governarlo come potevo.”
Milano fu anche luogo dell’ultimo discorso pubblico di Mussolini del 16 dicembre al Teatro Lirico. Una sorta di ritorno alle origini, ricordando che il duce debuttò in politica come socialista e fu anch’egli Direttore dell’“Avanti” dal ‘12 al ’14, passando poi a fondare “Il Popolo d’Italia”. È di questi ultimi scorci il progetto di una ridotta in Valtellina, con i fedelissimi e con il possibile finale di un passaggio in Svizzera ed una resa diretta nelle mani degli Alleati per salvarsi, forse, la vita.
Almerico Realfonzo - brillante ingegnere e docente universitario, autore anche di testi tecnici - indulge alle imposizioni del suo
pregnante vissuto, movendosi egregiamente nei mille labirinti di una testimonianza storica di tutto rilievo. Ha dalla sua il dono di una prosa agevole ed icastica, che racconta e, ad un tempo, scolpisce, dinanzi l’occhio del lettore attento, il bassorilievo delle vicende di tanti eroi, gloriosi e sconosciuti, scomparsi nei mille meandri di un evento storico tanto complesso e prolungato.

“E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
 ...”  (S. Quasimodo: Alle fronde dei salici – 1947)

align=justify>                                                                                  Luigi Alviggi

Almerico Realfonzo :  Milano  1944
MIMESIS,    2015 – pp.  122 - €  12,00



2015-07-23