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-Il cinema, il teatro, l’arte sono veicoli di cultura critica, non capitoli di spesa- |
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di Boris Sollazzo
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Di un paese come l’Italia, siamo sinceri, è difficile essere orgogliosi. Soprattutto quando si è all’estero. Ieri sera, mentre nella Piazza Grande di Locarno l’Excellence Award Moët & Chandon, premio alla carriera che hanno già vinto attori, tra gli altri, come John Malkovich e Anjelica Houston, veniva consegnato a Toni Servillo da Anna Bonaiuto, era facile esserlo. Perché di due attori così- per i cinefili basta Il divo e la loro coppia andreottiana, per gli appassionati di teatro anni di sodalizio straordinario- è impossibile non essere fieri. E il primo a riconoscerlo è Servillo stesso. «Se sono l’attore che sono, lo devo anche ad Anna, agli anni di confronto sul lavoro che mi hanno permesso di migliorare costantemente. Un’attrice straordinaria. Siamo stati così tanto marito e moglie sul palcoscenico, che quando mi proposero di interpretare un Papa, ho chiesto lei nel ruolo della Madonna!». Ma di Toni Servillo, pluripremiato anche dal cinema da quando, nel 2001, Capuano e Sorrentino lo portarono a Venezia con Luna rossa e lo straordinario L’uomo in più - qui, per la Piazza Grande, ha scelto Le conseguenze dell’amore , ambientato proprio in Svizzera- si è orgogliosi anche quando parla. «Dedico il premio a chi ne avrebbe meritati e non li ha vinti e ai due film fortunati a cui ho partecipato, importanti ora ma soprattutto in futuro, proprio alla luce degli anni difficili che aspettano l’Italia». Il divo e Gomorra , ovviamente. «Argomenti importanti trattati con linguaggio originale, film figli del cinema di Petri e Rosi e, per quanto mi riguarda, di Gian Maria Volontè. Importanti in un mondo dello spettacolo italiano che è visto dal governo come un capitolo di spesa e non un investimento sul futuro. E invece queste immagini, questi veicoli di cultura critica, devono essere sostenute dallo Stato, perché non diventiamo tutti consumatori, e perchè le opere non siano indirizzate solo al gusto generale del mercato». Un fiume in piena, tecnico e politico come solo un artista ispirato sa (e forse deve) essere. «Dobbiamo cercare un uomo diverso, nuovo, offrire un’alternativa con il nostro lavoro, così come fa la vera ricerca scientifica. Guardare al futuro, perché se certe prerogative mancheranno la vita si farà difficile per noi, e impossibile per i ventenni». Parola di uno che gira il mondo con la Trilogia della Villeggiatura di Goldoni- «un dramma borghese che fa capire la grandezza di un autore sottovalutato e che ha colpito molto gli americani: lì il New York Times ci ha dedicato tre quarti di pagina, da noi al teatro i giornali dedicano solo qualche francobollo». E pensando a Goldoni, scherza sull’Italia. «Goldoni in Italia fa ridere e consola, grazie all’identificazione di chi lo guarda. La sua ironia castiga, ma nelle nostre platee quella risata redime e assolve. Già questo dice molto del nostro paese». Sarà Mazzini in una partecipazione nel prossimo film dell’amico e sodale di sempre Mario Martone- «non tanto il padre della patria della nostra toponomastica stradale quanto l’autore del libro I doveri dell’uomo , lo sconfitto che richiamava i futuri italiani prima ai doveri, appunto, che ai diritti» - e un curioso protagonista soprannominato Gorbaciov nel prossimo di Stefano Incerti, «per cui mi sono un po’ ispirato al Giannini di Mi manda Picone , anche se l’interpretazione che da sempre mi lascia senza fiato, è De Sica ne Il generale Della Rovere . Ci sono molti attori stranieri bravi, ma da noi ci sono almeno 7-8 modelli di livello assoluto. Possiamo tornare a formare e indirizzare le nuove cinematografie se lo Stato cambierà il suo atteggiamento verso l’arte. E noi, invece che fermare la Mostra del Cinema di Venezia, dobbiamo usarla, come altri festival attraversati della contestazione, per amplificare la protesta, mostrare la drammaticità del momento». In Francia ha appena finito di lavorare con Nicole Garcia per Un balcon sur la mer - «mi ha scelto dopo avermi visto proprio ne Il divo e in Gomorra » - in cui sarà uno dei protagonisti (insieme a Jean Dujardin) della speculazione immobiliare in Costa Azzurra degli anni ’80. Sta trovando il successo internazionale dei suoi film, anche se rimane l’amarezza per il mancato Oscar al film di Matteo Garrone. «Trovo una barbarie ideologica definirlo, come si è fatto fin da Cannes, provinciale, ricordare che i panni sporchi si lavano in casa. La parte migliore dell’Italia e del pubblico ha capito che è un’opera sul Bene e sul male, sul denaro e sul capitalismo, sull’infanzia negata. L’Oscar, si sa, premia un cinema più consolatorio e meno complesso». E l’elogio della complessità- «perché la semplificazione spesso è uno strumento usato in malafede per non far funzionare il cervello» - è qualcosa a cui l’attore tiene molto. «Nel teatrino politico italiano, ormai, conta lo sketch: rapido, breve, superficiale, subito pronto ad essere dimenticato. Mi manca uno come Enrico Berlinguer, l’ultimo grande attore della politica italiana: austero, chiaro, bacchettatore».
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2009-08-11
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