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Nell’ultima raccolta di poesie di Andrea Manzi prevale un desiderio di assoluto, vale a dire la volontà di conseguire un approdo non effimero ma su cui impostare un progetto esistenziale e farsene una ragione di vita. Ma contemporaneamente a questo anelito imperioso s’insinua la consapevolezza della illusorietà del progetto stesso, o quanto meno l’incertezza continua di doversi districare lungo un percorso che si apre ogni volta a due alternative per cui alla fine c’è sempre il rischio d’imbocccare la via sbagliata. Ma è questo il destino (o il dramma) di ogni esistenza, l’impossibilità di accedere ad un assoluto che certifichi vita e pensiero, aspirazioni e risultati, sogni e realtà. E probabilmente non è un caso se l’epigrafe che Manzi pone in testa al volume è di Antonin Artaud, il teorico per così dire del “doppio”, ma anche in questo caso della inevitabile “schizofrenia” del destino, della vita dentro e fuori le righe. Lungo questo crinale, Manzi allestisce per così dire il suo viaggio poetico, ma il suo è un itinerario che in qualche misura ci coinvolge continuamente e ci appartiene di sicuro. E’ innanzi tutto il desiderio di eternare un’esperienza ricavata sotto lo “scavo” dell’essere o riconosciuta tramite “l’orma” lasciata sul cammino. E in questo “peregrinare” non il gesto o l’azione ma soltanto il “conforto” della poesia può risultare utile allo scopo e alla fine tornarci utile, offrirci cioè una sponda per non cadere: “aiutami a non darla vinta alla vita che fugge”.Nella poesia si riaccende il circolo della vita, ma più ancora si problematizza l’esistenza per cui è possibile accettare la “giostra” occasionale della sorte o del tempo. Manzi costruisce il proprio racconto scandagliando la cifra del suo destino di poeta, senza cedimenti esteriori, fissando l’intera ricerca sul proprio io e sulle condizioni del vivere (o del morire): “la morte è la mia camicia di seta:la indosso stasera/e non vado a feste/morirò ho pensato con la camicia addosso”. Se nelle precedenti raccolte si inverava a tratti una passione e una tensione “sociale”, ora si direbbe che il poeta abbia inteso giocare tutte le carte di cui dispone nel proprio alveo biografico ed esistenziale, affidando alla “voce” della propria anima gli esiti più obbliganti. E lo fa in forza di una disposizione linguistica di indiscussa maturità che fa di lui una presenza sempre più necessaria nel nostro panorama poetico in quanto rappresenta un “alter ego” con cui misurarsi in un confronto fruttuoso e reso quanto mai indispensabile in un contesto come quello in cui siamo immersi nel quale solo il linguaggio della poesia può ancora costituire un “brand” di autenticità. Antonio Filippetti
Andrea Manzi “L’orma che scavo” Postfazione di Elio Pecora Oèdipus Edizioni, pp.64, euro 9,00 |
2014-02-24
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