articolo 1647

 

 
 
ARCHEONAUTA IN REGIONI E
CITTA’ DEL MEDITERRANEO
SEGRETI DEL PASSATO
TRA TOLSTAVA MOGILA E VELIKAYA BELOZERKA
 







di Emilio B E N V E N U T O




Lasciando il litorale romeno, le regioni costiere del Mar Nero presentano tutto un panorama di scoperte archeologiche che si riferiscono al vastissimo territorio della ex Unione Sovietica e che cronologicamente s’irradiano su un periodo assai ampio, dall’età pregreca fino al pieno Medio Evo.
V’è tra esse un denominatore comune: l’avere, in ogni caso, portato al rinvenimento di oggetti d’argento e, soprattutto, di oro, che confermano la ricchezza in metalli pregiati del paese e lo sviluppo in tutta la sua estensione di fiorenti culture.
Distinguendo i ritrovamenti per aree, cominciamo da quelli avvenuti in Ucraina a T O L S T A J A   M O G I L A, nella regione di Dnjepopetrovsk. Boris Mosolevski ha riportato alla luce, nel 1971, le tombe di un sovrano e d’una regina scita con il figlio, risalenti al sec. IV a.C. Li avevano accompagnati nella sepoltura, evidentemente sacrificati alla
morte dei loro padroni, secondo il rituale degli Sciti, servi e cavalli.
Erano gli S c i t i   un popolo che abitava l’Europa orientale dal Danubio al Mar Nero e che formò un grande Stato fino al sec. II a.C., scomparendo poi davanti agli invasori venuti dall’Asia centrale, specialmente i S a r m a t i, popolo nomade e bellicoso, abitante a nord del Caucaso, tra il Ponto Eusino e il Mar Caspio.
Questi Sarnati, che si erano estesi sempre più verso il nord,  si allearono con gli Sciti contro Dario e più tardi con Mitridate e col sec. I d.C. finirono infatti col sostituirsi agli Sciti nell’Europa orientale e settentrionale, raggiungendo addirittura il Mare Suebicum.
La cultura degli SciTi  si apparentava dunque con quelle degli altri popoli della steppa. Il loro dominio raggiunse la maggiore estensione nel corso del sec. VI a.C., quando, talora a fianco dei C i m m è r i, si spinsero fino alle regioni dell’Assiria e dell’Urartu,
rimanendo poi in condizione di quasi permanente conflitto con l’Impero persiamo.
Di questi Cimmèri, antico popolo nomade proveniente dal Caucaso, non si conosce alcuno stanziamento fisso. Invasero l’Asia Minore verso la fine del sec. VIII a.C., attraversando l’Urartu, saccheggiando l’Anatolia e avanzando verso ovest. Per più di un secolo, guerreggiarono con i Frigi, dei quali distrussero la capitale Gordio, poi contro i Lidi, di cui pure saccheggiarono la capitale Sardi. Si rivolsero quindi contro numerose città greche della costa, saccheggiarono il santuario di Artemide in Efeso, ma non riuscirono a impadronirsi della città. Furono infine sconfitti dai Lidi, condotti dal re Aliatte, all’inizio del sec. VI a.C. In seguito la loro potenza venne esaurendosi.
L’arte degli Sciti s’ispira a influenze esterne, prima a quella di centri asiatici come l’Urartu, quindi a quella delle colonie greche e, più tardi, del mondo romano.
Una serie di splendidi gioielli è stata rinvenuta nelle
tombe di Tolstaja Mogila. Il pettorale d’oro del sovrano, meravigliosamente inciso con scene di lavori campestri e di animali in lotta, pesa oltre un chilo. La regina aveva un diadema pure d’oro, con 29 elementi su 6 file per un’altezza di cm. 18; vi erano fissati due pendenti, rappresentanti dee assise in trono; un velo ricamato, sempre in oro, era congiunto al diadema. Anche la regina, infine, aveva un pettorale, decorato con piccole figure di leoni che assalgono cervi, dal peso di gr. 500. A questi gioielli si aggiungono bracciali, anelli e vasellame d’argento. Si tratta d’una massa di reperti davvero eccezionale.
Una seconda scoperta è avvenuta nel 1976 in Ucraina nei pressi del villaggio di Gjunovko, nella località di Z A P O R OZ H Y E. Un’altra tomba reale, databile tra il IV e il III secolo a.C. ha restituito, tra i molti gioielli, un diadema di rara perfezione, destinato a ornare, come si nota dalla collocazione nella tomba, non la testa di un essere umano, ma di un
cavallo! Con l’impiego di una tecnica capace di ritagliare la lamina d’oro come fosse carta, la superficie a semicerchio del diadema fu delimitata da una cornice vegetale, entro la quale una figura di donna a cavallo appare lanciata a colpire con l’arco un cervo in fuga. I rami e le foglie della cornice debordano all’interno del campo figurativo formando un grande albero, che campeggia nel bel mezzo della scena. Nei punti focali, le briglie del cavallo e i fiori dell’albero,  tocchi smaltati di rosso richiamano con immediatezza la vista. Tutto il diadema, che sembra un vero e proprio merletto in purissimo oro, è fissato su un fondo di cuoio azzurro, da cui balenano riflessi metallici.
Siamo di fronte a un capolavoro dell’arte animalistica, una corrente che supera qualsiasi limitazione territoriale o etnica per rivelarsi, quale è in realtà, una delle maggiori realizzazioni della produzione artistica delle genti eurasiatiche delle steppe. Nulla meglio di questo diadema può
testimoniare che l’arte animalistica fu stimolata dalla vicinanza di alte culture sedentarie, dato che non era certo facile, nelle steppe, trovare oro e impiantare botteghe: ai confini dell’area di colonizzazione greca del Mar Nero (la Graecia Minor), quella sua amazzone rievoca l’Artemide cacciatrice, dalla quale fu trasformato in cervo Atteone, figlio di Aristeo e di Autonoe, celebre eroe e cacciatore troiano, educato da Chitone, per essersi egli imprudentemente soffermato a guardare la pudica dea prendere nuda ascosamente  il bagno. Un’interpretazione dunque, del mito greco, ma con ben diverso impiego da parte di una “magistra barbaritas”: la greca Artemide era una dea  e un greco mai si sarebbe permesso di destinarne l’immagine a ornamento della criniera d’un cavallo.
All’Ucraina si riferisce una terza scoperta, sempre degli anni ’70, relativa a un’altra necropoli scitica rinvenuta presso V E L I K A Y A    B E L O  Z E R K A.
Qui,  fra i tanti ritrovamenti, spicca uno splendido pendente d’oro che raffigura Demetra e che costituiva il pezzo centrale d’una collana.
Demetra, il cui nome, come si sa, significava terra madre, o madre del grano, e che corrispondeva all’italica Cerere (Ceres), personificava la forza generatrice della terra; era la figura più importante del mito e del culto di Gea e di Rea Cibele, con le quali fu poi identificata. Figlia di Crono e Rea ebbe da un mortale Iasione. Pluto, dio della ricchezza, e da Giove Persefone, o Core. Questa fu rapita da Plutone. Demetra, irata, fece sì che la terra più non germogliasse. Giove, per placarne l’ira,  ottenne che Core vivesse quattro mesi (l’nverno) nell’Ade con Plutone e otto sull’Olimpo con la madre. Sede del culto di Demetra era Eleusi dove si celebravano in suo onore le Piccole Eleusinie in primavera e le Grandi Eleusinie in autunno. Il suo mito, in relazione a Persefone, ebbe posto nei Misteri Eleusini:
culto segreto e particolari cerimonie,  cui potevano accedere soltanto gli iniziati. Il suo culto aveva una diffusione vastissima, sicché non stupisce il ritrovarlo tra gli Sciti.
Il pendente di Velikaya Belozerka ha una lavorazione di grande eleganza, che pone in rilievo le forme armoniche del volto della dea, incorniciato da due bande di capelli ondulati e sormontato da un alto diadema con disegni geometrici; al collo la dea porta una collana che ha, al centro, una testa  di toro. Stante l’eccezionale perizia di quest’opera d’arte, si suppone che essa sia dovuta a un’artista di una delle colonie greche del Mar Nero e databile a epoca di poco precedente l’era cristiana, Dovrebbe quindi ritenersi importata nella vicina Scizia da mercanti greci e acquistata da ricca famiglia scita.
Da questi e altri non minori ritrovamenti appare evidente la intensità di traffici tra le regioni litorali del Mar Nero, sulle cui rive fiorivano e si mescolavano culture tanto diverse, 
e  quelle dell’Egeo. Una linea  commerciale molto importante collegava i due mari del Mediterraneo e il traffico dovette essere del più alto livello, stante l’impiego in quantità cospicua di mezzi di scambio di alto pregio. Si può tentare, concludendo, di esprimere um giudizio d’insieme sulle scoperte archeologiche dell’intera area, Come si da, esse sono avvenute in regioni diverse e distanti, a volte, tra loro: malgrado questo fatto, però, e malgrado la varietà delle epoche cui i ritrovamenti risalgono, non v’è dubbio che tutto testimonia i commerci assai intensi che hanno traversato il Ponto Eusino in ogni tempo e la ricchezza prodotta sia dai commerci stessi  che dalle immense risorse naturali di cui quei paesi sono dotati.

 



2012-01-20