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Il nuovo romanzo di Delia Morea tra realtà e finzione Una terra imperfetta Per meglio comprendere il senso di questa operazione narrativa compiuta da Delia Morea, conviene probabilmente partire dalla fine o per meglio dire dalla nota che lei stessa redige a conclusione del volume. L’autrice ci tiene a sottolineare che “le vicende narrate in questo romanzo sono opera di fantasia” ma poi aggiunge: “alcuni personaggi realmente esistiti nella Napoli di fine Ottocento e inizi Novecento convivono con quelli inventati nello svilupparsi della storia”.Si tratta di una chiave di lettura non secondaria giacché ci permette di entrare nella fucina creativa della scrittrice per meglio intendere le ragioni per le quali nel corso dell’opera incontriamo tanti personaggi realmente esistiti e che hanno animato la Napoli “fin de siècle” o della “belle époque”, da Salvatore Di Giacomo a Elvira Donnarumma, da Eduardo Scarpetta a Matilde Serao, da Gennaro Pasquariello a Gilda Mignonette. Questo ci fa capire che ci troviamo di fronte ad una operazione complessa che unisce e coinvolge storia e fantasia, verità e immaginazione allo scopo di rendere non solo viva ed accattivante la lettura del libro ma capace anche di fare riflettere il lettore su una realtà precisa e di grande momento: quella che visse la città di Napoli nel lasso di tempo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Si è detto che il periodo è quello “spensierato” della “belle époque”, che fu anche un momento di grande vivacità culturale e che collocò la città di Partenope al centro dell’avventura Intellettuale europea, destinata a lasciare una traccia indelebile anche nei decenni a seguire. Giusto per fare un esempio occorre ricordare che sono questi gli anni che videro la nascita del giornalismo militante in città, il fiorire di una straordinaria attività teatrale e la valorizzazione della canzone e poi soprattutto l’affermazione di quel grande fenomeno artistico-culturale che fu il futurismo e che ebbe proprio a Napoli un centro di eccellenza, circostanziato anche dalle serate futuriste tra cui quella famosissima tenuta al teatro Mercadante il 20 aprile del 1910, voluta dal “vate” Marinetti (ed annunciata con un numero quasi tutto in francese del “Monsignor Perrelli”) e alla quale partecipò quella che potremmo definire “la meglio gioventù” del tempo, da Boccioni a Carrà, da Palazzeschi a Russolo, da Viviani a Scarpetta, oltre naturalmente a Marinetti, e descritta poi minuziosamente da Francesco Cangiullo, il maggior propugnatore del futurismo napoletano. In questo contesto Delia Morea articola la sua storia, ovvero quella della protagonista del suo romanzo che affronta le peripezie della propria esistenza in una “terra Imperfetta” (sono anche gli anni dell’epidemia di colera e dello sventramento della città con l’operazione “Risanamento”) ma dotata sempre di immenso fascino e suggestione. Ed è proprio in questa commistione tra storia e fantasia, che la scrittrice mostra al meglio le sue potenzialità autoriali, vale a dire la capacità di fondere realtà e finzione coinvolgendo il lettore senza sosta ed anzi, a mano a mano che si procede nella lettura, suggestionandolo in questo soprendente gioco del duplice registro narrativo, sospeso sempre tra la vita vissuta e quella “inventata” (o forse sognata). Questo anche in virtù di uno stile maturo, che riesce a padroneggiare il magma passionale della materiale proposta, fino a plasmarlo felicemente in una sorta di inatteso ma riuscito incantesimo. Antonio Filippetti
Delia Morea “Una terra imperfetta”, Avagliano Editore, pp.380, euro 16,00
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2013-07-17
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