articolo 1160

 

 
 
Michael Moore: -La democrazia unica cura alla crisi del capitalismo-
 







di Boris Sollazzo




Michael Moore

-Il capitalismo è un male. E il male non si può regolamentare, lo si deve eliminare e sostituire con qualcosa che vada bene a tutti: la democrazia». Su questo assunto dirompente si fonda Capitalism: a love story , l’ultima opera del regista militante Michael Moore. Un assioma che, potere del cinema, dell’amicizia e della nouvelle vague americana, insieme al richiamo roosveltiano è stato ripreso quasi con le stesse parole e immagini dal regista "militare" Oliver Stone in South of the border . Ma Moore può vantare un’anzianità maggiore, di cui sente il peso. «Giro questi film da 20 anni, sento il peso di una responsabilità sempre più grande, della solitudine. Ora forse qualcosa sta cambiando e io potrei fare anche altro. Quel film di finzione, per esempio, che sto scrivendo da troppo tempo-.
Aiutato anche dal suo sito (gli americani hanno color=black>www.michaelmoore.com, noi www.beppegrillo.it, ognuno ha ciò che si merita) ha raccolto, con la stessa metodologia di lavoro e ricerca di Sicko , testimonianze dirette e sconvolgenti sull’ultima crisi finanziaria, far west in cui speculazioni, ingiustizie e mastodontiche truffe (da Madoff al piano di salvataggio di banche e "derivati" approvato con un iter parlamentare discutibile) hanno contribuito al momento più drammatico della storia americana e occidentale moderna. Con l’abilità e il talento che gli conosciamo unisce materiale di repertorio, interviste, spot e prodotti televisivi di propaganda dal dopoguerra in poi, con una controinformazione di prim’ordine per un impianto accusatorio del Sistema inesorabile e implacabile. Un trattato, per quanto elementare, di storia ed economia, una cronologia politica che inserisce leggi, presidenti e regole economiche in un unico grande affresco della
plutocrazia dell’ultimo secolo, con la solita indignata ironia. E così Jimmy Carter, con il suo richiamo alla verità e alla moralità finanziaria, diventa "il solito guastafeste", l’incredibile ascesa al potere dell’attore di serie B e poi frontman delle corporation Ronald Reagan come il tentativo di una totale egemonia, completo controllo e potere delle grandi aziende. Il punto di non ritorno del capitalismo estremo degli ultimi due decenni.
Proprio poco più di 20 anni fa usciva l’esordio del regista, Roger & Me , sui primi licenziamenti della General Motors nella sua Flint, l’inizio di una trilogia che si chiude ora e che è passata per Sicko, e che sembra ricalcare (anzi anticipare) le priorità di quello che sarebbe stato il programma politico di Barack Obama: industria automobilistica, sanità e regolamentazione finanziaria. «Ho cominciato a pensare a questo film, come allora, vedendo la gente, gli amici che perdevano il lavoro. La nostra è un’economia insana: abbiamo l’1%
degli uomini che possiedono il 95% delle risorse, il 50% della gente che fatica ad arrivare a fine mese. L’argomento è molto attuale, avverto la pressione, ho pensato varie volte che sarebbe stato l’ultimo film».
Il suo Obama che guadagnava voti ogni volta che lo chiamavano socialista, ha cambiato il volto del suo paese. E persino lui, nato come piccolo borghese, dichiara che «il socialismo, poi, non sembra tanto male». Con un sapiente uso delle musiche (addirittura l’Internazionale swing-jazz alla fine!) crea emozione, racconta la sua Storia rivista e politicamente scorretta, scova testimoni illustri e dichiarazioni grottesche, mostra storie struggenti e altre potentissime. Vediamo fabbriche occupate e altre fondate sulla democrazia egualitaria assoluta («guadagniamo, di media, 65 mila dollari all’anno, da me, che sono l’amministratore delegato e gli operai: ci serve forse di più per vivere bene? E tutto questo senza licenziamenti»). E ancora cooperative, lotte sindacali e
resistenze agli sfratti, deputati "socialisti" e altri più moderati che spingono comunque i loro elettori a infrangere le leggi ingiuste, riscritte e modellate sugli gli interessi dei più ricchi. Una deputata, addirittura, parla di "colpo stato finanziario", preti e vescovi che definiscono il capitalismo "un peccato", "immorale, osceno, grossolano, il male radicale".
Il solito Moore, uomo di sinistra che conosce l’americano medio e sa toccare le sue corde più sensibili. Ecco perché scopre e mostra giudici corrotti che mettono dentro un riformatorio privato giovanissimi colpevoli di marachelle (altro che Sleepers - ndr) e il gotha delle multinazionali Usa che accende polizze sulla vita sui loro dipendenti, a loro insaputa, sperando nella loro morte. Il più prematura possibile, per lucrarci di più. «A chi mi dice che sono troppo semplicistico dico che è l’unico modo per raccontare e spiegare l’America di oggi perché i miei concittadini la capiscono. Volevo che tutto, soprattutto il
crollo di Wall Street, fosse comprensibile anche agli undicenni. Comprensione è potere: loro avranno i soldi, ma noi abbiamo i voti». Un impianto solido - Moore ha perso molta della sua demagogia - e un’impostazione ammiccante e piena di ritmo rendono il film entusiasmante (non a caso ha raccolto applausi scroscianti da stampa e pubblico) con un crescendo che arriva all’acme con il discorso di un Delano Roosvelt già malato che vuole una seconda Carta dei Diritti (visionario e idealista come quello di Bobby Kennedy contro il Pil): il (vero) sogno americano che si ricostruisce nella speranza sorta con Barack Obama. E il finale situazionista è da Oscar.



2009-09-09