articolo 1179

 

 
 
-Tarantino è dio, e il suo set una chiesa-
 







di Boris Sollazzo




«Non sono un regista americano. Per me l’America è solo un mercato». Così Quentin Tarantino ha subito scosso San Sebastian, così ha ribadito a Roma nella conferenza stampa del film Inglorious Basterds che nelle sale italiane arriverà il 2 ottobre. Sarà «per la depressione post Grindhouse , un flop così non m’era mai capitato, ci sono stato malissimo», sarà perché il regista di Pulp Fiction è molto più politico e impegnato di quel che sembra (se Moore ha sul comodino una Palma d’Oro lo deve a lui). Sarà infine perché è onnivoro e da sempre il cinema l’ha amato tutto, senza l’egocentrismo statunitense che vede Hollywood e al massimo Washington come proprio orizzonte, considerando radical chic o pulp chi già si sposta a New York.
«Io sono come un aspirapolvere: prendo da tutti, macino e poi faccio il mio film. Questo, per esempio è uno spaghetti western durante la seconda guerra mondiale, anzi come la chiamano i
giapponesi, un maccaroni combat». In verità è un puzzle in cui Tarantino meno di altre volte è riuscito a riciclare la sua cultura di genere, pur avendone pescata molta. Aveva attori forse troppo bravi, o troppe buone idee, così ecco cinque capitoli molto slegati fra loro e un’opera faticosa ma in alcuni momenti (l’inizio, da brividi, e la fine, geniale) entusiasmante. La critica si è divisa- anche se a mesi dalla proiezione di Cannes, dopo l’esordio clamoroso al box office Usa, sembra aver trovato un’unanimità di giudizi, positivi ovviamente- lui ha cercato il film della maturità, un nuovo Jackie Browne (il suo sottovalutatissimo capolavoro).
«Ci ha lavorato otto anni- racconta Brad Pitt, che prima del Kursaal si è goduto i musei della splendida città basca- e il risultato è stata una sceneggiatura perfetta. Lui mi diceva di cambiare se lo ritenevo giusto, ma io non spostavo neanche le virgole. Tarantino è dio, e il suo set una chiesa». Pitt, che ha snobbato l’Italia- forse perché
prevedeva che al film i nostri giornalisti avrebbero preferito la querelle- bidone dell’omosessualità di Clooney- ha una barba folta e molto buffa e una forma smagliante. «Abbiamo girato questo film in una Babele di lingue, stili di recitazione, background culturali. E sapete che c’è? È straordinario, ho potuto crescere e imparare. Penso a quanto mi abbia colpito la dedizione degli attori tedeschi ai propri personaggi e al fatto che finalmente mi rendo conto che fare cinema solo per il proprio paese natale, anche se grande come gli Stati Uniti, è limitativo e limitato». I due sembrano andare d’amore e d’accordo, ridono e scherzano nella sala del palazzo del cinema di San Sebastian (a Roma, invece, il regista de Le iene è stato accompagnato dal sodale e collega Eli Roth, qui ottimo caratterista) e inevitabilmente raccontano il loro incontro. «Mancava poco all’inizio della lavorazione, io speravo di averlo con me ma, come raramente mi capita, ero timido nel chiedergli di fare Aldo Raine nel mio film. Perché era un ruolo particolare- continua il cineasta- perché la stella più richiesta del pianeta non poteva che avere già due o tre contratti firmati. E invece…». «E invece, Quentin la chiama la benedetta precarietà pittiana, ero libero. Tendo a non bloccarmi per troppo tempo proprio perché se mi capita un copione come questo, o come l’ultimo dei Coen, voglio poterlo accettare. E poi Tarantino mi ha convinto con una notte di birra, coca cola e pizza fredda. La mattina dopo, insonni e un po’ brilli, con bottiglie vuote e cartoni tutto intorno, non facevamo che parlare del film, delle battute, persino delle uniformi e del mio accento». Semplicemente straordinario.
Come sempre nei film di questo regista un po’ matto e molto eccentrico, l’attenzione alla parola, come dialoghi e cadenza, è estrema. Da Pitt e Roth che si fingono cinematografari italiani («mi sono ispirato a Bombolo» ha detto il secondo) fino all’immenso Waltz, premiato come miglior attore all’ultimo Cannes
dopo anni di purgatorio televisivo, che carica ogni vocabolo di ferocia e arguzia, per finire proprio all’Aldo Raine del divo 46enne. «Ha una parlata così musicale che dai miei non fanno che imitarlo». Ma il film è qualcosa di più, la riscrittura della Storia che ha cambiato il mondo e che lo ha reso la polveriera che è attualmente. La realizzazione di una speranza passata, non a caso ripercorsa da altri americani, Tom Cruise e Bryan Singer, sia pur da un altro lato, in Operazione Valkyria .
«Per me è stata una doppia sfida- riprende il regista- perché fino ad oggi ho sempre avuto e voluto la massima libertà, nei miei film poteva accadere di tutto, non c’erano limiti. Qui ho preso il binario storico, e pur smentendolo e cambiando i fatti, ho dovuto tenerne conto». E nel titolo c’è una delle due trovate geniali e audaci, l’unica che si può raccontare (l’altra, il finale, è uno spoiler bello e buono: lo evitiamo, anche se i maggiori quotidiani e la più importanze agenzia di stampa
italiana hanno pensato bene di rovinare la sorpresa a molti spettatori). I bastardi senza gloria sono un gruppo di soldati ebrei che percorrono la Seconda Guerra Mondiale per stanare i nazisti e scalparli. Niente male davvero. «Ho voluto rovesciare vari clichè con questo film, uno di questi è l’ebreo vittima. Non credo di aver mancato di rispetto alla Shoah in questo modo, anzi». E così è inevitabile trovare nell’elegante partigiana proprietaria di cinema Melanie Laurent così come nell’ "Orso ebreo" Eli Roth (che ebreo lo è davvero: «prendere a mazzate dei nazisti è stato molto liberatorio»), un diverso modo di reagire, di cercare una catarsi impossibile, di liberarsi dall’impotenza che l’Olocausto ha gettato addosso all’Occidente e alle vittime a cui ha dato le spalle. Prima, durante e dopo. «Lo so- chiosa Tarantino- non è un approccio hollywoodiano, è il mio personale meltin’ pot che mi spinge qui, negli splendidi paesi baschi, dopo 14 anni. Dopo che Pulp Fiction fu accolto trionfalmente, e mi sembra di vedere qui la stessa vitalità, forza creativa. Giappone, Italia (ancora un omaggio alla commediasexi: il generale interpretato da Mike Myers in un cameo si chiama Ed Fenech!), Honk Kong, nel mio cinema ci sono questi sguardi e molti altri. Amo il cinema, tanto che, credo, dopo la pensione potrei fare il critico. Ma su carta, le recensioni su internet non le sopporto!». Intanto la levata di scudi dei critici stessi contro il doppiaggio di un film così ben curato nei linguaggi e negli accenti ha fatto sì che la Universal (complimenti) lascerà in lingua originale e sottotitolata una buona percentuale delle 400 copie in uscita in Italia. Così sarà possibile godersi un film pieno di pregi e di difetti, discontinuo e genialoide, squilibrato e coraggioso. Proprio come Tarantino.




2009-09-25