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“Italieni: il Paese delle mezze calzette”
di Antonio Filippetti
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Le “mezze calzette” sono il meritato appellativo per i tanti, troppi, faccendieri che affollano senza discontinuità di sorta aule ed atri di istituzioni pubbliche e private, forzando il nostro popolo, aduso a fregiarsi di ben altri titoli, ad un ridimensionamento terrificante, specie nei tempi in corso: dovunque il guardo si volge, vede ben poca cosa, levature microscopiche di uomini dalle altisonanti cariche, prebende eccelse per operatori che dovrebbero rimborsare di tasca propria i danni fatti nelle società che malauguratamente un giorno li presero in carico al vertice o giù di lì. L’Autore definisce la “calzetta”: “persona di scarse capacità e risorse ma di molte pretese”. Ciò, infatti, di cui costoro abbondano è solo una congenita prosopopea, che oggi non possiamo nemmeno più dire principesca, giacché i principi – consci di quanto li circonda – hanno scelto un tono molto dimesso. È d’uopo osservare che la “modestia”, di qualsivoglia tipo, oltre a non essere più nel novero delle virtù correnti, è anche un vocabolo caduto in assoluto disuso. E rimane peculiarità di codesti figuri lo scarso pudore morale, pronti a vendersi al primo offerente per un pugno di lenticchie. VIVA L’ITALIA!, ci vien da dire con gli occhi lucidi. Il partenopeo Antonio Filippetti - scrittore e giornalista di vaglia e dai grandi meriti, tra l’altro Direttore di questo giornale, Presidente dell’Istituto Culturale del Mezzogiorno, e fondatore dell’ultraventennale rivista “Arte e Carte” -, non le manda certo a dire ma le canta, che in maniera più chiara non si può, sugli innumerevoli difetti delle terre della singolarissima Italia, e tutto si rischiara alla luce di un faro che dissolve la nebbia voluta che alberga a confondere faccende confuse già in origine. Da anni egli leva la sua salda voce, che purtroppo troppo spesso svanisce nel vento delle burrasche nostrane: “Potremmo affermare che ci troviamo oggi preda di una specie di deriva biogenetica, nel senso che sarebbe verosimile parlare di italieni: non si tratta di una storpiatura dialettale del termine ma di una vera e propria trasformazione strutturale tenuto conto che stiamo diventando sempre più estranei a noi stessi, alle nostre prerogative storiche, ideali, persino antropologiche; una inesorabile mutazione in qualcos’altro, una specie cioè di extraterrestri.” Questo pamphlet organizza l’ampia materia trattata in ben undici territori d’indagine, che l’Autore chiama scenari: politica o dell’autoreferenzialità, cultura o del come se fosse, arte o della vanità, spettacolo o della spazzatura, comunicazione o del traasformismo, ricerca e istruzione o dell’analfabetismo, industria o del rampantismo, moda e tempo libero o del sensazionalismo, sport o dell’intrallazzo, economia o dell’eclettismo, pensiero filosofico o del conformismo. Undici valli di lacrime che attanagliano il Bel Paese sotto mille aspetti. È estremamente gradevole meditare su queste vere e proprie filippiche quanto mai gustose, brevi ma graffianti nel profondo, che riportano alla memoria aspetti che pur conosciamo, se appena minimamente attenti al fluire delle vicende nostrane, ma che sono affievoliti per la gran mole di cose che ogni giorno inquinano la nostra capacità di giudizio. L’incoerenza, il dire oggi una cosa per puntualmente smentirla domani; il trasformismo spinto odierno, dinanzi al quale impallidisce il marchese di Talleyrand che rimase al vertice in tutti i regimi da Luigi XVI a Luigi XVIII, celebre anche per la satira del Giusti (Il brindisi di Girella): “Viva Arlecchini e burattini grossi e piccini: viva le maschere d’ogni paese”; l’irrefrenabile passione per la poltrona, governatore Fazio docet, renitente ad ogni accadimento circostante, con la cronica e diffusa avversione italica per l’istituto delle dimissioni: è “ormai endemica inconsistenza programmatica e strutturale” da un lato e dall’altro della barricata (leggi destra e sinistra). Ecco solo alcune delle brillanti note toccate dall’excursus filippettiano in politica. Sulla cultura, cui va lo zero virgola qualcosa del bilancio attuale dello Stato, è bene stendere un velo pietoso dopo la piratesca affermazione del ministro Tremonti sull’incommestibilità dei beni culturali! Il binomio arte e vanità è un magistrale accostamento dell’Autore. L’Italia – che ha i più illustri precedenti mondiali nel campo artistico – continua a perdere posti nella graduatoria del turismo internazionale, per eccessivi interessi privati – è di poche settimane fa la notizia televisiva dei 27 “euri” pagati a Lucca da una coppia di stranieri per due normali coppe di gelato -, e per trascuratezza nel settore che non sa mettere nella giusta luce le migliaia di attrattive che quasi tutte le località nazionali custodiscono. E anche il binomio spettacolo e spazzatura non è da meno. Festival e kermesse nostrani si succedono senza tregua, ma la loro qualità è quanto mai opinabile. Le maggiori reti tv hanno bandito teatro, lirica, balletto, in balia di perenni fiction e reality, insulsi ed artefatti. Sui vari canali si vedono sempre le stesse facce, entrate chi sa come nel giro e destinate a rimanerci per sempre, o quasi. Non parliamo poi degli spot pubblicitari. Quelli telefonici, in particolare, ci bombardano da tutte le reti con migliaia di passaggi – e milioni di euri gettati al vento – mentre il Bel Paese, che ha l’indice di diffusione di cellulari tra i più elevati al mondo, è costretto a pagare le tariffe forse più alte in assoluto rispetto agli altri paesi. E qui il discorso torna sulla mancanza di concorrenza e sul cartello sommerso, che più o meno affligge tutti i comparti, a scapito del povero utente. È fin troppo facile seguire l’esperto Autore nelle sue innumerevoli invettive e condividerne, con profonda partecipazione, le giustissime critiche. Sulla comunicazione, la servilità di tanti giornali e programmi radio-tv è sotto gli occhi di tutti, per non parlare del gioco dei quattro cantoni, propriamente richiamato sull’argomento. Altro nota dolente è la ricerca, con la palla al piede dell’istruzione. Questa soffre per i troppi tagli, i tanti rimescolamenti che richiamano il “tutto cambia perché nulla cambi” del Principe di Salina tomasiano, ed ogni nuovo ministro tenta la sua personale via verso un progressivo disfacimento. In questo campo - vera catastrofe - è la cosiddetta “fuga dei cervelli” che, dopo essersi laureati comunque a carico della collettività, portano il loro prezioso carico di idee e di inventiva su orizzonti stranieri, depauperando doppiamente il nostro paese. Siamo scesi ad essere l’ottava potenza industriale del mondo, dinanzi la spinta dello sviluppo di paesi emergenti, enormi per risorse naturali ed umane. Da noi, tra furbetti vari, il balbettio della Confindustria ed il rampantismo del pulloverista Marchionne, sembrano davvero iscriversi nei cieli italici oscuri presagi per il futuro. La letale stoccata del Filippetti alla Fiat appare pienamente motivata dalla storia recente e non. Nel campo della moda, sostanziosa voce dell’export italiano nel mondo, l’occhio dell’Autore si appunta sul rispetto del lavoro di base nel settore, troppo spesso molto modestamente retribuito, e su una specie di amoralità indotta in base alla quale, per assicurarsi i prodotti dei propri sogni, non si esita a macchiarsi di reati piccoli e grandi. Sullo sport basta ascoltare i notiziari di oggi che sollevano il velo sull’ennesimo scandalo delle partite truccate per concordare pienamente con tutto quanto scritto. “Lo sport in qualche modo è una specie di anestetico, vale a dire che per poche ore fa dimenticare tutto il resto ed accende una passione nella quale si sfoga per così dire il senso di appartenenza o soltanto una voglia incontrollata e ingiustificata di rivincita sociale o morale. Insomma è una bella panacea per lenire diverse ferite. Gli italiani da sempre vivono con passione tutte le forme proposte dalle diverse discipline.” Il maggior sport nazionale, il “pallone”, dove pure gli ingaggi sono milionari e i costi dei “migliori” sul campo a volte pazzeschi, sembra avere abdicato ad ogni autocontrollo e voler gestire appetiti insaziabili in cui il malaffare sguazza al meglio. Non è bastato il proliferare delle partite, quasi a tutte le ore e in tutti i giorni, per aumentare i profitti. Nossignore. “Ma in verità non è solo il mondo del calcio a patire, è semmai l’universo di questo comparto pur così importante della vita civile rappresentato dallo sport a soffrire per la sfrontatezza e 1’immoralità di molti che forse nemmeno si rendono conto, proprio perché "mezze calzette", di quale danno arrechino alla società ed in particolare al mondo dei piú giovani che è poi il serbatoio cui attíngere linfa in tutti i sensi in futuro.” Nell’austero campo della filosofia il pensiero langue sulla diffusa “crisi del reale”. La pressione verso il conformismo sosspinge le masse in tutte le loro manifestazioni, e forse un futuro in cui non si sapranno più porre domande ma soltanto passivamente subire risposte non è più uno scenario frutto di fantasia. Nel guazzabuglio dell’economia forse nemmeno gli esperti riescono più ad orientarsi. La precarizzazione del lavoro e la scarsa crescita sono le punte messe in evidenza del gigantesco iceberg sommerso. Quello che è certo è che c’è bisogno di una manovra di risanamento della finanza pubblica di quaranta miliardi di euri entro il 2014, e che lo Stato continua a spendere e spandere in tutti i campi. Abbiamo un deficit pubblico pari al 120% del PIL - uno dei più alti al mondo - e la bazzecola del suo importo che veleggia verso i 1.900 miliardi di euri, che dovrebbero ossessionare qualsiasi politico degno di questo nome. Poichè la popolazione italiana è di poco superiore ai 60 milioni, compresi i quasi 5 milioni di immigrati, ciò significa che ciascuno di noi – neonato o centenario - è indebitato per circa 31.500 euro... e scusate se sono pochi. Sulle grandi riforme, tipo l’abolizione delle province, la razionalizzazione della spesa, la riduzione dei consiglieri nei tantissimi Consigli (che poco o nulla consigliano), dei gettoni di presenza nelle innumerevoli Commissioni, del numero dei parlamentari – circa 950 nelle sole Camera e Senato – tutto tace. CHI E QUANDO COLMERÀ QUESTA IMMANE VORAGINE? È grazie a scrittori come Filippetti che, di tanto in tanto, la rassegna di tante vergogne nazionali serve a richiamare l’attenzione su quanto carenti siano valide, solide e affidabili risorse umane in tutti i campi della cosiddetta società post-industriale, e la sua dedica “a quella parte di umanità che malgrado tutto non intende rassegnarsi” suona come la riscossa di una imperitura speranza verso un mondo migliore che, prima o poi, sarà forzato dagli eventi ad affacciarsi alla ribalta. Luigi ALVIGGI
“Italieni: il Paese delle mezze calzette” di Antonio Filippetti Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2010 – pp. 64 - € 10,00
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2011-06-14
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