articolo 1258

 

 
 
Banca Romana
Scandalo finanziario che ha fatto storia
 







Maria R. Calderoni




Tutto vero. Niente di inventato nella fiction sullo scandalo della Banca Romana andata in onda su Raiuno nei giorni scorsi. Tutto vero. E anche molto peggio. Una rapina politico-finanziaria che riassume e "interpreta" un ventennio di malgoverno e devastazione sociale, subito dopo l’Unità d’Italia, tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, tra Giolitti, Crispi e Rudinì, destra storica e sinistra pure storica, trasformismo, repressione sociale e smanie coloniali. Lo "scandalo" non fu che un fiore all’occhiello, la inevitabile conseguenza della prolungata e impunita malversazione della cosa pubblica da parte della classe politica del tempo. Lo scandalo che scoppia con clamorosi e delinquenziali connotati bancari, ben raccontati, nei suoi elementi essenziali, nella stessa fiction; ma che, dietro gli sportelli "sporchi", cela ben altro.
Il ciclone arriva il 20 gennaio 1893, quando i dati della incredibile
truffa approdano in Parlamento con il conclamato, ufficiale avallo della Corte dei Conti, finalmente incaricata di indagare dopo almeno tre reiterati tentativi di lasciar perdere, in nome del «supremo interesse della patria»: la Banca Romana (una delle più importanti del Regno, già Banca Vaticana) ebbene sì, aveva davvero emesso, a fronte dei 60 milioni autorizzati - cioè coperti dalle relative riserve auree - qualcosa come 113 milioni di lire, incluse 40 milioni di banconote false stampate in serie doppia. Il governatore della banca, Bernardo Tanlongo e il direttore Michele Lazzaroni sono arrestati; il deputato Rocco de Zerbi, campione delle banche in Parlamento (era indebitato per mezzo milione) muore sotto lo shock delle rivelazioni; i giornali sbandierano i nomi dei tanti politici coinvolti; un ex direttore del Banco di Sicilia viene brutalmente assassinato in uno scompartimento ferroviario; il direttore del Banco di Napoli scompare, ed è poi arrestato, travestito da prete, nell’atto di inghiottire del veleno. Tremano i Palazzi. E non è che l’inizio. Tanlongo dal carcere vuota il sacco: lui ha dato soldi a tutti, deputati, senatori, politici, ex garibaldini, giornalisti, mafiosi, imprenditori. Anche a ministri, anche a diversi presidenti del Consiglio. Ivi inclusi Giolitti e Crispi.
Banche, governo, corruzione. Il connubio è così stretto e cancrenoso, che fu difficile e complicato anche solo riuscire a portare l’intera faccenda davanti al Parlamento. Si deve infatti tornare indietro a quattro anni prima, giugno 1889, quando il governo Crispi, dopo una serie di fallimenti di banche e aziende, è costretto a disporre una indagine ispettiva su tutti gli istituti di emissione, ivi compresa la Banca Romana, affidandone l’incarico al senatore Giuseppe Alvisi. Bene, tre anni dopo la relazione Alvisi sulle malefatte bancarie è bella e finita, ma scotta a tal punto che il governo proibisce al povero Alvisi di riferirne in Senato, sempre in nome del «supremo
interesse della patria». E a buon conto, l’anno dopo, per maggior sicurezza, il Tanlongo governatore della Romana, è nominato senatore, a ogni buon conto. Il pericolo sembra dunque scongiurato; senonché un cocciuto deputato radicale, il battagliero Napoleone Colaianni, riesce fortunosamente a venire in possesso del dossier proibito; sobbalza, lo passa ai giornali. Il clamore è enorme soprattutto nell’opinione pubblica; e, sia pure obtorto collo, scatta la verifica affidata alla Corte dei Conti, che conferma i numeri scandalosi della relazione Alvisi. Lo scandalo approda finalmente in Parlamento, non senza ulteriori tentativi di insabbiamento.
Saltano i veli, attorno alla maxi-truffa bancaria si muove la corruzione diffusa di una intera classe dirigente, a partire dai suoi vertici. E quelli erano gli anni della corruzione, ma anche della miseria, della repressione antipopolare, della politica ferocemente classista. Scrive Denis Mack Smith ("Storia d’Italia 1861-1969", Laterza):
«Quando nel gennaio 1894, i lavoratori delle cave di marmo di Massa e Carrara si sollevarono, fu proclamata la legge marziale». In Sicilia un’intera classe di riservisti venne chiamata sotto le armi e cinquantamila furono inviati a reprimere gli scioperi dei braccianti .«Queste misure di emergenza rimasero in vigore sette mesi, alla fine dei quali un migliaio erano stati deportati nelle isole dove si trovavano gli stabilimenti penali». Mano dura, nessuna clemenza, quegli integerrimi. E’ appunto il 1894 e, scrive sempre Denis Mack Smith, «il rispetto per la giustizia italiana non fu accresciuto dal fatto che nel luglio 1894 i tribunali assolsero quanti erano stati coinvolti negli scandali bancari». Proprio così, nessun colpevole: nella sentenza i giudici denunciarono la (provvidenziale) sparizione di importanti documenti, necessari per provare la colpevolezza degli imputati. Perciò procedimento archiviato e niente condanna per nessuno!
Giolitti e Crispi saranno costretti a dare le
dimissioni. Gli scandali bancari, le bancarotte, le truffe e i fallimenti nascevano infatti dentro un contesto ben preciso. Attratte dal miraggio dei formidabili profitti, tutte le sei principali banche si gettarono nel nuovissimo "affare" delle costruzioni: soprattutto a Napoli e Roma si ebbe una vera follia edilizia, forsennatamente foraggiata dal credito finanziario tramite prestiti-truffa, a volo cieco dietro l’enorme speculazione sulle aree allora in atto. Alla prima crisi industriale, quando i cantieri chiusero e le imprese fallirono, vennero giù anche le banche, tra esse appunto la Banca Romana. Una situazione «che degenerò in una crisi su vasta scala della moralità politica che ebbe effetti analoghi a quelli dello scandalo del canale di Panama in Francia».
Gli anni dello scandalo furono "scandalosi" anche per i ceti popolari, al Sud come al Nord. Gli anni della fame e della violenza. In sincronia speculare, proprio il 20 gennaio 1893, mentre a Roma il Parlamento è
indaffarato a discutere dei ladri delle banche, a Caltavuturo, presso Palermo, soldati e carabinieri sparano addosso a 500 "zolfatai" che chiedono l’abolizione delle gabelle, ne esce un massacro, tredici morti e molti feriti.
Sono gli anni dell’emigrazione di massa in America, quel popolo miserabile delle valige di cartone; gli anni della sciagurata politica protezionistica e dei dazi agrari che producono crisi economica e ancora più fame nelle campagne; delle prime agitazioni di massa represse nel sangue. Gli anni ruggenti degli agrari e dei baroni fondiari, che «erano attentamente ascoltati dal governo»; e il cui «rimedio tradizionale per le agitazioni agricole era una repressione esemplare». Gli anni di Milano, maggio 1898, quando «alle grida strazianti e dolenti, di una folla che pan domandava, il feroce monarchico Bava, gli affamati col piombo sfamò». Per dirlo con le parole di una famosa canzone, gli anni quando a Milano, contro la popolazione che protesta per l’aumento del
prezzo del pane, Umberto I, il famoso "Re Buono," invia il generale Bava Beccaris, il quale schiera la truppa con tanto di cannone, 80 morti e 450 feriti. Al valoroso ufficiale, «addì 6 giugno 1898, ore 21», pervenne un telegramma del Re Buono medesimo che così faceva: «A Lei personalmente volli conferire di motu proprio la croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria».
Quegli anni lì, Banca Romana e dintorni.



2010-01-31