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La tv che non c’è il pluralismo che non si vede |
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Tonino Bucci
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-La storia del mio ingresso in Rai mostra come corrisponda ad assoluta verità la diceria ampiamente diffusa secondo la quale gran parte delle assunzioni dei giornalisti in Rai sono state per lungo periodo sponsorizzate e/o decise dai partiti-. Gilberto Squizzato è giornalista, autore e regista. Uno che di Rai se ne intende. Ha iniziato a lavorarci dal lontano 1979, quando all’età di trent’anni venne assunto come giornalista praticante alla redazione di Milano. Squizzato ce lo racconta come antefatto del libro che ha appena mandato alle stampe, La tv che non c’è. Come e perché riformare la Rai (minimum fax, pp. 256, euro 13). Inutile stare a ricordare l’importanza strategica della televisione, a maggior ragione in un paese intriso della commistione tra tv e politica. E nel quale, sia detto per inciso, non è ancora ben chiaro cosa significhi il termine "servizio pubblico". Squizzato prova a raccontare il malessere della Rai, il vuoto di tv pubblica. E abbozza anche qualche proposta di riforma. Non senza, però, "situarsi", a sua volta, come un interno, come giornalista coinvolto, per storia e per professione, nel mondo Rai. Uno, cioè, che si ritrova «involontariamente ma innegabilmente a far parte della "casta" dei beneficiati della politica». «Se da un lato dovevo ammettere che solo l’arruolamento obbligato nell’area del Pci aveva consentito che le porte di corso Sempione non restassero per me chiuse per sempre e che la combattività del Partito comunista, in Consiglio d’amministrazione, difendeva molti validi professionisti anche lontani dalle sue posizioni impedendo che fossero totalmente discriminati, dall’altro lato però mi sentivo in colpa nei confronti di tantissimi altri bravi giornalisti che in Rai non avrebbero potuto entrare per il semplice fatto di non aver santi in qualche paradiso di partito che li aiutassero a violare le mura di quella cittadella, mura impenetrabili per i non iscritti, i non protetti, i non sponsorizzati-. In trent’anni ne ha viste -di tutti i colori- Squizzato. I cambi di casacca a ogni mutar di maggioranza di governo sono all’ordine del giorno. Fior fiore di professionisti e di talenti del giornalismo pronti con le valige in mano a passare sul carro del vincitore. Conduttrici di sinistra cresciute all’ombra di Veltroni che traslocano dall’altra parte quando Berlusconi vince per la prima volta le elezioni, O, ancora, -personaggi che si fecero sponsorizzare fifty-fifty da Lega e Rifondazione-. E, poi, mangiapreti riciclati a portaborse dei cattolici più conservatori. -Ma come si fa, mi chiedevo, ad avere il padre partigiano, come si può essere stati fino a poche ore prima paladini dei valori della Resistenza - magari confezionando appassionati pezzi radiotelevisivi sul Venticinque Aprile - e un minuto dopo mettersi in fila alle porte degli ex missini per indossare non solo una nuova casacca, ma anche una nuova anima-? Fosse solo questo, però, il problema staremmo ancora al ritornello dell’italiano voltagabbana, sempre quello del tengofamiglia. Se si volesse fare un ritratto antropologico dei giornalisti spregiudicati non ci sarebbe bisogno di scrivere un libro. Anche perché - dice sempre Squizzato - qualcosa nei meccanismi di assunzione dei giornalisti è cambiato, -grazie al sindacato Usigrai che è riuscito a imporre, con una battaglia lunga e difficile (e anche costosa in termini di scioperi e dunque di rinunce economiche), alcuni sbarramenti allo strapotere della politica-. Oggi i problemi della Rai sono ben altri. Magari bastassero Annozero e Ballarò . La Rai non è più recuperabile alla sua missione di servizio pubblico, o almeno gran parte di essa ha ormai cambiato Dna, sia per l’occupazione abusiva perpetrata dai partiti, sia per lo svuotamento di competenze, di know how che ha segnato pesantemente il suo ultimo decennio-. Durante la direzione di Pier Luigi Celli la Rai si privò di molti di -quelli che i programmi sapevano farli-. -L’azienda cominciò imprudentemente a privarsi di quella che fino ad allora era stata la sua risorsa più preziosa-, un patrimonio professionale che si era venuto accumulando nel tempo, -tre generazioni di direttori, capistruttura e autori-. Da allora la tendenza è stata quella di «esternalizzare», di appaltare all’esterno i segmenti più costosi del palinsesto, fino al punto da veder dipendere la Rai da una delle maggiori società di produzione di format televisivi, la Endemol, controllata nientemeno che da Mediaset. -Ma non si tratta solo di Endemol: c’è la Magnolia, c’è la Grundy, c’è la Ballandi, e ci sono almeno una quindicina di grandi società di produzione cinetelevisivi che realizzano quasi tutta la fiction finanziata con il denaro della Rai-. Il pluralismo non si otterrà con la santificazione di qualche conduttore. Serve molto di più. Non tanto i minuti e i secondi dedicati al leader di turno, ma la critica ai modelli di intrattenimento che caratterizzano ormai l’intero palinsesto Rai. Non sono i telegiornali che fanno "senso comune" ma i programmi di varietà di prima serata o del sabato sera o della domenica pomeriggio. Non perché la Rai che Squizzato immagina sia una televisione tetragona. Semplicemente, un tv di qualità, che faccia sorridere senza mandare il cervello al macero, pubblica, con un vertice nel quale il peso del governo sia ridimensionato, con un cda aperto alle voci della cultura. Di questo si tratta.
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2010-04-02
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