articolo 1681

 

 
 
Novelli Montesquieu in giro per il Belpaese
 











Conoscere il mondo è sempre stato il desiderio soprattutto degli occidentali, che hanno spesso tradotto questa voglia legittima in una smania di conquista e di rapina a danno degli altri. Ma non sempre è stato così, soprattutto quando a muoversi sono stati appunto gli "altri", uomini e donne provenienti da paesi extraeuropei, mossi da curiosità intellettuale o, molto più frequentemente, da necessità. Tutto questo ragionamento evoca inevitabilmente Lettere persiane, un romanzo epistolare dello scrittore francese Charles-Louis de Secondat de Montesquieu, uscito nel 1721. Il protagonista è appunto il persiano Usbek, grande signore di Ispahan, che con il suo amico Rica parte alla scoperta del mondo occidentale. I due durante il viaggio scambiano le loro impressioni sulla cultura e sulle abitudini dei popoli che conoscono attraverso delle lettere agli amici. Ne emerge un giudizio amaro e attualissimo sulla civiltà moderna. A quest’opera, la prima di grande importanza scritta dal filosofo francese, si ispira Nuove lettere persiane. Sguardi dall’Italia che cambia (Ediesse, pp. 118, euro 10,00), un libro realizzato con la collaborazione della ong Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti), impegnata in 35 nazioni del Sud del mondo in un dialogo interculturale, e del settimanale Internazionale, curato da Francesca Spinelli, giornalista, copy editor e traduttrice, con la prefazione di Gad Lerner, illustrazioni di Zerocalcare e conclusioni della giornalista romena Viorica Nechifor e della coordinatrice del Cospe Valentina Lombardo. Queste missive immaginarie ma non tanto (una di queste l’abbiamo pubblicata qui sotto) arrivano da quattordici giornalisti di origine straniera, alcuni nati e vissuti qui, altri arrivati già adulti. Tutti hanno immaginato, proprio come Montesquieu, personaggi in giro per il Belpaese, intenti a trarre delle conclusioni, anche in questo caso impietose, da quello che ascoltano e vedono circolando dalle Alpi alla Sicilia. Nelle tre paginette introduttive Lerner ricorda quando da piccolo, a scuola, lui che non aveva il passaporto e che non si faceva il segno della croce, era accolto senza problemi in un’Italia, quella del boom economico, che dava per scontato che qualcuno da fuori dovesse pur venire. Ora le cose sono cambiate. Da un lato «un mondo che nei suoi spazi ravvicinati sta di nuovo assurdamente dividendosi». Dall’altro però questi «novelli Montesquieu», come li definisce il giornalista, hanno, con la loro presenza, rivitalizzato «una lingua italiana destinata senza questo interscambio alla marginalità», sollecitato «un atteggiamento sprovincializzato nei riguardi dei problemi nazionali», e rivelato «i cambiamenti intervenuti nel nostro tessuto sociale». Insomma, dice Lerner, questi "altri", questi stranieri, questi novelli Usbek, «meritano la nostra gratitudine, perché rinnovano il piacere della scoperta culturale».
Francesca Spinelli, dal canto suo, ha voluto ricordare, nel capitolo
che introduce le lettere, "Persiani di ieri e di oggi", le differenze che intercorrono tra questi due soggetti, i primi frutto della fantasia di un intellettuale che utilizza questo escamotage per criticare la propria società; i secondi invece personaggi reali che ne hanno inventati altri autobiografici o quasi. Riporta uno stralcio di una lettera che Usbek aveva inviato all’amico Rustan: «Rica ed io siamo forse i primi tra i persiani che la voglia di sapere abbia spinto a uscire dal proprio paese, e che abbiano rinunciato alle dolcezze di una vita tranquilla per inseguire faticosamente la saggezza». Oggi però le cose sono cambiate, ricorda la giornalista: «Sono pochi i "nuovi persiani" che partono per l’Occidente spinti dalla curiosità intellettuale. Milioni di loro, provenienti dal mondo arabo, percorrono le rotte della migrazione per sfuggire a condizioni di vita difficili o insostenibili». Ma soprattutto, sottolinea la curatrice del libro, questi nuovi persiani esistono. «Non sono - scrive - creature immaginarie, inventate da un autore occidentale per gettare uno sguardo distaccato e fintamente ingenuo sulla società della sua epoca. Esistono e anche loro, come Usbek e Rica, osservano i luoghi in cui arrivano con uno sguardo fresco, cogliendo peculiarità e contraddizioni, bellezze e lati oscuri che passano inosservati ai più». Un modo come un altro per dire che i vari Farid Adly, Ejaz Ahmad, Ismail Ali Farah, Lubna Ammoune, Mayela Barragan, Paula Baudet Vivanco, Domenica Canchano, Alen Custovic, Raymon Dassi, Darien Levani, Gabriela Pentelescu, Edita Pucinskaire, Sun Wen-Long e Akio Takemoto, gli autori del libro insomma, e i loro sempre più numerosi connazionali, possono giocare un ruolo centrale per cambiare in meglio un paese che gli italiani hanno lasciato in mano a governi inefficienti e corrotti, alla criminalità sempre più organizzata e ad un’opposizione timida se non inesistente. Siano dunque i benvenuti questi "nuovi persiani", è giunto il momento di lavorare insieme per un futuro migliore. Per tutti.  Vittorio Bonanni



2012-02-24