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Basta la parola e si apre un universo di inganni, truffe, tripli giochi. Leverage ti colpisce al primo sguardo: per quel digitale, prima serie tv a farne uso, per quella trama sovversiva che sputa in faccia al sistema. Leverage (per chi l’avesse perso su Joi, da ottobre arriva su La7 e i diritti per l’Italia sono della Dall’Angelo Pictures, specializzata in serie tv rivoluzionarie e distributrice di W. di Oliver Stone) è una sfida al mondo dominato dalle multinazionali, dalle megaistituzioni private su cui si regge l’impero americano in particolare: politica delle lobby, banche, assicurazioni. La prima puntata ci mostra Timothy Hutton, la star, devastato e rabbioso. Ex investigatore assicurativo, il suo Nate Ford ha fatto guadagnare milioni di dollari alla compagnia assicurativa che poi non avrebbe curato suo figlio gravemente malato, condannandolo a morte. Un’operazione di controspionaggio industriale ai danni di una compagnia aerea può salvarlo da alcolismo e depressione, una task force di geniali criminali lo affiancherà. In verità è una trappola letale. Finisce con una vendetta verso l’incarnazione del Potere (leit motiv della serie) secondo una giustizia etica priva di diritto e una truffa che frutta ai cinque componenti della banda (ci sono anche il nerd Aldis Hodge, Christian Kane, Beth Riesgraf, Gina Bellman) un assegno di 32.761.349,05 $ ciascuno. Saranno la leva del titolo: i nostri eroi non vanno in pensione ma con quei soldi sollevano il dolore delle vittime, colpendo manager, politici, corporation corrotte e scorrette. «Lo ammetto, è un programma piuttosto sovversivo per gli standard americani. Nei modi di creazione, di produzione e dei contenuti. Siamo senza studios alle spalle e ogni giorno ci chiediamo: ma riusciremo a trovare le pubblicità che ci servono?». E’ Dean Devlin a parlare, regista, autore, produttore esecutivo, deus ex machina di questa serie capolavoro. Lo incontriamo a Roma, a margine del web meeting pubblico sul sito di La7 , pieno di curiosità interessanti per appassionati e neofiti), due giorni prima di farsi vedere al Roma Fiction Fest. «Internet è uno strumento migliorabile ma potentissimo (fu lui il primo a inventarsi i siti dedicati per i film, con Indipendence Day ). Stabilisce un contatto diretto con l’individuo ed è una nuova e preziosa risorsa per la produzione e distribuzione culturale, in particolare per cinema e tv. E’ stupido prendersela con la pirateria, alla prima di Indipendence day c’era già gente con la videocassetta del film. Il presunto pirata vuole condividere subito il prodotto e a un prezzo equo, non pretende la gratuità, guardate la rivoluzione di I-Tunes nella musica. L’industria d’intrattenimento è ottusa, spende troppo tempo a contrastare questo fenomeno, senza capirlo e magari sfruttarlo per migliorarsi». Metà pirata e metà artista, Dean, come i suoi protagonisti. «Che sia Bush, che siano le multinazionali, che sia la crisi, l’abuso di potere e la corruzione dilagano in un sistema di costante sfruttamento e oppressione dei più deboli. Ed è inevitabile che se hai i migliori truffatori dalla tua parte, in un mondo senza regole, finisci per amarli e tifare per loro». Non si tira indietro di fronte alle provocazioni, l’uomo che scrisse la scena in cui la Casa Bianca veniva distrutta ben prima delle Torri Gemelle. «Incredibile - continua a racontare Devlin - quelle immagini e le devastazioni del mio Godzilla erano terribilmente simili a ciò che successe l’11 settembre. Il cinema è anche una sorta d’inconscio dell’immaginario, nel bene e nel male: come il presidente nero di 24 o quello di Deep Impact non erano profetici, ma possibili e apprezzati dal pubblico, così è successo anche a noi con immagini catartiche allora e ora spaventose». La tv moderna ha contribuito a ricostruire l’animo di una nazione in crisi d’idee e ideali, spesso privandosi della retorica nazionalista o accentuandola. «E con Obama tutto cambierà ancora - va avanti l’autore -. Al RomaFictionFest in Moonshot abbiamo visto un astronauta fare il saluto militare alla bandiera americana, solo due anni fa avremmo avuto fischi in sala. Nell’omofobia americana che sta calando, influiscono anche sit-com come Ellen e Will&Grace ». Non ha peli sulla lingua quest’uomo che ha avuto almeno tre vite: attore demenziale negli anni ’80 - in Balle spaziali il ruolo più riuscito -, sceneggiatore del Ronald Emmerich più fracassone, ora leader della quarta epoca della nouvelle vague televisiva, quella ribelle e digitale. «Può sembrare una strana carriera, ma in verità il filo rosso è la commedia, il senso dell’umorismo, che si parli di ladri furbi e idealisti di grandi holding o alieni bizzarri». Un uomo divorato dalla voglia di rinnovarsi e rompere gli schemi, e racconta con autoironia il perché. «Io sono un nerd, uno che vuole imparare a usare ogni marchingegno prima ancora che sia perfezionato. Per fare Leverage bastano un paio di piccole videocamere, dei drive in cui salvare il girato, il master server del mio ufficio in cui fare il resto, dalla correzione del colore agli effetti speciali. Si risparmiano soldi, si acquista libertà e indipendenza da tutto e da tutti, si ha una possibilità creativa unica, fino a due anni fa semplicemente impossibile. Dobbiamo e possiamo cambiare le abitudini e i modelli attuali, soprattutto nella distribuzione intellettuale. Il mezzo ora è più democratico e idee e talenti potranno emergere e mostrarsi senza intermediazioni».
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2009-07-14
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