articolo 1609

 

 
 
ARCHEONAUTA IN REGIONI E
CITTA’ DEL MEDITERRANEO
L’ALBANIA: STORIA E ARTE
 







di Emilio B E N V E N U T O




Nella penisola balcanica l’Albania è, dopo la Grecia, il paese più ricco di ricordi, quello di cui maggiormente parlano gli scrittori antichi e nel quale resti ingenti, per mole e per bellezza, rievocano grandi pagine di una lunga storia. I regni dell’Illiria meridionale, dell’Epiro e di Scutari, le città costiere, prima empori commerciali dell’Ellade, poi centri della cultura greco-romana, la secolare organizzazione romana, con le sue città e le sue vie stese lungo il mare o arditamente lanciate a valicare le impervie montagne, la cultura bizantina e, nel primo Medio Evo, il baluardo opposto contro le invasioni slave, che s’arrestarono sulle Alpi Albanesi, sono grandi pagine di storia, commentate ed eloquentemente confermate dai resti monumentali, dalle fastose opere che abbellivano le città lungo la costa, dalle statue che le ornavano, dalle necropoli degli Illiri, da Scutari al Laghi di Ocrida e Prespa, e dalle ampie grotte, dimora di genti ancora più antiche. Questa vasta realtà archeologica era stata conosciuta e decantata fin dal Rinascimento, ma gli studi e le ricerche si erano indirizzati  verso altri obiettivi e altre terre, anche se meno ricche di passato, e avevano trascurato l’Albania, la quale era rimasta,  nel settore archeologico, una pagina  bianca.

Dopo gli appunti e le indicazioni sommarie date da alcuni viaggiatori inglesi nella prima metà dell’Ottocento, solo alla fine del sec. XIX si volse all’Albania l’attenzione degli studiosi. Fu questo merito di archeologi austro-ungarici, anche se il loro lavoro rimase sempre allo stato di indagine frammentaria e particolare, concentrata nella zona settentrionale dell’Albania. Antichità illiriche, greche e romane di quella zona vennero indagate e rese note dall’IPPEN, dal NOPCSA, dal PATACH  e dal TRAEGER. Durante la prima guerra mondiale (1914-18) questa attività di studio si spostò fino all’Albania centrale e fu allora iniziato lo scavo delle rovine di Apollonia.

 

style="BORDER-BOTTOM: medium none; TEXT-ALIGN: justify; BORDER-LEFT: medium none; PADDING-BOTTOM: 0cm; MARGIN: 0cm 0cm 0pt; PADDING-LEFT: 0cm; PADDING-RIGHT: 0cm; BORDER-TOP: medium none; BORDER-RIGHT: medium none; PADDING-TOP: 0cm; mso-border-alt: solid windowtext .5pt; mso-padding-alt: 1.0pt 4.0pt 1.0pt 4.0pt" class=MsoNormal> APOLLONIA DI EPIRO, oggi Pojan, fu fondata nel 538 da Corciresi, im sito dominante una terra fertile bagnata dall’Aous (Voiussa), che sfociava ov’è ora la laguna di Soli e le serviva da porto. Divenne perciò un importante centro commerciale, che esportava i cereali della pianura della Musachia e importava prodotti greci par l’Illiria meridionale. Minacciata dagli Illiri nel 229 a.C., chiese la protezione di Roma e ne divenne alleata. Nel 214 a.C. i Romani sconfissero, in una battaglia navale alla foce dell’Aous. Filippo V di Macedonia, che voleva conquistarla. Fu fedele alleata di Roma contro il Re illirico Genzio (168 a.C.) e nella guerra civile parteggiò  per Giulio Cesare. Era allora un importante centro di cultura del tardo ellenismo e vi accorrevano, per compere la loro istruzione, anche giovani di grandi famiglie romane,  tra cui fu Ottaviano augusto, che qui ricevette la notizia dell’uccisione di Cesare.

style="BORDER-BOTTOM: medium none; TEXT-ALIGN: justify; BORDER-LEFT: medium none; PADDING-BOTTOM: 0cm; MARGIN: 0cm 0cm 0pt; PADDING-LEFT: 0cm; PADDING-RIGHT: 0cm; BORDER-TOP: medium none; BORDER-RIGHT: medium none; PADDING-TOP: 0cm; mso-border-alt: solid windowtext .5pt; mso-padding-alt: 1.0pt 4.0pt 1.0pt 4.0pt" class=MsoNormal>Il suo commercio si esercitava allora non soltanto per via marittima.ma anche mediante una strada che, diretta a nord-est. Si congiungeva alla Via Egnatia.

Ancora per altri due secoli conobbe prosperità e fama, poi cominciò la decadenza, causata da terremoti, dall’avere la Voiussa  cambiato letto e dal disordine idrico che favorì l’insorgere della malaria. La distruzione fu dovuta alle invasioni barbariche e alla spoliazione continua di materiali.  

Ne sono stati individuati la cinta delle mura, lunga km. 4, il teatro, l’odeon, un tempio con un portico, le terme, il ginnasio e il cosiddetto Monumento degli Agonoteti, simile a un buleuterion con gradinata a cavea (m. 19 x 15). Le necropoli di Apollonia, che risalgono fino al sec. VI a.C., hanno restituito una serie di caratteristiche stele.

 

style="FONT-FAMILY: ’Arial’,’sans-serif’; FONT-SIZE: 16pt">Lo scavo fu proseguito dalla MISSIONE ARCHEOLOGICA FRANCESE. Allora ebbero pure inizio ricerche italiane, specie a opera di BIAGIO PACE (1899-1955) e ROBERTO PARIBENI (1876-1956). Ma  anche  in quel l dopoguerra rimanevano  vaste lacune:  interi  periodi di storia ignoti; soprattutto faceva difetto la ricerca sul terreno, l’indagine archeologica, quando l’UGOLINI, nel 1924, nel breve giro di sole 48 ore, poteva annunciare la scoperta di ben tre centri di vita antica, tre città fortificate dell’antico Epiro: Calivò.    Monte Aetos e Butrinto.

 

L’estrema punta, quasi isolata, della penisola d’Esamili, fu sede dell’antica città di BUTHROTUM  Butrinto). Secondo la leggenda riportata da VIRGILIO  (Aen.  III, vv. 292 ss.), sul colle di

Buthrotum style="mso-bidi-font-style: normal"> , sede di vita umana sin dall’età preistorica (negli scavi vennero rinvenuti oggetti di ossidiana e asce di pietra del Neolitico),era stata fondata una città da profughi troiani: Eleno, figlio di Priamo e marito di Andronaca, vedova del  di lui fratello Ettore, condotto qui prigioniero da Pirro Neottolemo, era divenuto Re della Caonia, la regione circostante, ,e aveva qui ricostruito una rocca, che riproduceva in piccolo Troia, la patria perduta, anche nei nomi. Qui giunse Enea (. . . portuque subimus Chaonio et celsam Buthroti  ascendimus urbem . . .) e sostò prima di partire verso l’Italia. Altre leggende antiche sono localizzate in questa regione: la più poetica quella relativa alla morte di Pan. Secondo PLUTARCO, mentre Thamos, pilota egiziano, navigava verso una delle isole a mezzogiorno di Corfù,  una voce soprannaturale gli disse: “Quando sarai giunto presso il lago di Pelode (lago di Butrinto) annuncia che il gran Pan è morto”. La nave procedette e verso il lago di Pelode il vento e il mare tacquero: Thamos diede l’annuncio e si udì intorno un gran lamento.

Storicamente è molto probabile che Buthrotum sia sorto verso il VI secolo a.C. come posto di approdo e fortezza di Corcira (Corfù) per la sua posiziione dominante sul canale di Corfù e sull’interno. Venne in seguito inglobato nel Regno dell’Epiro e ingrandito con una possente cinta di mura. oltre la quale, sulla piana intorno al colle, sede dell’acropoli, sorsero grandi edifici, come il teatro. Certamente beneficiò dell’espansione della cultura ellenistica; infatti all’arte ellenistica, anche se nella sua fase più tarda, si riportano varie sculture trovate negli scavi. In questo periodo  forse già entrava nell’orbita romana, anche se una vera e propria colonia vi fu introdotta solo nell’anno 44 a.C. a opera di Cesare. Allora la città si estese su tutta la pianura tra l’Acropoli e la Fiumara, nella quale si stabilì probabilmente un porto-canale. Al periodo augusteo si debbono riferire i più grandi edifici romani, quali i bagni, le terme, ricche case. La fertile campagna intorno era ricca di fattorie e ville; vi ebbe una sua suntuosa dimora (l’Amaltheion) T. Pomponio Attico, amico di Cicerone. La attraversava una delle vie più importanti della penisola balcanica, che da  Dyrrachium  (Durazzo) e Apollonia scendeva lungo la costa per Aulon (Valona) e la Chimaera (Chimara) fino a Nicopoli con un percorso di 89 miglia romane.

Alla divisione dell’Impero passò sotto Bisanzio, fu conquistata dal Cristianesimo e fu teatro di scene di martìri, come quello, miracolosamente non consumato, di S. Terino, sotto l’Imperatore Decio. Dal sec.IV la città fu  sede vescovile  e cominciarono a sorgervi Chiese e Battisteri. Soffrì poi le incursioni dei Goti e l’invasione dei Bulgari.

Già esplorata da CIRIACO D’ANCONA (1391-1452), gli .scavi italiani (1927-40) hanno riportato alla luce l’ampia cinta di mura con ben sette porte, tra cui una definita Scea dagli scavatori, e, fra gli altri edifici, un teatro, con cavea alla greca e scena di tipo romano, un sacello di Esculapio, ninfei, terme e un battistero del sec. V d.C. Il suolo di Butrinto ha restituito molte sculture, sia statue che rilievi.  

 

 Gli scavi che condussero alla resurrezione  di Butrinto sono dovuti alla MISSIONE ARCHEOLOGICA ITALIANA, che vi operò per oltre 10 anni sotto la direzione di  L. M. UGOLINI (monumento commemorativo all’ingresso della zona archeologica), di P. MARCONI e infine di D. MUSTILLI.

In un campo così nuovo, ma così ricco di possibilità, e in terreno, specie in alcune zone, ancora inesplorato, la Missione svolse la sua attività partendo dalle regioni meridionali dell’Albania, con un vasto programma che non si limitava a un’egoistica ricerca scientifica, ma voleva del frutto del suo lavoro rendere partecipi tutti e. primi, quegli Albanesi che erano consci dei motivi  e dei temi della vita della loro Nazione. Il lavoro italiano fu svolto in diverse e ben distinte fasi,  contenute nei limiti  di un ben preciso programma, attuato progressivamente e metodicamente.

Si iniziò con la esplorazione sul terreno, con la ricerca topografica intenta a riconoscere, da quanto ne rimaneva di apparente, l’organizzazione antica, a scoprirne i centri di vita, città, borghi o fortezze, e le vie di comunicazione, a farsi un concetto del modo col quale la natura era stata domata e sistemata dalla volontà e dall’opera umana. Questa prima parte del suo lavoro, la Missione l’aveva ormai compiuta per la zona meridionale dell’Albania e si preparava ad assumerla per altre zone, specie la settentrionale, che offriva tante possibilità di indagine per la risoluzione del problema illirico.

Da questa indagine di superficie, si era passati allo scavo archeologico nei maggiori centri riconosciuti seguendo dli indizi offerti dai resti e  dalla tradizione letteraria, esplorandoli integralmente, ricercandone i monumenti, studiando come si era espressa l’organizzazione della vita sociale, sia nel sistema urbano, sia in quello della difesa delle opere della cultura.

style="FONT-FAMILY: ’Arial’,’sans-serif’; FONT-SIZE: 16pt">A testimoniare di tanto e tale operare, riferirne ed elogiarlo fu ERNEST KOLIQI, Ministro albanese dell’Istruzione, nel 1940.

Gli scavi più importanti  della MISSIONE ARCHEOLOGICA ITALIANA in AlBania furono quelli delle città di Butrinto e di Feniki, dei borghi di  Ciuka, Dema e  Karali Bej, delle acropoli e dei castelli di Malahuni,  Monte Aetos e Vagaliati, dei gruppi di resti nei pressi di Argirocastro, nella Chimara, a Pashà Liman,  delle grotte di Camernizza, Spila e Velcia: preistorici questi ultimi, greci e romani gli altri. I risultati degli scavi e delle esplorazioni furono messi a disposizione degli studiosi  e di chiunque si interessasse di tali problemi, in due modi:

·       con tre volumi dell’UGOLINi sull’Albania antica, Fenice e Butrinto, altri due volumi dell’UGOLINI sull’acopoli e sul teatro di Butrinto e inoltre resoconti annui della Missione, nel primo volume dei quali furono illustrate le ultime scoperte e Butrinto e gli scavi nelle grotte preistoriche di Velcia (I lavori di quella Missione e quindi la pubblicazione dei suoi resoconti furono interrotti per la guerra di Grecia e non più ripresi a causa dei noti eventi successivi);

·       con l’erezione di un Museo sull’acropoli di Butrinto, destinato a raccogliere i reperti delle ricerche operatevi.

          Non si deve però dimenticare che una notevole quantità di opere e di oggetti provenienti dagli scavi della Missione, sono nel Museo di Tirana, cioè un gruppo importantissimo di sculture scoperte a Butrinto e tutto il materiale di Feniki.

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 FENIKI  è, dopo Butrinto, il centro archeologico più importante dell’Albania. Il suo colle, a forma di carena di nave rovesciata, sorge isolata dalla pianura della Bistrtza, in posizione dominante. E’ circondato in basso da quattro corsi di acqua ed è inciso nei fianchi da grandi costoloni; presenta a mezza altezza un potente affioramento roccioso e ha la sommità abbastanza pianeggiante, che forma una delle più vaste e formidabili acropoli del mondo classico, essendo lunga almeno km. 1,5, quindi tre volte quella di Atene, mentre la base della collina  è lunga circa tre chilometri. L’asse del colle è diretto da nord-ovest a sud-est ed è alto m. 275, mentre la pianura  circostante  è  poco  sopra  il  livello del mare. Il fianco

verso nord-est è scosceso; quello che guarda a sud-ovest ha un più dolce pendio.

Alcuni ritrovamenti in sito provano che la località fu abitata  almeno fin dall’Eneolitico. La FENICE greca fu fondata probabilmente dai Corciresi e prese nome non dai Fenici, ma dalla palma, detta phoìnix in greco. POLIBIO la disse la città meglio fortificata dell’Epiro. Ebbe un periodo fiorente nei ss. IV-III  a.C. e allora batteva moneta propria. Nel 230 a.C. venne presa dagli Illiri, poi, dopo varie vicende, tornò agli Epiroti. Nella guerra tra Roma e Perseo fu alleata della prima e divenne poi capitale della Lega Epirotica e in essa fu firmata, nel 205 a.C. la pace tra Roma e Filippo.

L’opera della style="FONT-FAMILY: ’Arial’,’sans-serif’">MISSIONE ARCHEOLOGICA ITALIANA  ha permesso di tracciare dell’antica Albania un quadro storico ben più nutrito e concreto dei precedenti e soprattutto di allacciare maggiormente la vita di questa Nazione alle grandi correnti di civiltà che hanno successivamente grandeggiato nel continente europeo e nel bacino mediterraneo. Il secondoc onflitto mondiale (1939-45)  e il successivo quarantennale isolamento del Paese impedirono che il quadro fosse completato e molte lacune restarono. Gli scavi da essa operati e i relativi ritrovamenti già ci dissero, comunque, che da un punto di vista etnografico e di organizzazione sociale e politica, oltre che culturale, si potevano riconoscere, in più di 3.ooo anni di storia dell’Albania antica tre grandi periodi e fasi:

1)  preistoria;

2)  style="FONT-FAMILY: ’Arial’,’sans-serif’; FONT-SIZE: 16pt">protostoria illirica;

3)   storia  greco-romana.

          La preistoria, di cui non si aveva alcun sentore, fu rivelata dalla scoperta della CULTURA DI VELCIA, della quale si raccolsero oggetti e resti rinvenuti anche casualmente nelle più varie contrade dell’Albania, dalla regione di Scutari fino a Butrinto. Già dal III millennio a.C. l’Albania era abitata, pur se  con scarsa densità,  da un popolo di cultura neolitica,  dalle caratteristiche forme ed espressioni. Servivano da dimora caverne e villaggi sulle vette di colli e di monti, perché le valli e le pianure non ofrivano sicuro asilo a causa delle copiose acque non contenute, e le sedi erano lontane dal mare. Gli strumenti erano di selce o pietra e un barlume di volontà d’espressione artistica  si esprimeva nella decorazione dei vasi con incisioni e dipinture geometriche.Culture a questa  somiglianti erano, in quei tempi,  diffuse  nella media valle del Danubio e anche in regioni dell’Europa centrale, della penisola balcanica e dell’Italia meridionale, specie nelle Puglie. Il tratto d’unione, dunque, tra regioni tanto distanziate furono certamente l’Albania e la regione pugliese, le quali, già in questa remotissima epoca, avevano assunto uno dei loro compiti fatali: quello di legare le due penisole italica e balcanica.

Il periodo illirico dell’Albania costituiva un problema che offriva ancora lati inafferrabili per la scarsità di mezzi di interpretazione  che si avevano e si riteneva che solo le ricerche nell’Albania settentrionale avrebbero potevano far luce su esso. Era un periodo di alta importanza perché, come si era accertato,  alla stirpe illirica risaliva il popolo albanese, conservatosi quasi puro nelle zone montuose interne, malgrado le infiltrazioni di Celti e Greci, Bulgari e Slavi. La llirica, o  al parere di non pochi studiosi traco- illirica, era una grande popolazione, estesa nell’Europa centrale e orientale e l’Albania ne costituiva una delle propaggini meridionali, che continuava nel’lattuale Grecia fino al golfo di Corinto; essa discendeva dal ceppo indo-germanico ed era più affine agli Italici e ai Greci che ai Celti ai Germani. Così la descriveva style="FONT-FAMILY: ’Arial’,’sans-serif’">TACITO: razza di uomini vigorosi, di tipo meridionale, capelli neri e occhi scuri,  molto diversi dai Celti e ancor più dai Germani; gente sobria, temperata, impavida, altera, ottimi soldati, poco inclini alla vita cittadina, più pastori che agricoltori. Dopo tanti secoli questi caratteri permanevano ancora. L’organizzazione sociale era a principati indipendenti: tribù o grandi famiglie, raccolte nelle zone interne, sovente in lotta tra loro. Questa popolazione cominciò ad avere potenza e a organizzarsi in Stati nel sec. IV a.C.: importanti furono quello di Scutari, nel nord dell’Albania e quello dell’Epiro, che incluse varie tribù, quali quelle dei Caoni e dei Molossi. Gli Stati assunsero poi una forma definitiva, acquistarono una coscienza politica  e la loro azione fu rivolta soprattutto contro lla Grecia, già indedolita, e contro le sue colonie. Una organizzazione più stanile ebbe soprattutto l’Epiro, guidato da principi intelligenti e facilitato dall’imfluenza culturale greca.  Organizzato su basi strettamente militari, ebbe città importanti e ricche, come Butrinto e Fenice, e  fortezze e castelli diseminati su tutto il territorio; stabilì  rapporti commerciali e culturali specialmente con gli Stati della Magna Grecia, del che son prova le ritrovate monete di Metaponto, Taranto, Terina e Velia; per qualche tempo batté moneta propria ed ebbe proprie espressioni artistiche. La conferma storica di questa  preponderanza di interessi e relazioni con l’Italia meridionale è data dalla parte di primo ordine che ebbero i suoi Re Alessandro il Molosso e Pirro in Apulia, Calabria e Lucania e  in Sicilia.

La Grecia ha avuto importanza considerevole nella storia dell’antica Albania soltanto nel settore culturale; scarsa invece fu la sua influenza nella vita sociale e nell’organizzazione politica. Come un’influenza e un’autorità solo militare e politica sono insufficienti a un fermo dominio, così è insufficiente e  rimane superficiale una influenza esclusivamente culturale. Perciò la Grecia rimase in fondo estranea a questo Paese, cui pure portò il beneficio della sua altissima civiltà e in cui pose certe sue basi con l’unico scopo dello scambio commerciale e di avervi scalo quando procedette verso l’Adriatico.  Sulla costa albanese, dal sec. VI a.C., crebbero, più che città, che non avevano motivo di sussistere, empori commerciali e fortezze greche: i primi per lo scambio tra  derrate e oggetti artistici con gli Illiri, le seconde per proteggere le vie del mare. Gli Illiri comprarono quegli eleganti oggetti e  ne adornarono le tombe  (le necropoli di Ocrida  sono piene di bei bronzi di Corinto), ma nessun altro profitto ne trassero. Via via sorseto, da sud a nord, la fortezza  di BUTHROTUM, gli scali di ONESIMO e di PANORMO, i centri di scambio di ORICO, AULON, APOLLONIA ed EPIDAMNOS (Durazzo). Solo più tardi, con l’apporto degli Illiri italici e poi di Roma, questi centri divennero, in gran parte, città organizzate e qualcuna assunse anche il ruolo di centro di cultura ellenistica o greco-romana; ad APOLLONIA venivano a studiare, nell’ultimo secolo della Repubblica, i giovani d’alto lignaggio. Anche quanto vi è di espressione artistica conferma questa astrattezza e la mancanza di basi di una cultura non autoctona e trapiantatavi: le statue riportano schemi greci e i monumenti sono stanchi echi  di modelli della loro patria. E’ una vita spirituale ridotta, mera cultura che non fa presa sugli Illiri. Questi continuano con le  forme ed espressioni d’un tempo. Occorrerà l’avvento di Roma per portare un’atmosfera di sana novità in questa cultura che già inclinava all’erudizione e all’accademia, per portare le rudi e fresche voci d’una spiritualità nuova, di un’energica e ardente visione del mondo, in cui gli Illiri ritrovarono se stessi, a tal punto da farsene padroni.

In questa fase l’Illiria meridionale e l’Albania entrano nell’interesse e nell’azione di Roma e da questo momento ha inizio la terza fase, la romana. Motivi contingenti avevano già portato a contatti antecedenti, a rapporti economici e di scambio con Roma; mercanti  illiro-italici,   italioti e sicilioti, cui avevano presto fatto seguito romani e aliri italici, frequentavano da  tempo le città degli Stati illirici, vi si soffermavano e vi ebbero a volte  ospitale acoglienza, a volte style="mso-spacerun: yes">  anche contrasti, specie nel Regno di Scutari.  Alle relazioni economiche seguì una  progressiva fraternizzazione, avvenuta senza più contrasti, in un clima di serena concordia. Roma non rappresentava quindi una straniera oppressione, perché, pur tutelati i motivi  che l’avevano condotta nella penisola balcanica, lasciava agli Illiri una vasta autonomia, che era in realtà, nell’interno e in certe regioni, una vera e propria indipendenza; Roma d’altronde portava agli Illiri, spesso tra loro discordi e in lotta, una organizzazione e una unificazione e dava loro quel senso di Nazione, che essi ancora non avevano. Nella logica dell’Impero Romano, l’Albania significava il centro di comunicazioni con l’intera penisola balcanica, con la Macedonia, la Mesia e le altre regioni danubiane e orientali, insomma la via più breve, commerciale e militare, verso il Danubio e il Bosforo. In un certo senso, l’Albania era  necessaria a Roma solo per una strada: la VIA EGNATIA, che da Durazzo, valicando le montagne albanesi, passava nella valle della Morava e per Serdica giungeva a Bisanzio; ma Roma portò la sua organizzazione sociale stabile, basata sulla rete delle strade e sulla catena di città e castelli schierata lungo le linee di comunicazione. Le città restarono quelle illiriche, epirote e greche: ingrandite, abbellite ed estese, com’era costume romano, anche fuor della cinta delle mura. Aumentarono la prosperità economica, il commercio e l’agricoltura; ricchi  Romani possedevano fattorie e terreni nello zone più amene: tra essi Attico, l’amico di Cicerone, presso Butrinto. Regnarono l’ordine e la pace e Roma non ebbe bisogno di dedurre grossii nuclei di coloni, di istituirvi grandi presìdi. La città più romanizzata fu DYRRACHIUM (Durazzo), ove Augusto dedusse – in via eccezionale – una clolonia italica e divenne municipium.

 

I Corciresi avevano fondato qui, secondo TUCIDITE, la colonia di EPIDAMNOS nel 627 a.C. Essa prosperò per essere l’unico vero  porto in un lungo tratto di costa  a nord di Valona, bene riparato dai venti dal Mali Durrsit e facilmente difendibile, poiché allors soltanto una sottile lingua sabbiosa lo univa alla terraferma. E’probabile che le opere greche trovate nelle necropoli illiriche dell’interno siano giunte attraverso Epidamnos. Nel 425 essa fu assediata invano dai Corinzi e questa fu una delle cause che condussero alla guerra del Peloponneso. Nel  229 a.C. la città, per sottrarsi agli assalti dei pirati illirici, si alleò con Roma, che se ne impadronì definitivamente dopo l’ultima guerra macedone. Prese allora il nome di style="mso-spacerun: yes">  DYRRACHIUM e divenne lo scalo più importante di fronte a Brindisi e il punto di partenza della VIA EGNATIA, che, quasi continuazione della VIA APPIA da Roma a Brindisi, la univa  a  Thessalonica (Salonicco) e a Bysantium (Istanbul). Da Dyrrachium partiva anche un’altra via, diretta verso sud, che per Apollonia, Aulona (Valona), Oricum e la regione della Chimaera (Chimara) raggiungeva  Buthrotum (Butrinto). La città fu soggiorno di Cicerone, che la disse admirabilis urbs,ma la lasciò, disturbato dal suo  grande traffico. Nel 48 a.C. fu teatro della lotta fra Giulio Cesare e Pompeo. Il primo, dopo l’audace sbarco degli Acrocerauni e le difficoltà dei rifornimenti attraverso l’Adriatico, ove Pompeo dominava con la flotta, si volse contro Durazzo, grande arsenale di armi e di vettovaglie del nemico, che chiuse con una trincea di 16miglia, poi, essendo il suo esercito ridotto a cibarsi di radici e di erbe, tentò un assalto, ma fu respinto con gravi perdite e corse il pericolo d’essere ucciso. Pompeo, invece di temporeggiare, come consigliava Catone, si diede, spinto dagli amici, a inseguire Cesare, che s’era ritirato in Tessaglia e nei piani di Farsalo, nonostante la superiorità numerica del suo esercito, fu battuto. Si dice che a Dyrrachium avesse predicato S. Paolo; certo è che nel 58 d.C. già vi erano 70 famiglie cristiane e che nel 449 divenne sede vescovile.  Con la divisione dell’Impero Durazzo passò a Bisanzio e nel 481 fu occupata dai Goti.

 

In Albania l’illirismo si mantenne più che nelle altre regioni illiriche, certamente più che in Dalmazia che era quasi del tutto romanizzata. Restarono i costumi illirici, come dimostrano le statue di Butrinto e Valona e mancarono le coltivazioni tipicamente italiche, della vite e dell’ulivo. I rapporti con Roma furono di serena e non gravosa sudditanza e così  trascorsero per l’Albania i secoli di vita romana, libera e indipendente. A chi voglia trovare il movente di questa spontanea pacificazione, rimane solo il conoscere il segreto dei Romani in questa come nelle altre terre dell’Impero: quale ne sia stata ln tanti secoli saggia l’amministrazione. Certamente, in essa aveva una parte notevole una larga autonomia, che rendeva i sudditi fieri di poter fare  parte di un grande Impero che gradualmente li avviava a potersi dire tutti non più sudditii, ma c i v e s ., onde tutti si sentissero partecipi della soluzione delle questioni di vitale importanza per un’unica patria,  Roma, Un Ebreo di Tarso, l’Apostolo Paolo, per rivendicare il dovuto rispetto da parte dell’autorità della sua  dignità di uomo, non ebbe che a dichiarare con orgoglio e ad ammutolirne l’arbitrio: “Civis Romanus sum!”

. . . E sempre maggiori rivelazioni ci giungono oggi  dall’Albania, orgogliosa della sua civiltà illirica. Già con un’illustrazione  dei suoi tesori archeologici e artistici, curata dal Prof. MUZAFER  KORKUTI  style="FONT-FAMILY: ’Arial’,’sans-serif’; FONT-SIZE: 16pt">ed edita nel 1971 dallo INSTITUTI I  ISTORISE DHE I GJUHESISE (SEKTORI I ARKEOLOGJISE)  della UNIVERSITETI SHTETEROR I TIRANES l’Albaniia si è collocata in primo piano nel a rivelazione di una civiltà che le circostanze avevano tenuto a lungo in  isolamento.

Va detta la verità: l’Albania è un caso tipico dell’atteggiamento “coloniale” di una certa archeologia  del passato, In quel Paese s’erano andate a cercare – e s’erano trovate in abbondanza -  le testimonianze della civiltà greco-romana.

Lo  Stato albanese post-bellico ha invece avviato una diversa politica di ricerche.  Senza rinnegare l’interesse per il mondo classico, l’attenzione è stata rivolta anche – e soprattutto – alle origini della civiltà locale e alla sua continuità attraverso il tempo. Sono venuti, in aiuto involontario, come sempre, i lavori pubblici: prosciugamento di paludi, costruzione di dighe, apertura di strade, etc. S’è incontrato un terreno generoso nel rivelare i suoi segreti.

Il maggior frutto delle ricerche è stato un balzp indietro nel tempo: quell’Albania che sembrava affacciarsi alla storia i con le colonie greche dei ss. vii-vi a.C., si paledava  invee già viva e vitale culturalmemte non dal periodo illirico, ma  da almeno  due millenni prima. La testimonianza viene da varie località poste nell’interno del Paese e proprio tale collocazione, costante e dunque non casuale, fornisce un’ulteriore rivelazione, quella d’una civiltà continentale e montana che si affianca alla civiltà marittima, prima dominante nell’attenzione e nelle conoscenze.

Per migliaia di anni, dunque, genti albanesi ci mostrano una civiltà che, ben prima dell’avvento di Greci, s’arrocca sui monti, crea fortificazioni poderose, si foggia armi di pietra e poi di bronzo che gli scavi riportano  alla luce in notevole quantità. Accanto alle armi, gli ornamenti femminili documentano un artigianato locale di alta qualità, tutt’altro che barbaro, come s’era superficialmente creduto. Inoltre le figurine di terracotta, dai lineamenti ridotti all’essenziale,  e  il vasellame a disegni geometrici, di forte utilizzazione, inquadrano l’arte albanese in un panorama ben diverso da quello che si pensava fino agli anni ’40: non una civiltà importata dall’Europa centrale, bensì mediterranea, di una comunità balcanica fortemente legata tanto  all’Anatolia quanto alle  Puglie e tuttavia fondamentalmente indigena. Tale si manifestò  il nuovo e vero  volto dell’Albania antica: un volto autonomo, di lunga e costante tradizione, sul quale si innestò la civiltà grecp-romana, destinata a venir rimossa dai tristi eventi del Medio Evo.

Ma vediamo singolarmente le maggiori scoperte.

 

La più antica cultura albanese, risalente al III millennio a.C., è stata posta in luce nella località lacustre di MALIQ.             L’età neolitica vi è rappresentata dai resti di capanne rettangolari, fatte di canne coperte di fango su pavimenti di terra battuta. A fianco delle capanne erano  i focolai, nsieme ai quali sono stati trovati recipienti di varia forma, spesso accuratamente decorati. Agli inizi del II millennio, la  popolazione si spostò su palafitte e produsse una ceramica a disegni geometrici su smalto nero e grigio, insiene ad  asce  bronzee, caratteristiche del’uso ormai invalso dei metalli.

         

Presso Elbasan, l’antica SCUMBA, citata anche dal geografo Tolomeo, sede vescovile dal sec. V, distrutta dai Bulgari nel X,  gli svavi nella piana di Pazhoh hano rivelato grandi tombe a tumulo, dell’età del bronzo, con ricchi corredi di armi e ornamenti.

Ill territorio sud-orientale dell’Albania, particolarmente la region di Kolonje-Korça, fatta oggetto di indagini e successivi scavi dal 1997 al 2002, si è rivelato il più ricco  di resti del periodo protostorico, pur conservando tracce molto più antiche della presenza dell’uomo in questa zona. VI sono stati trovati un numero considerevole di tumuli (tra i quali quello di KAMENICA, ricco di 395 tombe, in cui erano deposti  ben 420 scheletri), datati dall’Età del Bronzo  all’inizio dell’età del ferro, dal 1500 al 1025 a.C. Altri siti archeologici e altre necropili sono stati trovati a Barc style="mso-bidi-font-style: normal">, Boboshtica, Kukès, Permeti,  Sovjan e Vlorè.

Fu l’Età del Ferro, nel I millennio a.C. a segnare uno sviluppo della cultura locale, alla quale diede il proprio nome il popolo, a lungo famoso, degli Illiri. Le grandi tombe tumulari, scoperte nella valle del fiume Mati durante i lavori per una centrale idroelettrica, hanno offerto altre testimonianze di una civiltà guerriera. Allo stesso tempo risalgono le imponenti fortificazioni erette nei punti strategici del Paese. Sulle alture che dominavano le valli coltivate a grano o adibite a pascolo. Mentre le mura avevano un aspetto ciclopico, come da noi in Messapia,  le abitazioni erano ridotte al minimo, mediante l’utlizzazione, come sul Gargano, dei ripari naturali nelle pareti di roccia. A Gajtan, Rosuja e Tren sono riapparse queste fortezze e sembra, tutto sommato, che esse fossero intese non come sedi di abituali dimora, ma come luoghi di rifugio n caso di necessità.

Fu nel sec. IV a.C.  che fiorirono vere e proprie città.

 

Una di esse è ANTIGONEA, presso Argirocastro, che presenta una massiccia cinta muraria lunga km. 4, nella quale si apre una sola porta. Le abitazioni presentano spesso in portico e un peristilio, oltre a varie  stanze e annesse botteghe artigianali.

 

Un’altra città posta in luce recentemente è SELENICA, notevole specialmente per alcune tombe monumentali scavate nella roccia, dalle quali sono state estratte armi ed ormamentidi gran pregio. Uno scheletro conservava ancora, al momento della scoperta, dei ceppi serranti le gambe: doveva, quindi, trattarsi di uno schiavo, sacrificato (come in molti altri casi) per accompagnare il suo padrone nell’aldiilà. Alcune giare per vino portavano ancora i sigilli dei fabbricanti: Bato, Pito, Trito, etc. Nei pressi, sulla sinistra della Voiussa, affiorano i ruderi delle terme che i Romani costruirono per utilizzare terapeuticamente delle sorgenti calde che vi si scorgono e alle quali ancora oggi gli Albanesi, che le chiamano papas, ricorrono per cura.i

 

Alcune scoperte dell’archeologia medioevale, anch’essa prima noncurata, completano questo quadro nuovissimo, mostrando la profonda omogeneità culturale del Paese e il lungo permanere delle sue tradizioni, percepibili in specie nei lavori metallici. Se dunque c’è indubbiamente una dimensione mediterranea, legata all’unità imposta prima dalla Grecia e poi da Roma, c’è anche, sulla costa albanese, non meno che su quella italiana (si pensi alle continue scoperte nel Veneto, nel Piceno e nelle Puglie), una diversificazione in autonomia di genti che per millenni crearono e difesero la loro indipendenza e ci narrano ancora la loro forza con il linguaggio delle armi e la loro raffinatezza con quello dei gioielli.

Ben a ragione – scriveva Sabatino Moscati nel 1978 -  le testimonianze storiche, archeologiche, monumentali e artistiche dell’Albania antica appartengoo al patrimonio della cultura internazionale.

 

 

 



2011-11-09