articolo 1266

 

 
 
Cinquant’anni di carriera cinematografica, ottant’anni d’età
 







Davide Turrini




Cinquant’anni di carriera cinematografica, ottant’anni d’età. Solo Ingmar Bergman o Cecil B. De Mille potrebbero concorrere con una tale longevità professionale. Il 2010 è l’anno di Jean-Luc Godard. Regista mutante e mutevole, incensato, citato, dimenticato, di quella pattuglia mitica e incipriata dei Cahiers du Cinema e della Nouvelle Vague. Ed è subito da chiedersi, nei giorni della celebrazione: cos’è, oggi, Godard? Per molti fedelissimi è acquasanta e acquasantiera, muto dio della creazione cinematografica, intoccabile, infallibile. Per pochi altri, forse più giovani d’età, è un irsuto, incazzoso, incredibile innovatore. Chiunque volesse approfondire il discorso, saltando a piè pari le prossime righe, ha di che mangiare e bere nei prossimi giorni. Il 5 e il 6 gennaio ad Udine, le associazioni Cinema Zero, Centro Espressioni Cinematografiche e Cineteca del Friuli, terranno un convegno che viene però preceduto da un titolo insidiosissimo: Passion Godard: il cinema (non) è il cinema . A cui parteciperanno, tra gli altri, anche i francesi Jean Duchet e Andre S. Labarthe. Entrambi collaboratori dei Cahiers in epoca Nouvelle Vague assieme ai più noti Rohmer, Rivette, Chabrol; con un Labarthe perfino interprete di piccoli ruoli nei primi film di Godard come Fino all’ultimo respiro (1960) e Questa è la mia vita (1962).
Parallelamente la Cineteca di Bologna offre, sempre dal 5 febbraio e per i prossimi tre mesi, una retrospettiva completa dell’opera omnia godardiana composta da ben 140 titoli. Anche qui ospiti d’eccezione: Anna Karina, musa del Godard prima maniera, e, se il colpo riesce, Godard stesso. Basterebbe un frammento, comunque, di una qualsiasi opera del regista franco-svizzero per capire quella che il compianto Alberto Farassino definì come "natura di Godard": "l’essere assieme un grande innovatore e un fedele citazionista, un iconoclasta e un sacerdote dell’immagine, un classicista e
un assiduo sperimentatore". Proprio perché i cinquant’anni di carriera hanno permesso a Godard di circumnavigare e immergersi celere nelle evoluzioni tecniche del mezzo come nel marxismo applicato al cinema. Tanto che Godard è il cineasta su cui ed in cui il ’68 francese ha inciso maggiormente a livello creativo. Dalla libertà, indipendenza e fluidità di una delle più originali opere prime della storia del cinema, Fino all’ultimo respiro (1960), Godard mistifica, mescola, coagula passioni e fissazioni di genere fino a La cinese (1967) dove trova forma compiuta un preciso stile (il primissimo piano con sguardo in macchina, l’apparizione in campo del ciak di scena o dell’operatore che sta girando) e una tesa, feroce presa di posizione sui fermenti politici in atto. Il cinema che comincia ad interrogarsi non più solo su se stesso, sulla sua funzione artistica, sulla sua essenza spettacolare, ma diventa una riflessione in immagini "della verità delle cose, dei rapporti, dei conflitti" (Farassino). In questo Godard è stato sinceramente insuperabile. Nel capire la duttilità espressiva, la polimorfica identità politica del cinema. Quando infatti, tra gli anni ’70 e ’80, smarrirà l’afflato, la spinta, l’energia (anche per lui gli anni ’80 son stati anni esteticamente terribili…) ripiegherà sulla maniera, sulla reiterazione dell’intuizione avuta. Finendo per avere epigoni forse più intransigenti di lui (Bertrand Bonello con Le pornographe , 2001) e un colpo di coda come l’ Histoire(s) du Cinema : dall’88 al ‘97 otto capitoli più uno, composti con estratti di film, riproduzioni di foto e quadri, citazioni letterarie e musicali, per una sorta di archivio del XX secolo. In questa piega rizomatica si inserisce magnificamente un altro omaggio-esperimento che si terrà sempre a Bologna giovedì 4 febbraio al cinema Nosadella, in collaborazione tra Cineteca e festival musicale Angelica. L’Aphaville suite del William Parker Double Quartet, con ospite la cantante Cristina Zavalloni, per un’esecuzione dal vivo sulle immagini di Agente Lemmy Caution, missione Alphaville (1965). Pellicola apparentemente fantascientifica del primo Godard, ancora attento alla macchina cinema, ai suoi minimi ingranaggi e massimi funzionamenti: "l’accostamento tra musica dalle radici nere e cinema europeo richiama l’esperimento di Miles Davis per Ascensore per il patibolo di Malle", racconta Massimo Simonini direttore artistico di Angelica, «Mi piace l’idea che attraverso la musica il film possa cambiare forma e dare altri significati. Ad esempio come può diventare un film muto se nel comporre musica proviamo a seguire l’emotività del film piuttosto che la sua storia? Con Alphaville composizioni jazz e parti d’improvvisazione, possono creare dei "sincro" tra musica e immagini che trasformano il film e regalano qualcos’altro a chi lo segue».



2010-02-08