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Antonio Lopez Garcia
Realismo di meditazione
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Antonio Lopez Garcia è considerato il principale esponente del cosiddetto "Realismo di meditazione" spagnolo. Le sue umili origini non gli impedirono di studiare alla Scuola di Belle Arti di San Fernando e di imporsi internazionalmente, nel corso degli anni, in ragione di una fantastica abilità tecnica e grazie a una vena poetica percorsa da malinconici umori. La sua notorietà internazionale è grande ma sicuramente non comparabile con la popolarità e il peso politico-economico di personaggi come Damien Hirst e Jeff Koons, veri e propri campioni della business art internazionale, l’unica a contare veramente oggi. Lopez Garcia non è un fenomeno da baraccone mediatico e il suo lavoro non rappresenta solo e unicamente un oggetto di speculazione. Piuttosto, fra gli specialisti, è oggetto di culto perché le sue qualità pittoriche sono quasi inarrivabili. Esse rischiano di offuscare i presunti meriti di tanti artisti costruiti in laboratorio che oggi vanno per la maggiore ed è proprio per questo motivo che il sistema dell’arte internazionale tende a ignorarle. La grande antologica, che si inaugurerà fra due giorni presso il museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, fornirà finalmente l’occasione (fino al 25 settembre 2011) di "attraversare" una selezione preziosissima di sue opere. Saranno esposti oltre 140 dipinti, infatti, dagli anni Cinquanta in poi, provenienti da grandi musei e da collezioni private. Non mancheranno numerose opere inedite, alcune delle quali ancora incompiute. Il corpus complessivo dell’allestimento offrirà una panoramica esaustiva dei temi cari al pittore: i paesaggi urbani, i ritratti, le nature morte, gli interni, gli oggetti più semplici e dimessi, i dettagli di una vita quotidiana spesso faticosa e dolente. La mostra prende avvio con alcune vedute di Tomelloso, la cittadina d’origine di Lopez Garcia, e di Madrid, due punti cardinali nell’orientamento spazio temporale e poetico dell’artista. Insieme ad essi la copia in gesso di una testa greca del V secolo a. c. sta a dimostrare l’importanza da lui annessa alla classicità, alla tradizione e al mestiere. Ecco, se c’è una lezione che questo "moderno pittore all’antica" può dare è che il mestiere del pittore cambia sempre ma non cambia mai. Cambia sempre perché diverse, di caso in caso, sono le angolazioni visuali, i momenti della storia e quelli della psiche e della sensibilità. Ma non cambia mai perché i fondamentali rimangono sempre gli stessi: il rovello della tela intonsa, la linea, il colore e la materia. Dipingere è come scrivere un romanzo o una canzone. Non c’è molto da inventare sulle modalità e il perimetro della creazione pittorica. La pittura è la più grande delle gioie ma è anche una passione che può uccidere chi la pratica. Potrebbe sembrare scontato dire queste cose ma non lo è per niente. Non lo è perché le sirene del contemporaneo politically correct tendono ad imporre l’idea che la pittura è una forma d’arte di retroguardia. Altrimenti per quale motivo, alla Biennale di Venezia in corso, la mostra fondamentale dei Giardini e delle Corderie, a cura di Bice Curiger non mostrerebbe che pochissimi quadri? E non è che nei padiglioni internazionali dei giardini la realtà sia molto diversa. Ecco perché è importante la mostra di cui stiamo parlando, perché dimostra l’enormità di un pittore settantacinquenne più che mai attivo. E soprattutto perché dimostra che ancora oggi può situarsi ad altissimo livello la ricerca di un artista che usa le tecniche della tradizione per proporre una figurazione popolare, universale. I colori tenui e luminosi di Lopez Garzia cercano quella verdad celata dietro il velo del contingente, della luce o dell’ombra, della gioia o della tristezza. Cercano la verità profonda, oltre il momento. Dice Lopez Garcia : «Ho settantacinque anni e ho cominciato a dipingere a tredici, quindi si sono verificati cambiamenti enormi, ma non volontari. E’ il vivere che ti forma, ti arricchisce, ti segna e ti indica la direzione. Ci sono artisti come Picasso che passano da uno spazio di creazione all’altro e altri che restano fedeli tutta la vita a una forma espressiva e a uno stile: nel mio caso la figurazione. Ci sono stati cambi sottili, non evidenti, c’è chi li nota e chi no. Come dice lo scrittore Pio Baroja, che ammiro moltissimo, non si cambia mai e non si smette mai di cambiare, come succede al volto». Nell’intervista rilasciata al Giornale dell’arte, il pittore spagnolo parla del realismo come di una realtà ampia e diffusa nel mondo. Cita Balthus, Morandi e Bacon. A noi pare un po’ troppo ottimista, non a caso non ne può segnalare nemmeno uno di giovane pittore realista universalmente riconosciuto e affermato. E c’è un’altra cosa che non condividiamo. E cioè che in questo momento storico non può essere la scienza - come lui afferma - ad indicare il cammino. La scienza è uno strumento, grandioso strumento. Ma esso è nelle mani dell’uomo. E l’uomo lo può utilizzare nel migliore o nel peggiore dei modi. Dipende da lui, non dalla scienza. Forse solo l’arte è un mezzo e un fine insieme. Ma questo è un altro discorso. Roberto Gramiccia |
2011-12-30
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