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-Compito della letteratura? Disturbare e problematizzare-
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A dispetto dell’evidente appiattimento di molta narrativa contemporanea su uno standard di media gradevolezza - di trama, di linguaggio, di editing - che la rende "piaciona" quanto fasulla (una dose di amore più o meno nevrotico, un tot di smanie adolescenziali che ormai vanno bene a tutte le età, un pizzico di slang e di colore sociale) continuano ad esserci scrittrici/scrittori che conservano un’aria di irriducibilità, capaci di seminare elementi di problematicità e di "disturbo" in ogni nuova storia che raccontano. Capaci di mettersi in gioco e di mettere in gioco i lettori. Sono queste le persone che abbiamo voglia di incontrare, e soprattutto d’estate, quando il caldo mette ulteriormente alla prova un sistema neuronale già piuttosto bollito di suo, le rubriche dei settimanali si affannano a segnalarci i libri da "leggere sotto l’ombrellone" tra oli abbronzanti e vicini sbraitanti e le notizie di cronaca che diventano da un versante sempre più cupe, dall’altro sempre più istericamente fatue. La prima di queste persone è Romana Petri, incontrata in un afoso pomeriggio di luglio mentre nella casa romana gremita di libri si prepara alla partenza per il Portogallo. La caratteristica saliente di questa scrittrice che ha esordito vent’anni fa con i racconti di Il gambero blu consiste nella capacità di esplorare diversi territori, dal surreale al tragico, dal realistico al paradossale, dalla saga familiare all’avventura, mantenendo un suo sguardo obliquo, come leggermente divaricato che, unito ad un linguaggio immaginoso e sempre un po’ spiazzante, le consente la prerogativa ormai rara di sorprendere. Come accade nel suo ultimo romanzo Ti spiego in cui attraverso le lettere che Cristiana scambia con il suo ex-marito da diversi luoghi, da diverse condizioni e prospettive mentali, prendono vita i sogni, gli abbagli e le ferite non solo di due persone che si sono amate, ma anche di un’intera generazione, quella del ’68 , che forse si è amata troppo e male. "Ti spiego" racconta una storia che è insieme privata e generazionale. Ho scelto una generazione precedente alla mia. Mi interessava che queste due persone avessero un’età che apparentemente le qualificasse come persone ben definite. A sessant’anni si vede bene la differenza tra chi è compiuto e chi è rimasto irrisolto, ed è grottesco, anche se piuttosto frequente, vedere sessantenni che non sono ancora definiti. Come Mario, l’ex-marito di Cristiana. Che cosa ha prodotto di veramente irreversibile il ’68? Bene o male che sia, ha reso i figli molto simili ai genitori. Prima c’era un vero e proprio salto generazionale, oggi genitori e figli possono scambiarsi abiti, gusti, preferenze, perfino desideri. Come sono cambiati a partire proprio da quegli anni i rapporti personali? Che ruolo ha avuto, per lei, il femminismo? Il femminismo è una storia a parte, per me, nel senso che non vi ho mai partecipato attivamente anche se ho sentito che stava accadendo qualcosa d’importante e probabilmente di necessario. Ho sempre creduto che l’emancipazione delle donne fosse di tipo intellettuale e l’emancipazione di ogni essere umano l’ho sempre vista come un’affermazione di individualismo. Non mi è mai piaciuta l’ideologia di gruppo e non mi piace la cosìddetta letteratura femminile. Abbiamo finito per rinchiuderci in una botola da cui non usciremo più. Perché se Ugo Riccarelli, autore che peraltro apprezzo moltissimo, scrive Il dolore perfetto dove ci sono tante donne che soffrono si dice che ha scritto un libro sull’Italia, mentre il mio è un romanzo al "femminile"? Mi dà fastidio questa distinzione perché la vivo come un fattore di ghettizzazione: uno scrittore dovrebbe esser valutato solo per quello che scrive e per come lo scrive. Le va di ripercorrere il suo itinerario di lettrice e di scrittrice alla luce della tensione fra reale e fantastico che percorre tutti i suoi libri? Da studentessa universitaria ero molto attirata dalle tesi del gruppo ’63 sulla morte del romanzo e sul metaromanzo. Come scrittrice sono nata dunque con un’idea di metaletteratura: il romanzo doveva avere qualcosa di dissociato, di diverso, che si contrapponesse alla tradizione. Certo, i racconti di Il gambero blu e Il ritratto del disarmo respirano un’atmosfera surreale, eppure in quest’ultimo romanzo c’è una reinterpretazione di un testo importante della tradizione classica qual è la Chanson de Roland. Io penso che sia abbastanza naturale riavvicinarsi alla tradizione, farci i conti prima o poi perchè a un certo punto ti viene il sospetto: ma io un romanzo so scriverlo davvero? E così è nato Il baleniere delle montagne, un romanzo di stampo classico ma con un finale dichiaratamente allucinatorio. E’ vero, sono uno dei pochi scrittori che continuano ad usare il fantastico, il surreale, il leggendario. E però mi stupisco: come è possibile che un italiano che abbia letto la Divina Commedia e l’Orlando Furioso faccia così fatica ad accettare l’elemento fantastico? Anche la letteratura francese è malata di realismo come quella italiana, mentre è la narrativa del nuovo mondo quella che, fra tutte, ha introiettato al suo interno con grande facilità l’elemento fantastico. Uno dei libri più belli che esistano, secondo me, è Pedro Paramo di Juan Rulfo. E qui voglio ricordare che Garcia Marquez ha detto di aver iniziato a scrivere proprio perché aveva letto Pedro Paramo, questo straordinario viaggio in un mondo spettrale. Io continuo a credere che tutto ciò che si ama abbia un effetto illusionistico e che la letteratura sia come attraversare un fiume, andare sull’altra sponda, guardare da un’altra prospettiva e sorprendersi. Si stanno affermando in maniera sempre più decisa diverse modalità di fruizione dei libri come l’ebook. Che cosa ne pensa? Mi fa un po’ impressione, da scrittore ma anche da editore, l’idea di avere uno schermo dentro il quale possano entrare duemila volumi. Mi rendo conto, però, che con tutto quello che all’inizio ci impressiona prima o poi dovremo convivere. Mi ricordo i primi commenti all’uscita di Il nome della rosa: «E’ un romanzo destinato al successo, un romanzo di consumo, pensa che Eco l’ha scritto al computer». Come se fosse stato il computer a scriverlo. Probabilmente, quindi, accetteremo come normale lo schermo che ci permette di leggere tutti i libri che vogliamo. Sta di fatto, però, che se ami i libri, li annusi, li sfogli, li vivi, il computer sarà sempre qualcosa di altro da me, il libro in mano è una cosa mia. Qual è il suo giudizio da scrittrice ma anche da editrice sullo stato della nostra letteratura? Io penso che ci siano validissimi scrittori in Italia. Detto questo, va aggiunto che il pubblico si è atrofizzato e l’editore gli va dietro. In che modo? Affannandosi a trovare autori sempre più giovani, per inseguire lettori baby: pazienza se saranno autori di un solo libro. Oggi nessun editore si spenderebbe per un libro come Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo: pensa quanti tagli farebbero, ora, a un romanzo così ma anche a Moby Dick e a La montagna incantata. Si è perso il gusto della scommessa, il gusto di investire su un autore difficile: chi lo pubblicherebbe oggi un autore come Manganelli? Io che pubblico al massimo venti libri l’anno con la casa editrice che ho fondato insieme a mio marito, sono costretta, per farla sopravvivere, a pubblicare qualche libro di gusto più commerciale, eppure ricerco sempre un livello di dignità. E, soprattutto, continuo ad avvertire la necessità quasi fisiologica di pubblicare libri che amo profondamente. A quasi centocinquant’anni dall’unità che tipo di paese le sembra l’Italia? Disunitissimo. Quando uno straniero mi dice di aver visto Venezia e quindi l’Italia, gli rispondo che ha visto Venezia, non l’Italia. Ma il punto è che l’Italia non può vederla nessuno, nemmeno gli italiani. Sono ventuno paesi assolutamente non rapportabili, forse l’unico dato che ci accomuna è che siamo diventati tutti un po’ più arroganti e prepotenti nei confronti degli altri, schiavi di esigenze ridicole, come il gippone in città. Un modo di vivere che è nato con il Biscione e ha messo radici ovunque. Quanto conta, nella sua esperienza personale e nelle storie che scrive respirare l’atmosfera di un altro paese? Moltissimo, perché il vero grande problema della letteratura italiana è il provincialismo. All’italiano piace leggere quello che succede in casa, e la maggior parte degli scrittori lo accontenta. Pochissimi scrittori parlano di altri paesi: mi vengono in mente Tabucchi e il suo Portogallo, Laura Pariani che racconta l’Argentina. Eppure continuo a pensare che chi viaggia, chi conosce altri paesi, chi li racconta, conosca altri modi per attraversare il fiume. Maria Vittoria Vittori |
2012-01-17
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