articolo 1648

 

 
 
CITTA’ DEL MEDITERRANEO
TRA SOGNO E REALTA’, NEL MARE EGEO.
 







di Emilio B E N V E N U T O




Dovunque il poeta e lo scienziato si confrontano e si studiano, il primo con la fantasia, il secondo con la severa indagine del raziocinio, di penetrare nella vita della nostra terra oltre quei pochi secoli che noi, superbamente, chiamiamo storia, sempre incontrano tracce di un’immane distruzione.
A chi vada navigando su e giù per il Tirreno e ne osservi le isole, cui si collega la catena vulcanica della Maremma col Monte Amiata, il Lazio e la Sardegna, balena alla mente l’esistenza d’una scomparsa T y r r h e n i a. Allo stesso modo, un geologo, girato il Capo Matapan, o Tenario, per cui si scendeva agli Inferi, ed entrato nell’aripelago greco, vede nelle numerose isole i  frammenti di una scomparsa E g e i d e: questa dall’azione di forze immani – non sappiamo se lente o violente – fu sommersa. Forse dalla penisola balcanica arrivava a congiungersi all’Asia Minore, ma senza dubbio  T
h e r a (Santorino) e M i l o sono da considerare quali avanzi di crateri che, tra il 1525 e il 1520 a.C., seppellirono una civiltà, in cui alcuni ravvisano quella di A t l a n t i d e descritta da Platone, sotto le loro ceneri e i blocchi eruttati.
Le C i c l a d i, così dette perché si credevano disposte in circolo attorno alla sacra D e l o, e le S p o r a d i, ossia le “disperse”, furono un ponte naturale tra l’Asia e la Grecia. Di volta in volta vi passarono, trasmigrando dalle loro sedi, le genti che avevano creato le iviltà fluviali dell’Indo e del Gange, del Tigri e dell’Eufrate, del Nilo e vi passarono, venendo dall’Asia, anche ’epica e la lirica. Vi passò poi  il Cristianesimo, quando già era in rovina il mondo pagano.
Dalla  sua   C i t è r a  Venere  Anadiomene  aveva  navigato  alla  volta  di   C i p r o  ed Elena, bella e fatale, da Sparta era
fuggita a I l i o.
Le isole egee sono povere d’acqua e di verde, somo grige, nude, squallide nei promontori, rupestri sulle coste, eppure ci appaiono sull’onde come cigni, come ninfee, come veleggianti navi,. come teorie di  Ninfe danzanti intorno al gran padre Oceano. Così le immaginavano i poeti antichi, che si compiacevano di ritrarre solo l’aspetto bello delle cose. Noi, invece, figli tristi di una storia più tarda e più dolorosa, abbiano saputo concepire il “bello orrido”, incompremsibile dagli Elleni.
Su molte di quelle isole si venerava ieri Apollo, si venera oggi AYIOC  H^IAC.  Sono le figlie dell’acqua e della luce; le brucia il sole, le flagella il mare, ma dall’una e dall’altra si rimandano tuttavia gli echi melodiosi dei canti di Bacchilide e Simonide da Coo, di Alceo, Saffo  e Terpandro  da Lesbo, di Archiloco da Paro, di Anacreonte da Teo. Quegli echi sono immortali, ma da P a t m o s giunge alle nostre orecchie ancor
più la voce orante dello scrittore dell’Apocalissse.
M a r e   E g e o significa “mare dei capretti”, a causa dei suoi flutti biancheggianti di spuma, che Alcmane chiamava  “fiore delle onde”. Consapevole di molti destini, fu  dapprima veicolo di civiltà, poi con Canaris, come già con Temistocle, fu il mare della libertà.
L’ho attraversato più volte e in più sensi e ho passato ore e ore, di giorno e di notte, a guardarlo estatico dinanzi ai vari aspetti, sempre nuovi, che esso presenta. L’ho visto torbido e minaccioso, quando meglio sembrava convenirgli l’epiteto “mare dai molti rumori” datogli da Omero; l’ho visto fulgido e leggermente ondulato palpitare sotto il sole e baciare tutte le rive, quando gli si attagliava bene l’epiteto di “mare dagli innumerevoli sorrisi” datogli da Eschilo; l’ho ammirato nella notte buia come una bellezza velata; l’ho contemplato nella notte chiara di luna splendere “tremulo sub lumine pontus”.
Gli antichi 
ripugnavano, per istinto, dal dipingere l’orrido, il deforme, o tutto ciò che poteva richiamare alle mente immagini penose, tanto che la rappresentazione della morte stessa sulle stele del Ceramico non pare che un mesto distacco dalla dolce vita; per delicato sentimento artistico, neppure tentavano  dipingere i grandi spettacoli della luce che avevano sotto gli occhi. Mossi da un’intima forza sempre contenuta, come  il palpito dell’Egeo, in un epiteto rappresentavano un quadro, in un verso racchiudevano un mondo, eccitando e insieme rasserenando l’immaginazione. Così, più d’un loro frammento pare a noi opera compiuta. Davano nitida e rapida la loro impressione, ma con un sentimento della misura così profondo che nei loro canti poesia e natura si trovavano armonizzate per sempre. Quella luce che sull’arcipelago egeo trasfigura le grige rocce calcaree e i nudi scogli, vestendoli di tinte rosee quando si leva il sole, o di violetto quando tramonta,  è la medesima luce che, trapassata dall’immaginazione nei versi dei poeti, ci fa ancora oggi vedere luoghi e oggetti sotto forma ideale, cioè “sub specie aeternitatis”.
Euripide, parlando delle isole egee, guardate al calar della sera, si accontenta di chiamarle “rupi azzurre” e Dionigi il Periegeta le dice “stelle nell’azzurro del cielo”, poiché le guarda sotto i raggi della luna. Sono impressioni, non descrizioni. Gli antichi sentivano che la parola qui sarebbe stata impotente a descriverle, perché la luce dell’Ellade abbellisce e variamente dipinge i monti, le coste e le acque cogli infiniti suoi colori - con la porpora, con l’oro, con l’argento, coll’ametista, col roseo, coll’azzurro opalino, col viola – e quasi li ricrea in ogni istante con sorprendente varietà di toni, ma senza loro contrasto. Tace ora e per sempre il canto lusinghiero delle Sirene, che un tempo attraeva gli antichi naviganti, ma la nostra stessa anima, su queste acque fascinose, sente dentro di sé sgorgare una vena melodiosa e,
nella fuggevole visione, è come tratta a rivivere e rigodere la propria giovinezza.
Chi  si  diriga  al  P i r e o  passando  per  l’E u r i p o,  tra  la  costa  attica e l’ E u b e a, oppure passando tra questa e A n d r o s, se viene da S m i r n e, deve girare il  S u n i o n, o Capo delle Colonne, all’estremità dell’Attica. Questa penisola si protende in mare con una sequela di collinette rossastre; poi un promontorio dirupato cade a picco sulle acque.
Là, sopra un ripiano, s’alza il tempio dorico di Poseidone, costruito all’epoca di Pericle. Aveva sei colonne sulle facciate e 13 sui lati. Ora, in totale, ne conserva 12 e tutt’attorno allo stilobate, formato da tre gradini, giacciono i rocchi di quelle cadute. E’ dunque in rovina. Eppure, guardandolo dal mare, il tempio riprende vita e s’integra, anzi  sembra che esso debba essere stato sempre così e così debba essere
lasciato.L’azzurro del cielo e del mare, la tinta rossastra del promontorio e le rocce nerastre degli isolotti attorno, non so dir come, s’intonano bellamente col bianco dei marmi e questo panorama incanta e fa rimaner chi è degno del nome d’uomo  qui immoto  coll’anima tutta negli occhi.
L’Egeo è un mare, ma non un mare sconfinato, non un oceano su cui l’anima pensosa  si trovi a un tratto smarrita. Su quel mare di giorno e di notte regna, scherzosa, la luce; su quel mare mai si è colti dallo sgomento della solitudine,  da tutti i punti dell’orizzonte la madre terra  si  accentra  e sorride; in ogni ora, in ogni momento, ci si sente in corrispondenza quasi serena col divino.
Su questo mare, tutto fiorito di isole, data la trasparenza somma dell’aria, i tramonti sono rapidi, ma non tragici come quelli del Tavoliere di Puglia. Una sera, sul ponte della nave vidi tramontare il sole e mi parve di assistere a un sinfonico finale di colori e di luci.
Dal basso orizzonte un vapore tinto di porpora andava man mano impallidendo e svanendo nell’alto.  Il bianco gruppo di case sui declivi, fulminati dagli ultimi raggi del sole, brillavano d’un malinconico fulgore; dalle vette ancora infuocate dei monti, come un tempo i templi di Apollo, tutte le cappelle del Profeta Elia mandavano sprazzi di luce sulle acque biancheggianti. Perfino il fumo eruttato dai camini delle rustiche case, toccato dal sole e mosso dalla brezza vespertina, si trasformava in vaghe nuvolette dorate. Era quell’ora “che volge il disio ai naviganti - e intenerisce il core”, ma io non provavo  alcuna tristezza, alcun languore, alcun rimpianto; la mente più non indagava, il cuore non trepidava,  non ero spinto a interrogare. Tra l’ombre, il silenzio e lo spazio la pace scendeva dal cielo sul mare, che non diventava smorto né inerte e continuava anzi a palpitare nei suoi flutti e a respirare  gli aliti profumati che gli giungevano dalla terra madre: nulla moriva intorno a me e nulla si spegneva: nemmeno la luce, perché l’Egeo respingeva  l’ombra come i pensatori dell’Ellade e della mia Magna Grecia avevano respinto ogni immagine imprecisa. Quella notte era chiara di riflessi, di albori, di fantastiche fosforescenze che sorgevano dal seno dell’Egeo, o nel suo seno scendevano dalle stelle della Via Lattea.
Dicono, in Medio Oriente, che Dio stesso abbia voluto essere “il Poeta del Libano”. Come, quindi, potrei non dire che dell’Egeo abbia voluto essere Egli l’architetto, lo scultore e il pittore? Con quale classica precisione ha tracciato qui le linee delle coste, dei golfi, delle insenature, delle isole, delle rocce! Con quale fresca modellatura, senza alcuna incertezza o confusione, il grandissimo Artista ha qui nettamente disegnato il mare, la montagna e la pianura, che sotto una magica luce si fondono  talmente che mai  si vide paese più vario e bello nella sua unità  fatta d’acqua e di luce. La Sua mano
onnipotente ha disseminato sul mare le Cicladi e le Sporadi e tutt’attorno, quasi frange, frastagli, merletti e pizzi, coste e promontori che si slanciano arditamente fra le onde o s’innalzano nel puro azzurro del cielo. Eppure nulla si avverte di romantico, né di sovrumano: è bellezza composta e serena. Nemmeno Alfonso X il Saggio, che, consultato sull’ordinamento dell’universo, superbamente disse che avrebbe potuto dare qualche buon consiglio al Creatore, avrebbe avuto, innanzi al divino panorama dell’Egeo, qualcosa da ridire.
Quando, attraversato per l’ultima volta l’Egeo, scesi a terra con la fantasia anora tutta accesa  di luminose visioni, subito la tristezza mi prese, perché avevo detto addio a quel mare per far ritorno alle “assidue macchiate rive”.: un bel sogno, lo avvertivo bene, era – per sempre – finito!

 



2012-01-22