articolo 1213

 

 
 
-La mia Gomorra tra la narcocultura del Messico-
 







di Guido Caldiron




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-Per i duri di Culiacan e di tutto lo stato del Sinaloa, Jesus Malverde era più popolare e miracoloso di Dio e della Madonna di Guadalupe. La cappella era piena di targhe ed ex voto di gratitudine per miracoli ricevuti: capelli di un neonato per un parto felice, gamberi sotto spirito per una buona pesca, fotografie, immaginette. Ma san Malverde era soprattutto il patrono dei narcotrafficanti del Sinaloa, che andavano da lui per raccomandarsi e ringraziarlo con doni e targhe incise o scritte a mano ogni volta che tornavano a casa sani e salvi e facevano un affare redditizio. "Grazie, caro patrono, che mi hai fatto uscire di galera" si poteva leggere su una targa appesa al muro, accanto all’immagine del santo - bruno, baffuto, vestito di bianco e con un elegante fazzoletto nero al collo-. La protagonista de La regina del sud (Net, pp. 404, euro 8,50) di Arturo Pérez-Reverte si chiama Teresa Mendoza, una "signora del narcotraffico" che, partita dalla regione messicana di Sinaloa, finirà per diventare una delle protagoniste del crimine organizzato tra l’Andalusia e Gibilterra. Al centro del libro, pubblicato la prima volta nel 2002, c’è però soprattutto quella particolare vita criminale che va sotto il nome di "narcocultura", cantata nei narcocorridos, genere popolarissimo in Messico ma di cui si trova ampia traccia anche su Youtube. Come "il sistema" descritto da Saviano in Gomorra (Mondadori, pp. 331, euro 15,50), anche La regina del sud costruisce un frammento di storia contemporanea scegliendo di raccontare in qualche modo dall’interno il lato in ombra delle nostre società: lo stile di vita e la cultura che si creano intorno ai fenomeni criminali.
Per molti anni giornalista e inviato di guerra, prima per la carta stampata e poi per la televisione pubblica spagnola, Arturo Pérez-Reverte è uno dei più noti scrittori europei, tradotto e apprezzato in tutto il mondo. Autore di decine di romanzi
e reportage, tra cui Il club Dumas , La pelle del tamburo , La tavola fiamminga e la serie di cui è protagonista il capitano Alatriste, tutti pubblicati dal Saggiatore, Marco Tropea e Net, Pérez-Reverte si muove agevolmente nei territori del romanzo storico, del noir e dell’avventura, ma senza preclusioni e limiti stilistici. I numeri della sua produzione, uniti ad una curiosità e a una cura dei dettagli pressoché maniacale, ne fanno un vero scrittore globale capace di attraversare in lungo e in largo il presente.
In ogni suo romanzo si incontrano almeno tre elementi che rimandano poi inesorabilmente alla sua storia personale: la letteratura, il giornalismo e la Storia. Quale il rapporto che li tiene insieme?
La letteratura, il giornalismo e la Storia hanno una sorta di legame sentimentale che li rende intimi, vicini. Le faccio un esempio. Io ho coperto per tre anni per i media spagnoli la guerra nella ex Jugoslavia. Ebbene, se prima di partire per i Balcani non avessi conosciuto
la storia di quella regione, ma anche un po’ di storia d’Europa e dell’Impero Ottomano e di quello Austro-ungarico, credo proprio che non avrei capito molto di quello che stavo vedendo e non so se sarei riuscito a fare davvero il mio lavoro di inviato in quella zona. Quanto al mio lavoro di scrittore, non mi sembra che tutti i miei romanzi si possano definire come "romanzi storici", eppure la Storia ha sempre un ruolo centrale in quanto racconto, è sempre una delle chiavi per svelare un enigma, un mistero, arrivare a una spiegazione plausibile di quanto accade. Inoltre, il rapporto che emerge oggi tra Storia, letteratura e giornalismo affonda nella nostra identità mediterranea: quella di uno spazio che ha alle sue spalle tremila anni di memoria. Se non ascoltiamo questa memoria che ci lega tutti, poco importa se spagnoli, italiani o di qualunque altro paese, non possiamo pensare di venire a capo del conflitto dei Balcani, come dello scontro tra religioni, del terrorismo islamico o di ogni altra guerra che attraversa il Mediterraneo. La Storia assume da questo punto di vista il ruolo di una tragedia codificata che pesa sul presente e ci consente di capire dove ci troviamo.
Nei suoi romanzi c’è sempre spazio per la descrizione minuziosa e ricca di questa o quella vicenda, un’eredità del suo lavoro di giornalista?
Nella vita è sempre molto difficile cogliere delle linee di demarcazione che separano in modo netto una cosa dall’altra, perciò non è facile rispondere chiaramente a questa domanda. Quel che posso dire è che per diventare uno scrittore per me sono state fondamentali due cose: leggere e vivere. Da un lato c’è il grande romanzo europeo del XIX secolo, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Manzoni... ciò che serve come "base" per chi vuole provare a scrivere. Dall’altro non può esserci che la vita. Personalmente ho passato anni a vivere con un sacco a pelo sempre pronto, sempre sul punto di partire. Viaggiare, conoscere, amare, scoprire, odiare, soffrire...
Tutto ciò crea un "mondo" interiore che si può poi raccontare a qualcun altro. Ovviamente c’è poi bisogno di creare una propria struttura narrativa, attraverso una disciplina della scrittura che, questa sì, si apprende anche con il lavoro giornalistico. Quando lavori per un giornale o per una tv ti dai un tuo codice per raccogliere rapidamente la documentazione su una determinta vicenda e per poterne offrire una "lettura" pressoché immediata, un modo per scegliere le cose più importanti di ciò che stai osservando, guardarsi in giro e trovare nell’ambiente circostante quelle due o tre cose davvero decisive per capire. Tutto questo, insieme alla capacità di definire in poche righe iniziali il quadro di una storia, l’ho imparato senza dubbio facendo il giornalista per tanti anni.
"La regina del sud" è forse uno dei suoi libri che conservano di più l’impianto del reportage giornalistico. Come si è avvicinato a un tema così particolare?
All’inizio c’era la mia voglia di scrivere un
romanzo su una figura femminile, su una donna che si trovasse in un territorio ostile, dentro una narrazione tutta maschile. Beh, normalmente si dice che il fenomeno dei narcos è dominato solo da figure maschili, è una cosa "da uomini"... Perciò, quando durante un viaggio in Messico mi sono invece imbattuto in donne che avevano un ruolo di primo piano in quel mondo criminale, ho capito che ero sulla pista giusta. Che era quel tipo di donna che volevo raccontare, complessa, contraddittoria, immersa in una cultura maschile ma capace di essere "un capo". Tra tanti uomini mi interessava scoprire e dare voce a una visione femminile del dolore, della morte, della solitudine, del tradimento e della lealtà. Questo è stato il punto di partenza per scrivere La regina del Sud . Dopodiché mi sono recato più volte a Culiacan, la capitale dello stato messicano del Sinaloa per documentarmi e raccogliere voci. Si tratta di un posto assurdo, la vera capitale dei narcos: sui cartelli stradali capita di vedere raffigurata l’immagine di un kalascinokov...
Lei ha raccontato di aver scritto il romanzo seguendo il ritmo dei "narcocorridos", le ballate che celebrano le gesta dei narcos messicani. Ha voluto scrivere questa storia "dall’interno" di questa cultura criminale?
Molte persone credono che quello dei narcos sia solo un fenomeno criminale. Invece, come ha spiegato in modo molto chiaro Gomorra , il mondo del crimine costruisce una sua cultura vera e propria. Ma andiamo con ordine. Il criminale traffica in droga, uccide e minaccia. Ha molti soldi in tasca e con quei soldi compra un po’ di tutto: case, macchine, televisori... Diciamo che a partire dall’attività del narcotraffico si crea un tessuto sociale con propri comportamenti, consumi e stili di vita. Così si arriva a forme esplicitamente culturali come la musica e la letteratura. Il risultato è una "narcosocietà" con propri codici, cultura e, arriverei a dire, perfino "valori". Si tratta di una società parallela o che
talvolta incrocia anche quella "normale". Esattamente come ha fatto Roberto Saviano con Gomorra , con La Regina del Sud ho voluto raccontare come il narcotraffico ha costruito un proprio sistema sociale e una propria cultura. Tutte le società generano i propri valori, i propri codici, lealtà e regole e anche la propria cultura. Tutte, proprio tutte, anche quelle basate sulla delinquenza e la criminalità.
Quale il bilancio di questa avventura?
Si è trattato di un’esperienza davvero interessante, perché ho scoperto che anche in un mondo molto lontano dal nostro, dal mondo "normale", i codici di funzionamento, la legislazione sociale, in assenza ovviamente di regole scritte, sono molto chiari e sono seguiti da tutti. Addirittura arriverei a dire che nol mondo del narcotraffico si è più fedeli alle regole, alle norme che organizzano gli scambi tra le persone, di quanto non siamo comunemente tutti noi. Questo perché in quel mondo ogni trasgressione alle norme comuni può costare la
vita a chi la compie. Mentre a noi, per fortuna, non accade. Mentre nelle nostre società è forte la repressione, nel mondo criminale il controllo sociale è molto più interiorizzato, perciò osservare le relazioni tra le persone che ne fanno parte è un modo per riflettere anche sul modo in cui viviamo noi.
Recentemente il Salon du Livre di Parigi ha reso omaggio ai nuovi scrittori messicani, alcuni dei quali hanno scelto di raccontare proprio la narcocultura cresciuta in questi ultimi anni nel paese. Si è ispirato al loro lavoro per "La regina del sud"?
Intanto c’è da dire che io ho fatto il reporter per più di vent’anni, il giornalista per strada, imparando a prendere contatti al volo. Inoltre ho un’agenda di numeri telefonici grossa così (allarga le mani a fisarmonica). Ci sono dentro i numeri di poliziotti, narcos, contrabbandieri, mercenari, assassini... davvero gente di tutti i tipi. Così, tutte le volte che sono andato in Messico mi sono attaccato al telefono e ho cercato di
allargare ancora il mio giro di contatti. Detto questo, credo ci siano due modi di scrivere del mondo criminale: ci sono gli scrittori che entrano e escono da ciò che descrivono senza cercare di capire troppo cosa hanno visto, fanno il loro lavoro senza "sporcarsi". Niente da dire, ma davvero in questo modo si può capire qualcosa di mondi chiusi e regolati da norme ferree? Poi ci sono gli scrittori che in qualche modo hanno avuto a che fare cone le cose che raccontano, ci sono "in mezzo". Non fraintendete, sto parlando di realtà particolari come quella dello Stato di Sinaloa dove è facile avere avuto un compagno di scuola o un vicino di casa, quando non un parente, coinvolto in prima persona nel narcotraffico. Questi scrittori non si pongono tanto il problema di denunciare ciò che vedono, quanto piuttosto quello di far capire all’esterno come funziona davvero quella cultura criminale. Se mi passate il termine parlerei di "scrittori integrati socialmente nel mondo criminale". Buona parte dei miei amici scrittori, in Messico, appartengono a questa seconda categoria. Spesso conoscono i narcos e possono raccontare le loro vicende in modo reale, quasi naturale. Certo, tutto questo può anche esporre a qualche rischio, ma si tratta di un altro tipo di letteratura, senza alcun dubbio. Capiamoci, non sto dicendo che questi scrittori stanno dalla parte dei narcos e della criminalità, assolutamente no. Solo che non sono esterni alla società dove è cresciuto il narcotraffico e per questo hanno una sorta di riconoscimento sociale, indipendentemente da quello che scrivono. Le racconto un aneddoto. Una volta stavo bevendo in un locale di Culiacan con Elmer Mendoza, uno degli scrittori che hanno raccontato l’ultima generazione di narcotrafficanti della città utilizzando la stessa lingua gergale che con cui si eprimono questi ultimi tutti i giorni, quando sono entrati un gruppo di narcos. Mendoza non li conosceva personalmente, ma quelli, evidentemente, conoscevano lui. Così, quello che aveva tutta l’aria di essere il capo, ha schioccato le dita per richiamare l’attenzione del cameriere e gli ha detto: "Una tequila per il Signor Mendoza". Il tutto senza nemmeno degnarci di uno sguardo, almeno in apparenza.



2009-11-10