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INTERN0 12
di Paola Santucci |
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Può sembrare un paradosso eppure risponde a verità: nel contesto di una evoluzione sociale che privilegia una dimensione per così dire sempre più prosaica dell’esistenza, la passione per la poesia rimane una fiamma ardente nello spirito umano come dimostrano le “stime” sulla quantità di poeti (od aspiranti tali) che prosperano sul territorio e che si danno da fare a vario titolo per far sentire se non altro la propria voce. Ma pur nell’ambito di un “mercato” vasto per numero ma inconsistente per incidenza culturale (e spesso qualità) alcune presenze appaiono anche storicamente indispensabili per chi voglia seriamente decifrare lo spirito del tempo ed il senso dell’umana avventura. Non a caso proprio Giacomo Leopardi aveva asserito che quello della poesia è la sommità del linguaggio umano, a conferma che per intendere e capire chi siamo e dove andiamo la poesia è un viatico obbligato e indispensabile. In questo contesto di decifrazione dell’”avventura”appunto, si colloca a ragione il volume di Paola Santucci “Interno 12”, che rappresenta anzi non soltanto una piacevole ed inattesa sorpresa (l’autrice infatti vanta una lunga milizia scientifico-didattica, essendo stata per un lungo periodo ordinaria di storia dell’arte alla Federico II) ma, cosa ben più importante in questo contesto, un approdo di straordinaria suggestione e di grande impatto critico e riflessivo. Quello della Santucci, come tutti i libri di poesia che si rispettano e destinati a restare, ci racconta una storia individuale, soggettiva, per molti aspetti personale ma – ed è questo il traguardo della poesia vera – ci suggerisce contestualmente una puntuale ed a tratti inquietante riflessione esistenziale che ci coinvolge tutti e soprattutto chiama il lettore ad una verifica di sé e della propria condizione. Nella prima sezione, quella più corposa e che dà anche il titolo al volume, con una serie di stringati ma essenziali motivi – testi brevi e asciutti ma sapientemente strutturati in termini linguistici - Santucci delimita per così dire il proprio territorio d’azione ma anche, si direbbe, delinea il suo destino, specifica la propria condizione esistenziale, le ragioni della sua scelta, di voler essere poeta. Ed è qui anche che affiora e via via s’impone la consapevolezza dello spreco, o meglio dell’impossibilità di incidere consapevolmente visto che “il tempo è un’ora tra due estremi”. E non è presumibilmente nemmeno semplice stare dalla parte giusta giacché come ci dirà nel testo che chiude la seconda sezione e dedicato al mai dimenticato Giancarlo Mazzacurati, ci tocca vivere non nel “tempo delle fughe” ma in “questo lento presente/dove s’incrociano destini/e solitarie esistenze”.E allora l’ostacolo insormontabile non è tanto ( o non solo) la ricerca di sé e delle proprie radici quanto la difficoltà a reperire e far germogliare il terreno su cui quelle stesse radici sono appunto radicate per trovare il senso autentico del proprio esistere. Antonio Filippetti |
2010-11-02
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