articolo 1984

 

 
 
GLI SDRAIATI
di Michele Serra
 











Che i figli parlino dei genitori “ne son piene le fosse” – come diceva il grande Manzoni riferendosi però al senno di poi, e ammesso di veder destinati alla stessa sorte gli innumerevoli libri di quel genere -, del viceversa, invece, i casi non son poi tanto numerosi. E forse la citazione non è del tutto avventata, come si vedrà più innanzi.
Il lavoro in oggetto si occupa poliedricamente di questo contorto aspetto della vita familiare, centrando le difficoltà, oggi più che mai estese, del rapporto padre-figlio. Il tutto molto piacevolmente intriso dall’ironia spinta, per non parlare di sarcasmo, che rappresenta la preclara cifra stilistica dell’abile Serra. E la godibilità dello scritto è ampiamente assicurata, direi continua, trasportati come siamo nell’essenza delle varie fasi della ispida convivenza. Si tratta di uno scontro diretto: la figura materna è del tutto assente. È chiaro, sono gli aspetti pungenti di un rapporto spigoloso, ma il tutto è stemperato
dall’enorme affetto del genitore, avvertibile ad ogni passo. L’incipit squilla subito sul tono di fondo di questa odissea perenne che imperversa tra le pareti domestiche:
“Ma dove cazzo sei?
Ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai. Il tuo cellulare suona a vuoto, come quello dei mariti adulte¬ri e delle amanti offese. La sequela interminata degli squilli lascia intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distra¬zione: e non so quale sia, dei due "non rispondo", il più of¬fensivo.
Per non dire della mia ansia quando non ti trovo, cioè quasi sempre. Ho imparato a relegarla tra i miei vizi, non più tra le tue colpe. Non per questo è meno greve da sopportare. Ogni sirena di ambulanza, ogni riverbero luttuoso dei notiziari scoperchia la scatola delle mie paure. Vedo motorini schiantati, risse sanguinose, overdosi fatali, forze dell’ordine impegnate a reprimere qualche baldoria illegale. Leggo con avidità masochista le cronache esiziali del tuo branco, quelli
schiacciati nella calca dei rave party, quelli fulminati dagli in-trugli chimici, quelli sgozzati in una rissa notturna in qualche anonimo parcheggio di discoteca, quelli pestati a morte da gendarmi indegni della loro divisa.”
Certo non c’è molto che un genitore – sempre carente a fronte dell’impari lotta - può fare contro un figlio “perfezionista della negligenza”, che VIVE sdraiato. Anzi, un soggetto con minori risorse avrebbe già sottoscritto la resa incondizionata contro un avversario del genere. La regola sovrana del figlio è ignorare OGNI regola vigente, fare il proprio comodo in spregio alle più consuete norme di comportamento. È uno degli aspetti del rifiuto adolescenziale verso tutti i modelli sviluppati dagli adulti (leggi vecchi) in eredità di esperienze multigenerazionali, costantemente rifiutati negli anni verdi e destinati ad un’accettazione forzata quando questi iniziano a far sentire il carico crescente sul groppone del singolo. È la critica fondamentalista ai modi
di fare, all’educazione genitoriale; è la ripulsa totale delle esigenze dell’”altro”, il diniego assoluto del castello formativo eretto negli anni della crescita; è la volontà di affermarsi come “diverso” da quello che “loro” vorrebbero, e per il quale hanno fatto ogni sforzo di costruzione.
È che risulta irrimediabilmente sconfitto, nella marea (più correttamente tsunami) giovanile che tutti li travolge, il sancito ordine adulto dei diritti e dei doveri, i primi divenuti assiomi inalterabili e pretestuosi, rivolti solo al proprio beneficio, i secondi ridotti, quando in stato di grazia, a monosillabi sibillini non sempre seguiti nel tenore annunciato dai fatti operati. Il maturo resta, dunque, impotente in balia di un illusorio gioco di specchi che sempre riflettono gli atteggiamenti sperati, e quasi mai rispecchiano il concreto agire delle ondivaghe azioni adolescenziali, legate a doppio filo a smartphone, computer, ipod, turbe di amici, e via dicendo, perennemente a portata di
orecchio o di occhio. Sull’altare privato deità sconosciute: felpe, sneakers, app, piercing, tatuaggi, esotiche bandane, visuali erotiche ignote agli “anta”, orizzonti ristretti ma certamente originali, in grado di scardinare chiunque non appartenga alla genia dei ventenni e giù di lì.
“E certo, qualcosa di altrettanto separato (separato dagli adulti) lo ricordo bene anche nei miei sedici e diciotto anni. Ma non altrettanto. Decisamente: non altrettanto. Scrutavo il mondo adulto come un regno da espu¬gnare. Emularli per poi detronizzarli, un giorno: ma il trono da espugnare era lo stesso sul quale sedevano loro. Le stesse città, le stesse case, le stesse stanze, gli stessi viaggi da riper¬correre però meglio di loro, con più agio e padronanza, più libertà, meno pregiudizi. La mia curiosità onnivora mi sugge¬riva di aguzzare la vista e allertare i sensi in ciascuna delle oc¬casioni nelle quali sentivo che gli adulti erano in speciale ten¬sione, per il timore di perdere
un’esperienza.”
È proprio di un padre intemerato proporre al figlio pigro l’ascensione, in ore notturne più che mattutine, al Colle della Nasca - immaginario, appena 2.700 metri - da compiere in sudori e silenzio religiosi, con uno zaino sulle spalle che fortifichi il peso dell’ascensione. Questa proposta diventa il mantra ricorrente che, per l’incauto padre, costituirebbe l’osservanza delle tradizioni familiari, una sorta di investitura, di passaggio all’età adulta: come egli la compì col padre, così il figlio dovrebbe compierla con lui. Un pegno di riscatto generazionale che il padre cinquantenne attende, a ricompensa dei suoi sacrifici, dall’erede in crescita:
“Se non vieni con me al Colle della Nasca non fai un di-spetto a me. Lo fai a te stesso.
Dai, vieni con me al Colle della Nasca. Partiamo venerdì mattina e sabato sera sei di nuovo a casa per uscire con i tuoi amici. Te lo chiedo per piacere. Non farlo per me. Fallo per te.”
Nelle circostanze subite, il padre
conciliante, testimone delle generazioni andate, è sollecitato ad aperture inconsuete, dialogare col tatuatore-psicologo del giovane, mantenere i rapporti con coetanei-amici altrettanto dissociati ed incomprensibili, rappresentare degnamente il passato nei rapporti con i docenti del pargolo poco conosciuto, confrontarsi con i rimuginii continui sul possibile agire personale inadeguato.
Per amore del figlio, egli si sottopone anche alle frustrazioni e all’incubo dell’incapacità nel raffrontarsi con l’amica, inopinatamente giunta in anticipo all’appuntamento col transfuga perditore di treno. Giusto per scoprirsi sempre del tutto inesperto di rapporti con l’ultima generazione, causa una diffusa incomunicabilità con la giovane studente del quarto scientifico che, al contatto umano con il maturo “anta”, preferisce guardare nel vuoto o restare incollata alla tv.
La scappatoia immaginata è la stesura di un’opera tolstojana - La Grande Guerra Finale -, combattuta tra i Vecchi e i
Giovani, ambientata verso la metà di questo secolo nella quale le incompatibilità assolute sfoceranno in inevitabili eccidi che riecheggiano la soluzione finale di storica memoria per risolvere una volta per tutte l’intollerabile conflitto generazionale.
Michele Serra, romano, giornalista, scrittore, poeta, storico collaboratore tra gli altri de “La Repubblica” e “L’Espresso”, è un nome ben noto nel panorama culturale italiano, autore di numerose opere in cui sovente si fa strada lo sbalordimento, l’ironia e la critica destrutturante verso il circostante odierno, tanto balzano e stupefacente da lasciare ogni poco sbigottiti.
“Poi un giorno ci sei venuto, al Colle della Nasca. Non ho capito bene per quale congiuntura, se per esasperazione o per pietà o per puro caso. (Perché non avevi nient’altro da fare. Perché ti sei distratto un attimo. Perché avevi perso una scom¬messa con i tuoi amici e la penitenza era "devi fare la cosa che ti fa più schifo al mondo".) Certo non per
corrispondere a una delle mie innumerevoli e fallimentari forme di pressione, minaccia, ricatto.”
Alla prova suprema il giovane, a giudizio dell’esigente genitore, si presenta impreparato, inappropriatamente vestito, ai piedi le scarpe di sempre inadatte all’ascensione montana, con una notte insonne alle spalle, senza essersi predisposto come d’obbligo. Escono quando lui abitualmente rientra a casa per dormire. Eppure la gioventù ha le sue leggi, che si fanno beffe della maturità e delle precauzioni ad essa connesse. Il figlio sopravanzerà di gran lunga il padre, preoccupato da mille ansie per i pericoli in agguato sullo sprovveduto. Questi lo lascerà indietro a rincorrerlo come meglio può, affermando una volta per tutte la vittoria della generazione sopravvenente su quella superata, facendosi gioco di migliaia di parole buttate al vento, di precetti inutili, di pretese superflue, di rimproveri balordi.
È dunque il riscatto, sempre tardivo ma oggi ritardato, il “senno di poi”
che colmerà le fosse della frattura padri-figli? Non percepito, è un senno scontato che giungerà inarrestabile ed inevitabile a saldare il divario sempre ipotizzato incolmabile, e fino ad oggi sempre appianato. È la scuola della vita che demolisce, come un gigantesco rullo compressore, ogni scompenso. Certo, non c’è dubbio che gli adulti di qui a trenta quarant’anni saranno ben diversi da quelli di pari età odierni perché l’immane progresso tecnologico stravolgerà alla base il mondo di domani rispetto l’attuale, ma è pur vero che le leggi fondamentali, biologiche, di convivenza, di progresso sociale collettivo, non potranno essere sovvertite nella sostanza, solo mutate in superficie, se dovrà essere garantito – come tutti immaginiamo e sarà scontato al tempo, a meno di catastrofi apocalittiche – l’ininterrotto processo dello sviluppo umano. Bisognerà pur convivere tra età diverse per continuare ad andare avanti.
“La giovinezza può essere eterna... purché si accetti che non ci
appartiene più.”
Luigi Alviggi

Michele Serra: Gli sdraiati
Feltrinelli, 2013 – pp. 110 - € 12,00



2014-05-22