articolo 1327

 

 
 
Salone Internazionale del Libro
MONDO INDIA
 






Torino, Lingotto Fiere
dal 13 al 17 Maggio 2010




I legami fra Torino e l’India sono storicamente molto saldi: il Cesmeo, Centro Studi sul Medio ed Estremo Oriente, è uno fra i più prestigiosi istituti a livello nazionale a promuovere ricerche, traduzioni, scambi culturali con l’India.
L’India è il  Paese ospite d’onore al Salone Internazionale del libro 2010, a Torino dal 13 al 17 maggio. Un viaggio nella nuova potenza mondiale, forte di più di un miliardo di abitanti, moderna e legata alle tradizioni, disperatamente povera e in grande espansione economica.
India nell’età della globalizzazione
Com’è la nuova India? Come sono veramente gli indiani? Cosa vuole dire essere cittadini della più grande democrazia del mondo (e spettatori della più grande industria cinematografica del mondo)? Cos’è rimasto dell’India di cinquemila anni fa? Cosa si sta preparando in India per il futuro del pianeta? Domande che Shobbaa Dé, una sorta di icona culturale dell’India contemporanea, passata dal mondo dello spettacolo alla letteratura, pone a introduzione del suo ultimo libro India Superstar pubblicato da Tea (pp. 352, euro 12,00) in occasione del Salone di Torino a cui parteciperà la stessa scrittrice. «Il cambiamento - il cambiamento improvviso e radicale - può essere visto come un cataclisma, una catastrofe o una sfida in senso positivo. Oggi l’India è a un crocevia importantissimo. Non può guardare indietro... sta andando così veloce. Sì, l’India è innarrestabile. Ed è entrata in un futuro seducente e stuzzicante», scrive Dé sintetizzando l’entusiasmo che sembra caratterizzare l’avvento di una sorta di "modernità indiana".
Ospite d’onore della ventiduesima edizione del Salone del LIbro - con una ventina di protagonisti della sua cultura - , l’India è da tempo al centro dell’attenzione dell’industria culturale internazionale, proponendo un gran numero di scrittrici e scrittori pubblicati in tutto il mondo: una pacifica invasione che ha accompagnato nel corso degli ultimi vent’anni il rapido processo di modernizzazione di un paese divenuto, insieme alla Cina, tra i protagonisti dell’età della globalizzazione.
Sudhir Kakar - anch’egli ospite del Salone -, uno dei più noti scrittori e psicanalisti indiani, docente anche presso università europee e statunitensi, ha cercato di rintracciare l’origine di questo successo raccontando ne Gli indiani. Ritratto di un popolo , scritto insieme a Katharina Poggendorf Kakar, (Neri Pozza, 2007), "l’identità" del grande paese asiatico, apparentemente diviso in modo radicale al proprio interno: «Un paese in cui vivono un miliardo di persone, tar indù, musulmani, sikh, cristiani, giainisti, che parlano quattordici idiomi principali e sono contraddistinte da precise identità regionali e linguistiche». «Eppure - ha spiegato l’intellettuale indiano - sin dall’antichità viaggiatori europei, cinesi e arabi hanno individuato tratti
comuni tra i popoli dell’India, provando così l’esistenza di un’identità sotto l’apparente diversità, un’identità spesso ignorata o invisibile allo sguardo degli uomini d’oggi, sempre più portati a notare i contrasti e le differenze piuttosto che le somiglianze».
Ma l’India di oggi è anche alla base di un fenomeno globale, quello sorto in seguito alle grandi migrazioni dal sud al nord del pianeta e caratterizzato dallo sviluppo di identità meticce che mettono insieme echi della cultura tradizionale, contaminazioni dell’immaginario pop internazionale e rileborazioni frutto della nascita di ampie diaspore comunitarie molto lontane dal paese d’origine. Un elemento che alimenta una parte consistente della nuova letteratura indiana e che troverà spazio anche nella proposta del Salone. Come nel caso di Samina Ali, cresciuta tra l’India e gli Stati Uniti che a Torino propone Giorno di pioggia a Madras , pubblicato nella collana Dal Mondo delle Edizioni E/O (pp. 384, euro 18,00). Il romanzo mette in scena il conflitto tra la dimensione della diaspora e quella dell’osservanza di regole e costrizioni frutto della "cultura tradizionale", o di ciò che viene presentato come tale. Layla, una ragazza musulmana abituata fin da bambina a vivere sei mesi a Minneapolis e sei mesi a Hyderabad, in India, è costretta suo malgrado ad accettare il fidanzamento e il successivo matrimonio con un giovane indiano scelto per lei dalla madre. Sembra impossibile sottrarsi alle pressioni dell’ambiente familiare, ai voleri di un padre autoritario e violento, ai desideri di una madre che, ripudiata dal marito e distrutta nell’animo, ha costruito la poca felicità che le è rimasta sul futuro della figlia. Ma Layla non smetterà di inseguire, malgrado tutto, la sua libertà...
Anche Anita Nair, una delle più note e prestigiose scrittrici del paese, autrice nel 2002 di Cuccette per signora (Neri Pozza), considerato un classico della letteratura indiana contemporanea, presenterà al Salone L’arte di dimenticare , appena pubblicato da Guanda (pp. 384, euro 18.00), un romanzo che descrive le esistenze sospese tra il subcontinente indiano e l’Occidente, anche in questo caso gli Stati Uniti, di una famiglia indiana. Sullo sfondo di «un paese in cui convivono con qualche stridore il peso delle tradizioni e la complessità del presente», Anita Nair racconta però un tema universale quale è quello della memoria - a cui è dedicata l’edizione di quest’anno del Salone di Torino - e della perdita.Guido Caldiron
Mahatma Bollywood e il masala movie
Per chi fosse rimasto leggermente scosso dalla visione tumultuosa di The millionaire (2008), ricordiamogli pure, che il film diretto da Danny Boyle è stato una sorta di presuntuoso scippo di scenari e tradizione del cinema indiano, da parte di un paio di major hollywoodiane (Fox e Warner) smaniose di esotismo
accelerato e bignamizzato. Hollywood che imita Bollywood. Ovvero Bombay più Hollywood, crasi oramai diffusa anche in Europa per indicare l’industria nazionalpopolare in lingua hindi del cinema indiano.
Vincitore di ben otto Oscar nel 2009, The millionaire ha ripetuto la funzione di finta tutela e di chiara sopraffazione coloniale inglese (Boyle è baronetto di Manchester) in terra indiana. Tanto che quel codino di danza/musical sul rullo dei credits di chiusura (che orrore quella macchina da presa marmorizzata piazzata frontalmente) grida vendetta per un cinema nazionale indiano che in oltre cento anni di storia ha saputo radicarsi omogeneo nella cultura popolare di un paese storicamente eterogeneo. A niente vale, a nostro avviso, la coregia dell’indiana Loveleen Tandan (pura e semplice manovalanza) o la fonte letteraria indigena, Le dodici domande di Vikas Swarup: The millionaire è un compendio tanto ossequioso, quanto fasullo nell’urgente terzomondismo che ha spinto Boyle a raccontare, Fox e Warner a produrre, Academy a premiare, l’India contemporanea degli slums e dell’arricchimento fatuo dalla tv.
Certo noi italiani, relegati ai margini dell’industria cinematografica mondiale e censurata pregiudizialmente la presenza in sala di film indiani, non possiamo che tacere. Non fosse stato per Nanni Moretti presidente di giuria a Venezia 2001, il conseguente leone d’oro per Monsoon Wedding diretto da Mira Nair non avrebbe avuto distribuzione in sala. Identico motivo per la trilogia sulla condizione della donna in India per la regia di Deepha Metha di cui in Italia si sono visti solo il primo, Fire (1996), e il terzo, Water (2005). Ma se prendessimo come esempio la poetica e l’estetica di Nair e Metha per sintetizzare l’evoluzione e la situazione del cinema indiano degli anni duemila prenderemmo una grossa cantonata. Meglio sviare da tutte quelle signore dagli ottimi studi universitari, amanti del buon cinema europeo d’essai, finite poi per lavorare con George Lucas (la Metha) o a girare, come Nair, Amelia (2009) sull’omonima aviatrice statunitense. Nel 2002, grazie al talentuoso Kermit Smith di Keyfilms, esce nelle sale italiane, in pochissime copie, Lagaan : il kolossal storico di due ore e mezza per la regia di Ashutosh Gowariker. Saranno poco più di quindicimila gli euro incassati in Italia, all’incirca la copertura spese per una copia in pellicola da tenere in archivio, giusto in tempo per mostrare agli italiani uno spicchio di quel tanto celebrato ricettone commerciale, il masala movie, che ha reso l’India e in questo caso Bollywood, la più importante industria cinematografica al mondo ancor più di Hollywood.
Per farsi capire, allora, è meglio dare i numeri. In India si strappano tredici milioni di biglietti al giorno, sei milioni sono gli addetti ai lavori nel settore e circa un migliaio i titoli prodotti in un anno, per una escalation che dagli anni ’30 in poi non ha mai avuto bruschi rallentamenti. Il tutto installato sulla robusta
e storica tradizione del masala movie, sorta di formula poetica mescolata freneticamente tra elementi tradizionali dei singoli stati indiani, modernizzazione sociale faticosa e dispari, ipersaturazione cromatica e soprattutto campionario coreografico/musicale invasivo e tramortente.
Curioso, quindi, che negli anni ‘40 in quello che tutti gli storici del cinema indiano intendono come il periodo della grande rivoluzione industriale cinematografica (quella d’essai avverrà poco più avanti), si affermi una sorta di cultura di massa pan-indiana, tenuta saldamente insieme dallo svilupparsi della filmi music, ovvero una musica popolare che si ascolta in ogni angolo di strada indiana, da Nord a Sud, in lingua hindu, piuttosto che telugu o bengalese, nei negozi, alle feste, ai matrimoni. La musica come elemento primario e significante del linguaggio cinematografico, oggi contaminata da influenze hip-hop, reggae, rock, ma sempre fedele alle antiche strutture musicali del raga (saggiatene la miscela sui titoli di coda di Inside man di Spike Lee, nel magnifico brano "Chaiyya Chaiyya - Bollywood Joint" di A.R. Rahman). Grazie a ciò la tradizione indiana ha reso il messaggio socio-culturale di Bollywood più popolare, apprezzato e seguito perfino della televisione, legando simbolicamente tra loro titoli importanti come: Mother India (1957) di Mehboob Khan (il Cecil B. De Mille indiano); il disagio sociale e la criminalità di strada mostrati in Awaara o Shree 420 (con il vagabondo chapliniano interpretato dal celebre attore Raj Kapoor negli anni ’50); fino all’infinito ripetersi del remake del fondativo Devdas (dopo la matrice del ’28, s’impone la versione del ’55 di Bimal Roy e quella stratosferica nei guadagni al botteghino del 2002 per la regia di Ashim Samanta). Senza dimenticare che parallelamente all’evoluzione politica nazionale dell’India finalmente indipendente e socialista, cominciano ad affermarsi cinematografie d’autore, più vicine al neorealismo e alle nouvelle vague europee. Su tutti i film di Satyajit Ray che assieme ai melodrammi di Guru Dutt ( Sete eterna - Pyaasa , 1957) e al cinema impegnato di Mrinal Sen ( Calcutta ’71 , 1972), innovano linguaggi e contenuti di un cinema indiano nazionalpopolare fin troppo autocelebrativo.
Un boom che di riflesso abbiamo inglobato ben più noi occidentali che gli indiani stessi, donando a Ray la posizione meritatissima di star d’essai tra gli anni ’50 e ‘70. Con La sala della musica (1958), Charulata (1964) e la personalissima trilogia di Apu ( Il lamento sul sentiero - ‘55, L’invitto - ’56, Il mondo di Apu ’59), Ray fa conoscere il suo cinema intimo e vibrante, scarsamente esibizionista, legato alla psicologia dell’individuo che fatica a trovare spazio nel contesto sociale in cui vive, perfino nei campus universitari statunitensi. Tanto che ancora oggi in serie tv come i Simpon’s si omaggia Ray, grazie al personaggio di Apu gestore del Jet Market, e un genietto come Wes Anderson dedica direttamente al
regista indiano, scomparso nel ’92, il suo Il treno per Darjeeling .Davide Turrini
I Sikh, dall’India al mondo
-Se vuoi un lavoro ben fatto chiedilo ad un Sikh, se vuoi un lavoro perfetto chiedilo ad un khalsa, se vuoi un lavoro impossibile chiedilo ad un gatker».
Se si pensa all’India e alla sua storia, in Occidente si guarda subito alle sue divisioni in caste e alla formidabile ribellione di Gandhi. A tutt’oggi il grande paese asiatico ci appare come un continente stretto tra l’esplosione dei film Bollywoodiani, i call center per gli anglofoni e il respiro dello yoga. Contrasti che rendono questa terra affascinante e da sempre meta di tantissimi occidentali. Una popolazione che ha saputo sconfiggere gli inglesi con la non violenza ma che ha nel passato resistito all’invasione dei discendenti di Genghis Skan con i guerrieri Sikh. Ma chi sono questi uomini e donne con il turbante e il coltello sempre nella cintura che potrebbero ricordare un po’ Sandokhan, famosi per aver ucciso Indira Gandhi, ma di cui anche l’attuale Capo di Governo Manmohan Singh fa parte?
I Sikh devono tutto a Guru Nanak Dev Ji, un semplice contabile che nel 1498, mentre fa il bagno in un fiume, ha un’esperienza mistica. Gli amici lo pensano annegato, ma il quarto giorno riappare affermando che Dio gli è apparso e lo ha incaricato di insegnare che «davanti a Dio non c’è indù, non c’è musulmano» ma soltanto carità, servizio e preghiera. Nanak inizia quindi a risvegliare coscienze affinché smettano «di credere alle statue per cominciare ad avere fiducia in loro stessi». Ma fu Guru Gobind Singh Ji che nel 1699 radunò un’enorme massa di persone, uomini e donne, diede loro uguali diritti e gli consegnò le armi per combattere: Sri Sahib (pugnale sacro), Kachera (pantaloncini corti fino alle ginocchia), Kesh (capelli, barba, peli), Kangha (pettine sempre a portata di mano), Kara (braccialetto in ferro). Fece anche di più diffondendo il turbante che fino ad allora era riservato ai principi: «Siete tutti principi mettetevi il turbante e combattete». Nasce così il Sikhismo e i Khalsa, o "Esercito dei puri", stretto tra la resistenza alle invasioni dei musulmani e la dura repressione dei regnanti indiani che non vedevano di buon occhio così tanta autorganizzazione dei contadini.
Nel 1770, l’egemonia Sikh si estendeva per 5 fiumi, in quello che viene chiamato "il regno del Punjab", oggi diviso tra India e Pakistan. Non un esercito di mercenari, ma una popolazione che usava l’arte combattiva della Gatka per difendere la libertà religiosa per tutte le fedi. Gatka infatti, se dal punto di vista prettamente linguistico vuol dire "mazza, bastone" - l’arma che usavano spesso i Sikh nelle battaglie - dal punto di vista esoterico vuol dire "grazia, estasi".
E’ il 1969 quando Yogi Banjan decide di
portare gli insegnamenti dei Sikh, nonché le discipline dello yoga, della gatka e del bhangra (danza di gioia che si faceva dopo un combattimento o il lavoro) in Occidente e specialmente in Canada. Da allora in tutto il mondo a fianco dei Sikh indiani emigrati, esistono quelli considerati "bianchi": è infatti questa una delle poche religioni che ha al suo interno così tanti appartenenti a nazionalità diverse, tanto che al contrario di altre religioni che fuori dalla propria terra diventano rigide ed identitarie, i Sikh in questo hanno sempre avuto uno scambio continuo con gli occidentali. «E’ così che le differenze culturali vengono superate da un’intesa spirituale», racconta Guru Shabad S.K.De Santis, fondatore nel 1991 delle Federazioni Italiane di Gatka.
Il Sikhismo è oggi la quinta religione mondiale, con oltre 23 milioni di fedeli. In India sono 19 milioni, l’Italia ospita la seconda più grande comunità Sikh in Europa, dopo il Regno Unito con 70.000 mila fedeli, in particolare nell’agro pontino e nella pianura padana. «Ormai la Gatka è stata riconosciuta come arte marziale anche nel nostro paese e quindi inserita nell’Unione Italiana Sport Popolari e all’interno dell’Area Discipline Orientali che è il terzo settore della Uisp. Questo ha portato la Gatka ad essere riprodotta e a continuare a crescere. Non si insegna una tecnica, non ha gerarchie e si pratica con la spada, il coltello (simbolo fondamentale per i Sikh) e con il Marati». Guru Shabad è nato a Roma e parla "romanaccio", e al contrario di quello che si potrebbe pensare è lui che ha portato la Gatka in Italia: «Quello che sta accadendo è proprio il crescere di una commistione tra la cultura originaria propria dei Sikh indiani e quella dei Sikh occidentali, tanto che io mi trovo a dover andare in diverse parti del mondo, per esempio in Inghilterra, ad insegnare Gatka agli indiani, è come se un norvegese venisse in Italia a dirci come si fa la pasta!».
Nata dalle antiche tecniche del Kalari Payat, la Gatka veniva usata come sistema educativo dei giovani per l’equilibrio che crea tra l’essere "santo e soldato". L’attitudine meditativa in combattimento deriva dal moto rotatorio usato dai mistici Sufi, la respirazione e il centro nell’ombelico dallo yoga. Ma l’originalità della disciplina è stata nel passare dal moto circolare e unidirezionale a quello infinito basato sulla forma dell’otto ripiegato. Questo movimento permette, di fatto, di cambiare in movimento, senza mai interrompere il moto della spada, i piani di attacco e difesa. Per questo i gatker possono combattere per ore e con molti avversari contemporaneamente: utilizzando la gestione dello spazio e delle distanze il gatker espande i propri confini. «E’ un’epoca in cui merci persone e informazioni non possono essere bloccati e la Gatka ha un grosso potere di integrazione sociale perché con il Sikh che può avere i suoi problemi da immigrato, ci posso parlare io in quanto Sikh» - sottolinea Guru Shabad - «Tutto ciò sfugge
ad un ordine stabilito. Da una parte c’è la paura e quindi la voglia di tornare indietro e chiudere tutto ma la sfida invece è quello di aprire».Cristina Petrucci
Bambini indiani una legge li manda tutti a scuola
Povera, enorme, frammentata, in espansione, moderna, legata alle tradizioni, ingiusta, sfruttata, in lotta. Insomma, una nuova potenza mondiale alla conquista del pianeta. L’immagine dell’India è tutto questo e molto di più. Perché il paese, con i suoi 1,2 miliardi di abitanti, negli ultimi anni è cambiato così velocemente da essere diventato un calembour variopinto, con il passato e il presente che si fondono in nuove immagini.
Mentre Usa e Europa sprofondano, e la Cina cresce troppo in fretta - ha scritto il giornalista e autore di best-seller economici Bill Bonner - l’India continua la sua ascesa a un ritmo annuo del 7%. Nuova Delhi dipende meno dalle esportazioni di tutte le altre nazioni industrializzate, fatta eccezione per il Brasile. Solo le Filippine e l’Indonesia hanno una percentuale di debito pubblico sul prodotto interno lordo inferiore a quella indiana. Dal punto di vista degli investitori poi, l’India è un eldorado: negli ultimi dieci anni il valore delle azioni è triplicato, e se si prendono in considerazione gli ultimi trent’anni è cresciuto del 17mila percento. Negli ultimi dieci anni la paga oraria media è raddoppiata. E, secondo un rapporto Onu, dal 2000 circa 60 milioni di persone sono state tirate fuori dagli slum indiani, nel senso che le infrastrutture dei posti dove vivono sono migliorate decisamente.
Nonostante le difficoltà politiche e gli scontri interni tra le minoranze, fra le religioni, con i maoisti e il vicino Pakistan, l’assassinio di due primi ministri, terremoti, cicloni, monsoni e tsunami, il paese corre, senza esagerare. Ma non è, come si potrebbe pensare, solo lo sviluppo economico a stravolgere il volto dell’India. Anche le scelte politiche della maggioranza di governo, con l’impegno a volte discutibile del premier Manmohan Singh - il primo, dopo Jawaharlal Nehru, a essere rieletto alla fine di un intero mandato - ci stanno mettendo del loro. Lavoro, libertà, educazione, parità tra i sessi. Sono questi alcuni dei diritti che il governo del Partito del Congresso sta tentando di affermare. Con l’aiuto delle donne.
Il nove marzo la camera alta del parlamento indiano ha votato quasi all’unanimità (186 a 1) un emendamento alla costituzione che riserva alle donne un terzo dei seggi nelle assemblee nazionali legislative e nella camera bassa - che ancora deve approvare la riforma. E il mese scorso è entrato in vigore un provvedimento che definire storico non è un’esagerazione. Si tratta della Legge sul diritto dei minori a un’educazione gratuita e obbligatoria. Una misura che il parlamento aveva approvato nel 2009, e che nella sostanza riconosce a tutti i bambini tra i sei
e i quattordici anni il diritto legale all’istruzione. Per loro pagherà lo stato, che sarà costretto a migliorare il numero, la ricettività e la qualità - oggi in media molto carente - dell’insegnamento e delle strutture pubbliche. Con la nuova norma il numero massimo di studenti per insegnante è stato fissato a trenta, venti in meno del limite precedente. Per legge, inoltre, le scuole private dovranno riservare un quarto dei loro posti ai bambini poveri. A quelli senza certificato di nascita o altri documenti, inoltre, in futuro non potrà più essere negato l’accesso all’istruzione, uno dei pretesti usati comunemente per bloccare l’accesso dei poveri ai servizi.
E’ stato calcolato che la nuova legge sull’obbligo scolastico costerà al governo circa 26 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Attualmente in India per l’educazione si spende circa il 2,8% del pil, contro il 4,73% dell’Italia, che pure è diciottesima in Europa. Per il paese si apre dunque una questione di primaria importanza: c’è veramente la volontà politica di trovare tutti quei soldi? Gli scarsi investimenti del passato non mandano segnali tanto incoraggianti, ma la situazione potrebbe cambiare.
Ma quanti sono i bambini da scolarizzare? Qui le cifre divergono: alcune ong locali, ha scritto il Christian Science Monitor , parlano di un numero compreso tra i 40 e gli 85 milioni di bambini. Secondo il Ministero dell’educazione indiano - e su questa stima si basa l’entità del finanziamento - per le strade, nei campi e nelle discariche a raccattare oggetti da vendere ci sarebbero invece non più di dieci milioni di minori. Il governo li vuole portare sui banchi di scuola, a imparare a leggere e scrivere, per dargli la possibilità di un futuro migliore. Proprio come il premier Singh - primo sikh a capo del governo nazionale -, che dopo l’approvazione della legge ha ricordato di come, da bambino figlio di una famiglia modesta, dovesse fare «lunghe camminate per arrivare a scuola. E leggere alla luce di una lampada a petrolio». «Oggi sono quel che sono grazie all’istruzione», ha detto.
Non è affatto certo che la legge riesca nel suo intento, soprattutto se si guarda, come hanno subito fatto i critici del provvedimento, al fallimento di quella contro il lavoro minorile del 2004, nella realtà quotidiana largamente ignorata. Ma in un paese con il 51% della popolazione al di sotto dei 25 anni e il 35% di analfabeti, si capisce come il vero investimento sul futuro non possa prescindere dall’educazione.
Come dicevamo, quella sull’educazione non è comunque la prima - e si spera non l’ultima - legge basata sul riconoscimento di diritti fondamentali. Prima dell’istruzione, durante il primo mandato di Manmohan Singh, era stata la volta della legge sul diritto all’informazione, votata cinque anni fa, grazie alla quale a ogni singolo cittadino è riconosciuto il diritto di chiedere - e soprattutto di ottenere risposta - agli eletti e ai funzionari pubblici il perché delle loro scelte. Un
passo fondamentale per la lotta alla corruzione dilagante.
Tre anni dopo, nel 2008, era arrivato un programma che sostanzialmente riconosceva il diritto al lavoro a milioni di poveri abitanti delle campagne. Il governo Singh aveva allora esteso a tutto il paese lo "Schema per garantire l’occupazione rurale", che aveva l’ambizione di assicurare almeno cento giorni di salario minimo (60 rupie al giorno, circa un euro) a decine di milioni di persone. Per il 2008 Nuova Delhi aveva stanziato l’equivalente di tre miliardi di euro, nel tentativo di frenare l’esodo disastroso verso i grandi centri urbani. Uno dei programmi più ambiziosi al mondo per allentare la morsa della povertà sulla popolazione. Che però alcuni hanno criticato: il denaro pagato ai lavoratori senza qualifiche, un peso ulteriore sul debito pubblico, non ha avuto altro effetto che quello di un enorme fondo per l’assistenza sociale, dicono, senza creare le infrastrutture necessarie al paese.
Nonostante i successi i problemi rimangono enormi, soprattutto quelli legati allo spostamento in massa di persone dalle campagne alle città. Entro il 2030, si prevede, la popolazione urbana in India crescerà dagli attuali 290 a 575 milioni. Oggi si guarda con speranza, e attesa, a una nuova legge, che riconosca il diritto, di tutti, alla nutrizione.Matteo Alviti

 

 



2010-05-12