articolo 1611

 

 
 
Siamo tutti africani l’Homo sapiens non ha razze
 











Siamo giovani - perlomeno rispetto alla storia del pianeta che abitiamo - così giovani che dalla comparsa della nostra specie non abbiamo avuto neppure il tempo di compiere chissà quale evoluzione genetica. In termini di patrimonio genetico, insomma, non siamo così diversi dai primi esemplari di Homo sapiens comparsi duecentomila anni fa. La chiave della nostra storia non sta nei geni, ma nella nostra capacità di adattamento. In grandissima parte, le differenze tra i gruppi umani come le vediamo oggi sono il frutto di un affinamento culturale. Quello che siamo, lo dobbiamo soprattutto alla nostra capacità di apprendimento. Secondo, siamo tutti africani, perché è proprio dall’Africa che sono partiti i primi gruppi di Homo sapiens - poche migliaia - per disseminarsi in tutto il mondo, fino a formare quell’affascinante complessità di società, di lingue e di culture che abbiamo oggi dinanzi agli occhi. Terzo, non siamo gli unici esseri umani vissuti su questa Terra. Prima, molto prima, che i nostri antenati Sapiens lasciassero l’Africa diretti verso altre regioni del mondo, altri individui di genere umano avevano percorso le stesse rotte migratorie. Le tracce dei primi esemplari del genere Homo risalgono a due milioni di anni fa. E fino a pochi millenni fa noi, homo sapiens, siamo convissuti con altre specie umane. Poi, chissà perché, siamo rimasti da soli.
-Oggi non esiste frammento delle terre emerse di questo pianeta che non abbia visto il passaggio o l’insediamento di esseri umani. Da quegli sparuti pionieri si è generata una popolazione che sfiora i sette miliardi di individui-, spiegano lo scienziato Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani (docente di filosofia della scienza all’Università di Milano-Bicocca), curatori della mostra Homo sapiens. La grande storia della diversità umana, visitabile da oggi al Palazzo delle Esposizioni di Roma (fino al 12 febbraio).
Il percorso si snoda come una sorta di narrazione, articolata per sezioni. Nella
prima sono esposti reperti e fossili che testimoniano dei primi esemplari del genere Homo, poco meno di due milioni di anni fa, «strani primati di grossa taglia che fuoriescono dall’Africa e colonizzano il Vecchio Mondo». La seconda sezione sfata il mito della nostra solitudine. Quando l’Homo sapiens nasce in Africa, probabilmente tra 180mila e 200mila anni fa, e decide di spostarsi, entra in contatto con un mondo affollato da altre specie umane che erano fuoriuscite dall’Africa in precedenza. Come dimostra la convivenza con il cugino Neanderthal, non siamo stati soli su questo pianeta. -Fino a quarantamila anni fa - spiega Telmo Pievani - sulla Terra esistevano contemporaneamente cinque specie umane. E spesso vivevano negli stessi territori. Noi eravamo solo una di queste cinque. La mostra racconta di questa convivenza e delle possibili ibridazioni tra individui appartenenti a specie umane diverse. C’è la ricostruzione di un bambino trovato in Portogallo, forse figlio di un padre neanderthaliano e di una madre Sapiens. Nell’evoluzione non siamo quasi mai stati soli. Perché siamo rimasti solo noi? Questo è il grande interrogativo-.
Nella terza sezione è di scena la rivoluzione paleolitica. Arte, sepolture rituali, tecnologie nuove, la cottura dei cibi: tutti gli indizi documentano una svolta cognitiva nell’Homo sapiens. La colonizzazione del mondo riprende con due grandi epopee, in Australia e in America.
Grazie alle prove fornite da discipline diverse, la genetica e la linguistica per esempio, è possibile ricostruire l’albero genealogico dei popoli, il loro differenziarsi e diffondersi nel mondo. Ma la storia dell’Homo sapiens è anche una storia di mutazione dell’ambiente. La domesticazione degli animali e, soprattutto, l’invenzione dell’agricoltura innescano un nuovo meccanismo, di stanziamento e crescita delle comunità umane dapprima, di nuove migrazioni, ibridazioni e conflitti dopo.
Sorvoliamo sulla quinta sezione, quella dedicata all’Italia, terra
di intrecci tra popoli diversi e di unità linguistico-culturale, perché sembra infilata a forza nel calderone delle iniziative per il centocinquantesimo dell’unificazione nazionale. L’ultima, invece, è quella che entra nel merito dello stereotipo delle razze. L’origine dell’Homo sapiens è così recente e la sua storia così caratterizzata da migrazioni e promiscuità, che -non c’è stato tempo e modo di dividere le popolazioni umane in "razze" geneticamente distinte-. Unità biologica, diversità culturale. -Le razze umane possiamo cercarle nella nostra mente, ma non certo nei geni e nella biologia. La diversità umana non si legge sulla base di presunte essenze senza tempo. Non esistono gruppi umani più intelligenti o più portati in certe cose per via di ipotetiche caratteristiche genetiche o biologiche. La diversità umana, piuttosto, va letta sulla base della storia, delle contingenze, degli spostamenti. Noi euroasiatici - per liquidarla con una battuta - ci siamo sempre trovati al posto giusto nel momento giusto. Ad altri è andata peggio-.
Luca Cavalli Sforza: -Ho una grande simpatia per la parola cultura perché contiene il meglio di quanto noi possiamo sperare di raggiungere. La nostra attitudine migliore è l’apprendimento-. La storia dell’Homo sapiens non è la storia di un’evoluzione genetica, ma di un apprendimento continuo, di una diversificazione culturale senza sosta, di una specializzazione sociale e linguistica che ha generato l’attuale complessità umana. -Le razze esistono o no? Dipende da quel che intendiamo-, spiega Luigi Luca Cavalli Sforza. -Se intendiamo il fatto che ci sono persone con la faccia bianca e persone con la faccia nera, certo che esistono differenze. Ma quando a questi caratteri, per esempio il colore della pelle, si dà enorme importanza allora si dicono sciocchezze. In realtà non hanno nessuna influenza. Il colore della pelle è solo un modo per proteggersi dalle radiazioni solari o dai rigori del freddo. Questione di pigmento, nulla di
più. Dobbiamo abituarci a capire che c’è un vantaggio nell’avere delle differenze tra i gruppi umani. Popoli che hanno attività diverse contribuiscono al benessere perché creano novità e spingono all’apprendimento reciproco-.  Tonino Bucci



2011-11-13