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Ordinario. Un nerd con uno sguardo molto furbo e una gentilezza ruvida, prudente e con grande determinazione. Un osso duro, insomma. Oren Peli è uno che il suo successo clamoroso se l’è sudato, fin da quando 19enne programmatore di videogiochi emigrò da Israele agli Stati Uniti per tentare la fortuna e mettere alla prova il suo talento. Ha lavorato sodo, ha avuto una grande intuizione, ha saputo tener testa a tentazioni di guadagno facile e a difficoltà che l’hanno portato a stupire il mondo, è vero, ma dopo due anni di purgatorio. E così, appena compiuti i suoi primi 40 anni, racconta la sua epopea che, anche se si guarda bene dal dirlo, è uno schiaffo in piena faccia all’attuale industria del cinema, pavida e spendacciona. Il suo Paranormal Activity , 110 milioni di dollari di incassi contro soli 15mila di budget, è il film più redditizio della storia, un exploit alla Robert Rodriguez ( El Mariachi a lui costò 7mila dollari, ma ottenne il remake della Sony), una storia produttiva e cinematografica da raccontare. Il film nasce da un’intuizione semplice, empirica. Sentite rumori sinistri in casa? Avete una compagna paranoica? Per sbugiardare gli uni o l’altra, piazzate una bella telecamera fissa ai piedi del letto. Male che va avrete qualcosa da far vedere agli amici. Attori non professionisti, un reality veramente falso. Dice - ma c’è poco da credergli - che tutto sia nato da una convivenza in una casa di legno della California. In verità il film, che di difetti ne ha parecchi, inevitabilmente, sa entrare nell’intimità americana per terrorizzarla. Un pomeriggio di interviste per promuovere l’uscita per Filmauro il 5 febbraio (350 copie), poi, ieri, una bella lezione di cinema alla Nuct- Scuola Internazionale di Cinema e televisione, in cui Oren Peli è stato intervistato dal direttore artistico e critico Francesco Alò (protagonista anche di altre due belle iniziative della scuola: "Un film una storia", il venerdì alla Casa del Cinema e "Nuct Brothers" il lunedì al ConteStaccio di Roma). Davanti a studenti attentissimi e a quel Ruggero Deodato che con Cannibal Holocaust - altro che Blair Witch Project - è il vero padre del genere. E non a caso l’imperturbabile Peli, vedendolo, ha palesato un’emozione che non gli si sospettava. E non è una posa, visto che lo cita insieme ad «Argento, Avati, Barilli e Fulci» come punto di riferimento. Oren, lei è il regista del momento. L’uomo «che ha terrorizzato Spielberg». Già, ho letto (sorride, succederà solo un’altra volta, ndr ). Non è da tutti. Contando, poi, che Steven è, con Rob Reiner, Quentin Tarantino e pochi altri, tra i miei registi preferiti, è davvero una gran cosa. Il segreto del successo del film è stato proprio questo: un passaparola di gente spaventata che usciva dicendo che mai si era trovata ad avere così tanta paura. E questo va oltre i miei pochi meriti cinematografici: saranno altri i film in cui potrò far vedere se sono un grande regista o no, qui tutto era semplice ed essenziale. A me lo stesso effetto lo fece L’esorcista : forse non è l’horror che mi piace di più, ma di sicuro è quello che mi ha spaventato di più. Quindi anche Oren Peli si spaventa? Allora ha cambiato casa... No, fortunatamente non ho paure particolari e, magari darò una delusione, sono scettico su fantasmi, demoni e fenomeni paranormali affini. Continuo a vivere a casa mia (il set del film in cui ha fatto dormire i protagonisti Micah Sloat e Katie Featherson) e non ho avuto alcun effetto collaterale. Comunque, al cinema, mi spavento soprattutto con gli horror più sottili, raffinati, d’atmosfera. Penso a Rosemary’s baby , The Haunting , Il sesto senso e, naturalmente, The blair witch project . Proprio nessuna paura? Neanche quella dell’aspettativa che ha creato sulla sua carriera? Si parla di un sequel, di un remake e di "Area 51"... Sugli ultimi tre mi esprimo con un triplice, gentile, "no comment". E ammetto che i due anni di purgatorio del film, con tutta la fatica affrontata e le scelte che mi ha posto, sono stati una buona palestra. Ho avuto la fortuna di trovare persone a cui il film è piaciuto (Steven Schneider su tutti, ex studioso ad Harvard e ora produttore, ndr ) e che ci hanno creduto. Non quanto me, però: a lungo mi hanno tentato con la proposta di un remake. Dicevano "è buono, ma ha un potenziale commerciale nullo, non c’è il nome di richiamo". Doveva farlo la Dreamworks, lavorare con Spielberg era una prospettiva bellissima e mi avevano promesso che la versione in dvd avrebbe avuto entrambi i film al suo interno. Ma sono andato avanti, fondandomi su una piccola distribuzione on demand - senza internet probabilmente tutto questo non sarebbe successo- e poi ai test screenings, parole loro, "ci sono state reazioni mai viste". Solo il finale era un po’ debole, ma ci ha pensato proprio Steven a raddrizzarlo. E devo ammettere che i suoi consigli in merito sono stati determinanti. E’ lecito pensare che il suo film sia uno schiaffo in faccia alle strategie commerciali e artistiche di Hollywood? Il cinema è fatto di tante realtà. Da Avatar a Paranormal Activity , perchè al pubblico il costo di un film interessa poco, conta l’emozione. Non ti ricordi i soldi che ci hanno messo studios o produttore, ma rammenti solo i salti sulla sedia, le risate o le lacrime che ti ha provocato. Certo, se credi in te e in quello che hai fatto, di sicuro non bisogna piegarsi a compromessi. Non a troppi, almeno. Perché, come è successo a me, potresti avere ragione tu. C’è anche critica sociale nel volere attaccare la casa, l’ultimo baluardo della sicurezza Usa? No, ad essere sincero no, volevamo solo raggiungere le persone lì dove si sentivano più vulnerabili e indifese: durante la notte e nelle proprie quattro mura. Per farlo non ho neanche dato la sceneggiatura agli attori, gli ho detto il minimo indispensabile. Spesso neanche quello: dicevo buonanotte e...ciak! L’horror e la soggettiva-filtro con la telecamera stanno spopolando. Come mai? Per il primo, è sempre stato così: nei momenti difficili avere la possibilità di vivere paure e adrenalina "al sicuro" è una tentazione enorme. Per il secondo credo che molto dipenda dal fatto che quel filtro consente la sospensione dell’incredulità. A differenza di Cannibal Holocaust o Blair Witch Project noi, fuori dal film, non pretendiamo che il pubblico creda che sia tutto accaduto realmente. Ma solo che durante la proiezione lo viva come vero e verosimile. Un bisogno di realtà che dipende dall’invasione dei reality che ha ridotto profondamente le distanze tra l’immagine e la gente, cosicchè ci può colpire, spaventare, solo ciò che è vero. O almeno ciò che lo sembra. |
2010-02-08
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