articolo 1292

 

 
 
CINEMA BAROCCO O CRITICA "BAROCK" ?
 







di Antonio NAPOLITANO




Carlo Verdone

Da qualche tempo va di moda un’audace creatività anche da parte di certa critica à la page, incline ad attualizzare fenomeni d’altri tempi.
Essa germina da quella voglia di sorprendere e, perfino, strabiliare, scompigliando i concetti più consolidati nella storia delle varie arti. (Niente più di quel "tatto" auspicato da Adorno!).
Così, a Napoli, mentre si celebrano i Caravaggio, i Bernini,  i Vanvitelli, qualcuno ha deciso di usare - ex abrupto - la definizione di "barocco" per l’opera di registi del ’900 (naturalmente), da Lynch  a Sharman e da Bunuel a Resnais.
E’ veramente "un urto alla sensibilità" di chi ha familiarità con gli studiosi di estetica filmica, quale Raggianti, Bazin o L.Chiarini, J.Mitry e G.Deleuze.
Perchè non può bastare affatto l’uso di artifici tecnologici o di "effetti speciali" o la orripilante virtuosità di determinate sequenze per inserire quelle  fiction tra
gli opere dell’autentico barocco (tra l’altro, fondato su di un senso del sacro e del monumentale: si pensi al "Cristo velato" del Sammartino) accanto a certe inquadrature di Lynch o dei Cohen (!) specialisti in sanguinolente truculenze.
Ben più congruo è il pur bizzarro neologismo "barock" per l’opera  di tali sensazionalistici "alla Grand Guignol".
Nel termine c’è un eco  (ahimè) del lessico del quel guru (rock) che è Celentano (tanto nomini!!).
Ad ogni modo, l’idea appare frutto dell’ennesimo exploit inteso a confondere ancor più le idee dei tanti disorientati rispetto ai veri valori dell’arte (e della logica).



2010-03-01